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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 29 settembre 2022, n. 28377.

Massima redazionale

Il contenuto precettivo dell’art. 23, comma 1, TUF, rappresenta una nullità relativa, c.d. “di protezione” dell’investitore. La questione del coordinamento con l’art. 1421 c.c. ha formato oggetto di esame da parte delle Sezioni Unite[1], che, per quanto qui interessa, hanno affermato i seguenti principi di diritto:

  1. a) «il giudice innanzi al quale sia stata proposta domanda di nullità contrattuale deve rilevare d’ufficio l’esistenza di una causa di quest’ultima diversa da quella allegata dall’istante, essendo quella domanda pertinente ad un diritto autodeterminato, sicché è individuata indipendentemente dallo specifico vizio dedotto in giudizio»[2];
  2. b) «la rilevabilità officiosa delle nullità negoziali deve estendersi anche a quelle cosiddette di protezione, da configurarsi, alla stregua delle indicazioni provenienti dalla Corte di giustizia, come una specíes del più ampio genus rappresentato dalle prime, tutelando le stesse interessi e valori fondamentali – quali il corretto funzionamento del mercato (art. 41 Cost.) e 3 Corte di Cassazione – copia non ufficiale l’uguaglianza almeno formale tra contraenti forti e deboli (art. 3 Cost.) – che trascendono quelli del singolo»[3].

Inoltre, le Sezioni Unite hanno anche precisato che: «la domanda di accertamento della nullità di un negozio proposta, per la prima volta, in appello è inammissibile ex art. 345, primo comma, cod. proc. civ., salva la possibilità per il giudice del gravame – obbligato comunque a rilevare di ufficio ogni possibile causa di nullità, ferma la sua necessaria indicazione alle parti ai sensi dell’art. 101, secondo comma, cod. proc. civ. – di convertirla ed esaminarla come eccezione di nullità legittimamente formulata dall’appellante, giusta il secondo comma del citato art. 345»[4].

Tali principi sono in questa sede da ribadire. La sentenza impugnata, a fronte della novità della domanda di accertamento della nullità del contratto contenuto nella scrittura privata del 9 settembre 1997, per dedotta violazione dell’art. 18 del D.lgs. n. 415/1996, contenuta nel terzo motivo di appello proposto dall’odierno ricorrente, avrebbe dovuto, anziché dichiararla inammissibile per violazione del primo comma dell’art. 345 c.p.c., convertirla in eccezione, rilevabile d’ufficio, di nullità dello stesso contratto, in applicazione del secondo comma di tale articolo del codice di rito, ed esaminarne nel merito la fondatezza.

 

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[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., nn. 26242 e 26243 del 2014.

[2] Nello stesso senso, Cass. n. 15408/2016; Cass. n. 6319/2019; Cass. n. 26495/2019; Cass. n. 8795/2016.

[3] Nello stesso senso, cfr. Cass. n. 896/2016; Cass. n. 3308/2019.

[4] In senso conforme, nella giurisprudenza successiva, Cass. n. 21775/2015.

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