Sull’eccezione di prescrizione delle rimesse e sull’apertura di credito.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 21 febbraio 2020, n. 4528.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Un correntista aveva citato innanzi al Tribunale di Mantova la propria Banca, per chiedere l’esatta determinazione del saldo finale di due conti correnti, previa esclusione degli interessi ultralegali e anatocistici, delle commissioni di massimo scoperto, nonché degli oneri e costi non dovuti, con applicazione del tasso legale, domandando, altresì, a seguito del ricalcolo, la condanna della convenuta al pagamento della somma dovuta a titolo d’indebito oggettivo. L’Istituto di credito, costituendosi, aveva eccepito la prescrizione dell’azione di ripetizione d’indebito e l’infondatezza della domanda.

Il Tribunale, sulla base degli esiti di una perizia contabile, aveva condannato la Banca al pagamento di una somma pari a circa quarantamila euro, ritenendo illegittimi gli interessi ultralegali e anatocistici, nonché le commissioni di massimo scoperto, applicati in mancanza di valido accordo e, quindi, in violazione dell’art. 1283 c.c., a decorrere dal decennio anteriore alla notifica della citazione in accoglimento dell’eccezione di prescrizione.

Il correntista impugnava la sentenza, deducendo l’erroneità dell’accoglimento dell’eccezione di prescrizione. La Corte d’Appello di Milano rigettava l’appello e, confermando la motivazione del giudice di primo cure, osservava la fondatezza dell’eccezione di prescrizione dell’azione di ripetizione d’indebito, con riferimento a tutte le somme illegittimamente calcolate, sulla base delle lamentate violazioni di legge, maturate nel decennio dalla notifica della citazione; i giudici del gravame, nello specifico, evidenziavano come si dovessero correttamente considerare solutori tutti quei versamenti eseguiti sul conto corrente da ritenere scoperto, non sussistendo alcuna apertura di credito in favore del correntista e che, in particolare, per tale eccezione di prescrizione, non fosse necessaria l’indicazione delle singole rimesse solutorie, sul rilievo secondo cui ai fini della relativa decorrenza occorreva distinguere tra versamenti ripristinatori della provvista (per i quali deve farsi riferimento alla data di chiusura del conto) e quelli, per contro, di natura solutoria (per i quali, invece, il riferimento è alla data delle singole annotazioni in conto).

Avverso tale pronunciamento, il correntista ricorreva in cassazione, con unico motivo. Resisteva la Banca, con controricorso.

La decisione della Corte.

Nello specifico, il ricorrente denunziava la violazione degli artt. 2697, secondo comma, e 1194 c.c., per aver la Corte territoriale ritenuto che: la Banca non avesse l’onere di allegare e provare, a sostegno dell’eccezione di prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito, i singoli versamenti solutori, considerando legittima l’eccezione indicante genericamente tutte le rimesse solutorie; fosse onere dell’attore provare l’apertura di credito, la cui stipula era, invece, desumibile dallo stesso contratto di conto corrente e non richiedeva la forma scritta. Da ultimo, deduceva l’erroneità nella qualificazione solutoria dei versamenti, in violazione anche dell’art. 1194 c.c., data l’inapplicabilità del criterio d’imputazione delle somme versate in difetto di esigibilità del debito, prima della chiusura del conto.

A giudizio della Sesta Sezione, il ricorso, sì come formulato, è infondato.

Il Collegio considera priva di pregio la doglianza riguardante le modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione dell’indebito. Difatti, in ossequio al più recente pronunciamento delle Sezioni Unite[1] sulla questione, in tema di prescrizione estintiva, l’onere di allegazione gravante sull’Istituto di credito, che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che, a sua volta, abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente corrisposte, nel corso del rapporto di conto corrente, sia soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia, quindi, necessaria l’indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte.

Nel caso di specie, è da ritenere che la Banca abbia correttamente formulato la suddetta eccezione, indicando genericamente tutti i versamenti solutori, senza specifica individuazione.

In relazione alla doglianza del ricorrente circa l’errata distribuzione dell’onere probatorio posta in essere dalla Corte milanese, nel ritenere che fosse gravante sull’attore la prova dell’esistenza dell’apertura di credito e del relativo massimale (incombendo, viceversa, sull’Istituto l’onere di dimostrare la natura solutoria dei versamenti, a sostegno dell’eccezione di prescrizione del diritto alla ripetizione), con conseguente violazione dell’art. 2697 c.c., il giudizio del Collegio non è dissimile. Il motivo è, invero, infondato, in applicazione dell’orientamento pressoché granitico in seno alla giurisprudenza di legittimità, per cui, in materia di contratto di conto corrente bancario, poiché la decorrenza della prescrizione è condizionata al carattere solutorio (e non meramente ripristinatorio) dei versamenti effettuati dal cliente, essa matura sempre dalla data del pagamento, qualora il conto risulti in passivo e non sia stata concessa al cliente un’apertura di credito, oppure i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento. Ne discende che, eccepita dalla Banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito, per il decorso del termine decennale dal pagamento, sia onere del cliente comprovare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel versamento come mero ripristino della disponibilità accordata[2].

La sentenza impugnata è immune da censure, dal momento che i giudici del gravame hanno fatto corretta applicazione del prefato principio, venendo in rilievo l’onere del cliente di dimostrare i fatti costitutivi del diritto fatto valere, riguardo alla ripetizione delle somme indebitamente corrisposte alla Banca.

Da ultimo, il ricorrente lamentava che la Corte d’Appello di Milano non avesse ritenuto dimostrata l’apertura di credito, con la conseguente natura ripristinatoria dei versamenti effettuati in costanza del rapporto. Anche questa critica non è meritevole di accoglimento, essendo inammissibile, in quanto diretta al riesame dei fatti in ordine alla sussistenza di un contratto di apertura di credito, ampiamente motivati dal giudice territoriale e non esaminabili in sede di legittimità.

Infine, resta assorbita la doglianza afferente alla presunta violazione dell’art. 1194 c.c., poiché, atteso il carattere solutorio dei versamenti affluiti sul conto corrente, gli interessi sul conto erano pienamente esigibili.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 13 giugno 2019, n. 15895, con nota di R. Villani, Se il creditore ha messo in mora la banca gli spettano gli interessi dal giorno della diffida, in Diritto & Giustizia, fasc. 109, 2019, 17. V. anche F. Bartolini, Prescrizione del diritto alla ripetizione dei versamenti indebiti su conto corrente e decorrenza degli interessi, in Ilprocessocivile.it, 7 ottobre 2019.

[2] In tal senso, Cass. Civ., Sez. I, 30 gennaio 2019, n. 2660, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. I, 30 ottobre 2018, n. 27704, con nota di R. Bencini, A chi spetta provare l’affidamento in conto corrente?, in Diritto & Giustizia, fasc. 192, 2018, 7.

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