4 min read

Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 25 febbraio 2022, n. 6356.

di Donato Giovenzana

 

Si impone il richiamo della sentenza impugnata, che aveva così motivato:

Ove si consideri che la banca trattaria non possiede lo specimen di firma del beneficiario, è evidente che la banca negoziatrice non può reperire presso la banca trattaria alcuna informazione utile sulla conformità della firma, e, a fortiori, sulla vera identità del presentatore all’incasso -con l’effettivo beneficiario del titolo, qualora il primo si presenti con le medesime generalità del soggetto indicato nel modulo di -assegno, come è pacificamente avvenuto nel caso in esame. Nella specie, Poste Italiane ha dedotto di aver verificato l’integrità del titolo esibito in originale e l’assenza di alterazioni apparenti ed ha altresì dedotto di avere identificato il presentatore del titolo mediante idoneo documento, poiché l’assegno non fu pagato contestualmente alla presentazione per – l’incasso, ma solo dopo l’apertura di un libretto di risparmio nominativo su cui furono depositate le somme; in particolare, l’identificazione avvenne con un documento di identità e con il codice fiscale. Tali circostanze non si reputano tuttavia idonee ad esonerare le Poste dalla responsabilità dedotta in giudizio, non solo perché il codice fiscale non costituisce documento di identificazione, in quanto privo della fotografia, ma soprattutto perché non risulta allegato né dimostrato che il soggetto che aveva presentato l’assegno all’incasso era un cliente abituale e che l’incasso dell’assegno era collegato ad un flusso di introiti e ad un’attività economica accertata, essendosi Poste Italiane limitata ad affermare, che il presentatore per l’incasso aveva provveduto ad aprire un libretto nominativo al risparmio per depositarvi la somma, che poi aveva incassato. In realtà Poste, in relazione alle circostanze del caso concreto ed in particolare , alla presentazione per l’incasso di un assegno “di traenza”, con le particolari caratteristiche sopradescritte, anche se di importo esiguo, da parte di un soggetto con il quale non aveva un rapporto di clientela abituale, avrebbe dovuto effettuare specifici controlli presso i distinti Comuni di residenza e di nascita indicati nel documento esibito, ovvero presso l’Ufficio delle Entrate che aveva apparentemente rilasciato il codice fiscale, al fine di accertare l’autenticità di quanto esibito dal presentatore all’incasso. Più semplicemente avrebbe dovuto pretendere l’esibizione di un secondo documento di identità da parte del presentatore del titolo. Infine, non vale eccepire da parte di Poste un concorso di colpa per non essersi l’appellante giovato del servizio di posta assicurata, in quanto l’assegno di traenza non è equiparabile a preziosi o al denaro di cui è richiesto, secondo le norme in materia postale, la trasmissione, a mezzo di plico assicurato. La Corte di cassazione ha poi da tempo affermato che la spedizione del titolo di credito con plico non raccomandato o assicurato non ha alcun nesso causale col danno generato dal pagamento ad un soggetto non legittimato per effetto della falsificazione del titolo o della mancata identificazione dei presentatore …; anche perché la disciplina del T.U. delle disposizioni legislative in materia postale, di bancoposta e di telecomunicazioni … sul divieto di includere nelle corrispondenze ordinarie denaro, oggetti preziosi e carte di valore, riguardo solo i rapporti tra l’ente postale e chi effettua la spedizione, non anche il soggetto danneggiato, che ha fornito la provvista e che ha effettuato il doppio pagamento”.

La Suprema Corte, contestando in toto la Corte territoriale, ha accolto entrambi i motivi di ricorso avanzati, in applicazione dei principi che seguono:

  1. Nel caso di pagamento di assegno di traenza non trasferibile in favore di soggetto non legittimato, va esclusa la responsabilità della banca negoziatrice che abbia dimostrato di aver identificato il prenditore del titolo mediante il controllo del documento di identità non scaduto e privo di segni o altri indizi di falsità, in quanto la normativa vigente, ed in particolare la normativa antiriciclaggio ex art. 19, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 231 del 2007 stabilisce modalità tipiche con cui gli istituti di credito devono identificare la clientela e non prevede il ricorso ad ogni possibile mezzo, né alcuna indagine presso il Comune di nascita”.
  2. La spedizione per posta ordinaria di un assegno, ancorché munito di clausola d’intrasferibilità, costituisce, in caso di sottrazione del titolo e riscossione da parte di un soggetto non legittimato, condotta idonea a giustificare l’affermazione del concorso di colpa del mittente, comportando, in relazione alle modalità di trasmissione e consegna previste dalla disciplina del servizio postale, l’esposizione volontaria del mittente ad un rischio superiore a quello consentito dal rispetto delle regole di comune prudenza e del dovere di agire per preservare gl’interessi degli altri soggetti coinvolti nella vicenda, e configurandosi dunque come un antecedente necessario dell’evento dannoso, concorrente con il comportamento colposo eventualmente tenuto dalla banca nell’identificazione del presentatore”.

Il ricorso è stato pertanto accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio.

 

Qui l’ordinanza. 

Seguici sui social: