Mutuo ipotecario finalizzato all’estinzione di un pregresso debito chirografario: è possibile ravvisare l’illiceità della causa?



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Commento a Cass. Civ. Sez. I, 14 giugno 2019, n. 16081.

di Marzia Luceri

 

 

 

 

A seguito della pronuncia del giudice delegato di esclusione di un proprio credito dipendente da mutuo ipotecario dal passivo del fallimento di una determinata società, la banca-creditrice ha proposto opposizione avanti al Tribunale di Salerno.

Nel caso di specie, il giudice delegato aveva condiviso pienamente le deduzioni esposte dal curatore fallimentare, il quale aveva ritenuto che il contratto in questione dovesse essere dichiarato nullo ai sensi degli artt. 1418 e 1344 c.c.: in particolare, l’importo mutuato sarebbe servito a coprire un precedente scoperto di conto corrente chirografario senza creare una provvista autonomamente utilizzabile – precisamene ai fini di un investimento immobiliare – trasformando così un debito chirografario in debito privilegiato, quando in contabilità erano già presenti debiti concorsuali. Ad avviso del curatore, la prova di quanto affermato sarebbe stata da rinvenirsi nella circostanza per cui la somma relativa al presente mutuo non fosse mai stata addebitata in uscita sul conto corrente; la stessa avrebbe garantito il ripianamento di una posizione debitoria della società nei confronti dello istituto bancario mutuante.

Pertanto, il curatore – in seguito anche il giudice delegato – aveva affermato che, nel caso in questione, si fosse configurata una simulazione del contratto stipulato in frode ai creditori.

Tuttavia, il Tribunale di Salerno ha accolto parzialmente l’opposizione proposta dalla banca, seguendo un ragionamento logico-giuridico alquanto articolato ed interessante.

Il credito in contestazione viene ammesso al chirografo: ad avviso dell’organo decidente, entrambe le parti sapevano, fin dalla sottoscrizione, che lo scopo dichiarato – l’investimento immobiliare – era simulato e che l’erogazione del mutuo avrebbe estinto debiti pregressi di natura chirografaria, attribuendo così alla società un finanziamento a lungo termine[1].

Il ragionamento seguito dal Tribunale di Salerno si articola sotto due profili: da un lato afferma la nullità dell’ipoteca in applicazione dell’art. 1418 c.c., poiché ritiene inequivocabilmente provata la volontà delle parti a voler stipulare un contratto finalizzato ad estinguere debiti pregressi; dall’altro ravvisa una simulazione effettuata ad opera delle parti, ma la circoscrive alla sola ipoteca, ritenendo inequivocabilmente  assodata la volontà delle stesse a contrarre un finanziamento a lungo termine, quale il contratto di mutuo in oggetto[2].

Infine, rinviando all’eccezione revocatoria proposta dal curatore fallimentare, il Tribunale ha riscontrato che, nel caso di specie, non sono ravvisabili gli estremi della frode ai creditori necessari per perfezionamento della revoca dell’intera operazione economica. L’assunto su cui si fonda tale considerazione è il seguente: non risulterebbe esserci stata una vera e propria erogazione di nuova finanza, ma solo una trasformazione di uno scoperto di conto corrente in un debito a lungo termine[3].

 

Principio di accessorietà e nullità dell’ipoteca

Avverso la pronuncia del Tribunale di Salerno l’istituto bancario ha proposto ricorso in cassazione, articolato in quattro motivi; il fallimento della società, oltre a resistere con controricorso, ha svolto ricorso incidentale condizionato (per due motivi) e ricorso incidentale non condizionato (per quattro motivi).

Il presente commento si soffermerà, in maniera congiunta e lineare con quanto definito dagli Ermellini, sull’analisi del primo motivo del ricorso principale, del ricorso incidentale condizionato e del ricorso incidentale non condizionato.

Con il primo motivo del ricorso principale, la ricorrente ha dedotto che il Tribunale di Salerno avesse ritenuto erroneamente nulla la sola ipoteca, pur ritenendo valido ed efficace il contratto di mutuo. Ad avviso della banca-mutuante, la quale evidenzia il carattere di accessorietà dell’ipoteca rispetto al credito che intende garantire, la stessa non dovrebbe esser dichiarata nulla, ma tuttalpiù revocabile (pur non ritenendola tale nel caso di specie, per ovvie ragioni).

Con il primo motivo del ricorso incidentale condizionato, il Fallimento ha dedotto la violazione non solo delle norme relative alla nullità del contratto, ma anche dell’art. 1813 c.c., sull’assunto che, essendo stato utilizzato dal mutuatario il ricavato, in accordo con il mutuante, allo scopo specifico e programmatico di estinguere una pregressa esposizione debitoria chirografaria della società fallita, il Tribunale avrebbe dovuto dichiarare la nullità dell’intera operazione.

Infine, con il primo motivo del ricorso incidentale non condizionato, lo stesso Fallimento ha ribadito quanto già esposto con il primo motivo del ricorso condizionato, ma precisando che, in ragione della nullità dell’intera operazione economica, per poter ottenere ammesso il proprio credito al passivo in via chirografaria, la banca avrebbe dovuto proporre domanda di ripetizione dell’indebito per il capitale versato (a titolo di scoperto)[4].

 

Decisione dei giudici di legittimità

La Prima Sezione ha giudicato «sostanzialmente simmetrici» i sopraesposti motivi.

Sia parte ricorrente che parte resistente del presente ricorso hanno inteso censurare la soluzione accolta dal Tribunale di Salerno, per mezzo della quale si intende affermare in parte valido e in parte nullo il contratto di mutuo stipulato tra l’istituto bancario e la società, ormai fallita.

La simmetria, a cui rinvia la Corte, si denota in relazione all’esito finale a cui auspicano le due parti: piena validità dell’operazione contestata per la ricorrente; riconoscimento della nullità della medesima operazione per il ricorrente incidentale.

Data la particolare rilevanza della questione sollevata nel presente ricorso, la Prima Sezione ha ritenuto opportuno disporre la rimessione dello stesso ex art. 375, ultimo comma, c.p.c., affinché venga espresso un principio di diritto applicabile alla presente fattispecie.

Relativamente a quest’ultima, non sono mancate in passato delle pronunce che hanno formulato principi di particolare rilevanza, e che i giudici di legittimità hanno provveduto a richiamare nell’ordinanza in commento.

In primo luogo, hanno rinviano alla sentenza n. 10603 del 25 ottobre 1993, con la quale le Sezioni Unite rilevarono che «l’illiceità cui fa riferimento l’art. 1345 cod. civ. è quella stessa delineata dagli artt. 1343 e 1344 cod. civ. ai fini dell’illeceità della causa, per cui il «motivo è illecito, e – se comune alle parti e decisivo per la stipulazione – determina la nullità del contratto, quando consiste in una finalità vietata dall’ordinamento, perché contraria a norma imperativa o ai principi di ordine pubblico o del buon costume, ovvero perché diretta a eludere (mediante la stipulazione di un contratto di per sé lecito), una norma imperativa».

Pertanto, ad avviso degli Ermellini, qualora l’intento delle parti di recare pregiudizio ad altri non è riconducibile a una delle sopramenzionate fattispecie, lo stesso non può qualificarsi quale illecito, poiché non sarebbe rinvenibile nell’ordinamento una norma che statuisce l’invalidità del contratto in frode ai terzi. L’intento di frodare i creditori non può dar luogo alla nullità del contratto perché l’ordinamento li fornisce altri rimendi a tutela dei loro diritti (ad es. le azioni revocatorie).

In secondo luogo, hanno richiamato la sentenza n. 19196 del 28 settembre 2016, con la quale la Prima Sezione della Cassazione civile aveva espresso il seguente principio: la «disposizione dell’art. 216 comma 3 legge fall. non dà luogo alla nullità del contratto, ma costituisce il presupposto degli atti lesivi della par condicio creditorum. L’art. 1418 comma 1 cod. civ., con l’inciso “salvo che la legge disponga diversamente” impone infatti all’interprete di accertare se il legislatore, anche nel caso di inosservanza del precetto, abbia consentito la validità del negozio predisponendo un meccanismo idoneo a realizzare gli effetti voluti dalla norma».

Quindi, seppur con una motivazione non perfettamente allineata alla presente giurisprudenza, sembrerebbe che la soluzione prospettata dal Tribunale di Salerno non sia del tutto priva di fondamento, seppur destando alcune perplessità in merito all’intervenuta novazione del debito[5].

Inoltre, in merito alla fattispecie oggetto del presente commento, gli Ermellini rilevano alcuni aspetti alquanto rilevanti: da un lato, relativamente alla concessione di un nuovo differimento dell’esigibilità del debito in contestazione, i giudici di legittimità si domandano se tale profilo dell’operazione risulti in sé stesso assorbito dal meccanismo rimediale dell’azione revocatoria oppure se si tratta di un tentativo di recupero dell’impresa in crisi, che si manifesti plausibile, o per contro si risolva in artificiale mantenimento in vita di un’impresa ormai decotta o comunque sprovvista della possibilità di onorare il debito contratto[6]; dall’altro rilevano come l’apprestamento di una simile operazione rechi con sé l’indicazione di un ulteriore atteggiamento della Banca, come inteso a spostare in là nel tempo il diesdi decorrenza della revocatoria delle ipoteche contestuali e che, a sua volta, pone un interrogativo circa il nesso tra tale indicazione e il corpo dell’operazione.

 

 

Qui il testo integrale dell’ordinanza.


[1] Il presente giudice ritiene provato che alla società «è stato da un lato attribuito uno stabile finanziamento» e, dall’altro, è stato «consentito di proseguire ad operare sul conto corrente tant’è che si chiude al momento del fallimento con un considerevole scoperto».

[2] Nel caso di specie, il Tribunale ritiene che sia intervenuta una novazione, per mezzo della quale una precedente obbligazione è stata sostituita da una nuova, assistita da una garanzia ipotecaria del tutto simulata e del tutto nulla per inesistenza e illiceità della causa. Cfr. Art. 1230, co. 2, c.c.: “La volontà di estinguere l’obbligazione precedente deve risultare in modo non equivoco”.

[3] Il debito di conto corrente sussisteva sia al momento della costituzione dell’ipoteca, che al momento della dichiarazione di fallimento, pur risultando un debito a lungo termine; era da valorizzare, pertanto, «la frode ai creditori…solo per l’ipoteca e la consapevolezza di ciò in capo all’Istituto di credito e al debitore».

[4] Con il secondo e terzo motivo del ricorso incidentale non condizionato, il Fallimento ha dedotto la violazione dell’art. 99, legge fallimentare: la domanda di ripetizione dell’indebito integrerebbe una nuova domanda e il Tribunale ha erroneamente accolto una domanda di adempimento contrattuale – relativa all’ammissione in chirografo – inammissibile perché formulata solo in sede di opposizione allo stato passivo.

[5] Con il quarto motivo del ricorso incidentale non condizionato, il Fallimento ha lamentato la violazione degli artt. 1418 e 1813 c.c..: ad avviso del Tribunale, nel caso di specie, sarebbe intervenuta una novazione del debito, ma il ricorrente incidentale ritiene che l’ammissione in via chirografaria sia «incompatibile con lo schema logico della novazione».

[6] Sul punto, i giudici di legittimità rinviano agli artt. 217, n. 4 e 218, legge fallimentare. Così facendo, rispetto a quanto delineato dalla sopracitata sentenza n. 19196 del 28 settembre 2016, la quale rinvia alla sola fattispecie della bancarotta fraudolenta ex art. 216, comma 3, c.p.c., la Prima Sezione amplia il contesto normativo posto all’attenzione delle Sezioni Unite.

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