Anatocismo e onere della prova: il valore dei riassunti scalari secondo la Corte d’Appello di Milano.



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Nota a App. Milano, 29 luglio 2022, n. 2578.

Massima redazionale

 

 

La Corte meneghina premette che, nel caso di azione per ripetizione di indebito proposta dal correntista che, lamentando l’applicazione di poste illegittime in conto, chieda la rideterminazione del saldo del rapporto, spetti a quest’ultimo comprovare l’esistenza degli addebiti che si assumono essere stati illegittimamente applicati dalla Banca, dal momento che, a norma dell’art. 2697 c.c., è onere di chi vuol far valere un proprio diritto in giudizio provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.

In materia di rapporti di conto corrente il Giudice di legittimità ha più volte affermato che il correntista che “agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito è tenuto alla prova degli avvenuti pagamenti e della mancanza di una valida “causa debendi” essendo, altresì, onerato della ricostruzione dell’intero andamento del rapporto, con la conseguenza che non può essere accolta la domanda di restituzione se siano incompleti gli estratti conto attestanti le singole rimesse suscettibili di ripetizione[1].

Nel caso in esame, è pacifico che l’odierna appellata, nell’incardinare il presente giudizio per svolgere una domanda di accertamento e di ripetizione di quanto indebitamente addebitato dalla banca in relazione al rapporto di corrente, non abbia prodotto nessuno degli estratti conto analitici relativi al periodo di vigenza del rapporto bancario oggetto della domanda di rideterminazione del saldo, essendosi limitata a produrre i soli riassunti scalari (invero, gli unici estratti analitici presenti in atti sono stati depositati dalla banca, ai soli fini di documentare l’esistenza di rimesse solutorie, da ritenersi prescritte).

In ragione di tale frammentaria e, soprattutto, inidonea produzione documentale, deve ritenersi l’inutilità della C.T.U. disposta in primo grado, dovendosi escludere che il consulente possa essere giunto a una ricostruzione di tipo contabile attendibile, poiché la mancata produzione degli estratti analitici da parte del correntista non consente di individuare puntualmente quali siano le poste asseritamente applicate in modo indebito.

Se è vero che gli scalari danno contezza della sequenza dei saldi positivi e negativi, ottenuta

raggruppando tutte le operazioni di uguale valuta, è, però, altrettanto certo che tali documenti non offrono l’indicazione degli importi capitali giornalieri, né delle causali delle singole operazioni che invece risultano desumibili dagli estratti conto analitici, in grado di fornire un appropriato riscontro dell’identità e della consistenza delle operazioni poste in essere nel coso del rapporto. Invero, gli estratti conto sono meri documenti riepilogativi del calcolo delle competenze che vengono contabilizzate sul conto corrente e da essi non è possibile desumere, differentemente dagli estratti integrali, l’importo capitale per il giorno esatto di valuta.

Secondo la Corte d’Appello, giammai potrebbe essere accreditata dignità di correttezza a una rideterminazione del saldo di conto corrente che si fondi un ricalcolo frutto di ipotesi, stime ed approssimazioni. Invero, come ricorda la Suprema Corte, “Nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali a carico del correntista, la rideterminazione del saldo del conto deve avvenire attraverso i relativi estratti a partire dalla data della sua apertura, così effettuandosi l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere, con applicazione del tasso legale, sulla base di dati contabili certi in ordine alle operazioni ivi registrate, inutilizzabili, invece, rivelandosi, a tal fine, criteri presuntivi od approssimativi[2].

Deve essere, del pari, evidenziato come l’appellata, nel corso del giudizio di primo grado, non abbia mai avanzato istanza ex art. 210 c.p.c. diretta a ottenere l’esibizione degli estratti integrali da parte della Banca, avendo infatti sempre sostenuto, da un lato, che gli estratti da essa prodotti “hanno consentito al CTU di quantificare gli indebiti operati dall’istituto a titolo di interessi anatocistici, ultralegali, commissioni e spese per i periodi di cui alle contabili dimesse” e, dall’altro, che gli stessi sono stati idonei “a confutare la tesi avversaria di assunta intercorsa prescrizione del diritto ripetitorio della correntista e ciò in quanto ogni rimessa intervenuta sul conto ha avuto natura ripristinatoria e non solutoria, di talché, l’unica parte che non è riuscita ad adempiere al proprio onere probatorio invece è la banca appellante”.

 

 

Qui la sentenza.

[1] Ex multis, Cass. 04.12.2019, n. 31649; Cass. 28.11.2018, n. 30822; Cass. 23.10.2017, n. 24948.

[2] Cfr. Cass. 13.10.2016 n. 20693; Cass. 20.09.2013, n. 21597.

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