Sul rapporto tra l’inadempimento dell’Intermediario e la scelta (libera e consapevole) dell’investitore.



di Antonio Zurlo

Nota a ACF, 19 settembre 2019, n. 1855.

L’Arbitro per le Controversie Finanziarie, con la recentissima decisione in oggetto, evidenzia come una formale valutazione di inadeguatezza/inappropriatezza dell’operazione di investimento e la conseguente volontà del cliente di procedere ugualmente con l’acquisto non possano essere ritenuti elementi idonei a sanare (e, quindi, superare) l’eventuale (e pregressa) omissione di informazioni, al momento della sottoscrizione dell’ordine di acquisto, in relazione alle caratteristiche del prodotto e al suo emittente. Il momento informativo e quello decisionale attengono, difatti, a profili tra loro non sovrapponibili, in quanto rispondenti a finalità intrinsecamente differenti. Le violazioni inerenti la fase genetica del rapporto sono, peraltro, assorbenti anche rispetto a un successivo difetto informativo, nell’ulteriore fase esecutiva degli ordini di acquisto da parte dell’Intermediario.

In punto di accertamento dell’eziologia, tra il danno lamentato e la condotta dell’Intermediario, il Collegio rileva come gli inadempimenti agli obblighi di diligenza e correttezza possano ragionevolmente essere individuati quali causa del nocumento del cliente – investitore, ove non sia stato comprovato che, in presenza di una condotta diligente da parte della Banca, quest’ultimo avrebbe comunque disposto di procedere all’acquisto dei titoli oggetto di contestazione.

In più occasioni[1] è stato, difatti, ritenuto insussistente il nesso di causalità tra la violazione accertata e il danno lamentato, ove dalla documentazione depositata in atti siano risultati elementi chiaramente sintomatici della scelta libera e consapevole dell’investitore.

La sussistenza di un nesso eziologico, per converso, non può considerarsi inesistente per il sol fatto che l’Intermediario abbia sconsigliato l’investimento, magari anche in maniera poco chiara e specifica; a tal riguardo, l’ACF ritiene priva di efficacia interruttiva della causalità la circostanza per cui il cliente – ricorrente fosse solito disattendere le valutazioni della Banca circa l’inadeguatezza/inappropriatezza degli investimenti, in quanto tendenzialmente attratto da operazioni con prospettive di alto rendimento.

Deve, infatti, considerarsi che, in assenza totale di informazioni sulle obbligazioni, nonché sulle vicende dell’emittente, non si possa ragionevolmente affermare che l’investitore sia stato posto nelle condizioni ottimali per effettuare una scelta piena e consapevole e, consequenzialmente, di valutare la convenienza (o meno) di procedere con l’esecuzione dell’investimento (nonostante le intervenute valutazioni negative dell’Intermediario sulla compatibilità dell’operazione con il proprio profilo di rischio).

 

Qui il testo integrale della decisione.


[1] Cfr. ACF, 30 agosto 2018, n. 803; ACF, 7 giugno 2019, n. 1626.

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