Sulla colpa grave in caso di vishing.



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Nota a Trib. Torino, Sez. I, 8 marzo 2022.

Massima redazionale

 

La natura della controversia rende necessario rilevare che, ai sensi dell’art. 10, comma 2, D. lgs. n. 11/2020, «quando l’utente di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un’operazione di pagamento eseguita, l’utilizzo di uno strumento di pagamento registrato dal prestatore di servizi di pagamento, … non è di per sé necessariamente sufficiente a dimostrare che l’operazione sia stata autorizzata dall’utente medesimo, né che questi abbia agito in modo fraudolento o non abbia adempiuto con dolo o colpa grave a uno o più degli obblighi di cui all’articolo 7. È onere del prestatore di servizi di pagamento … fornire la prova della frode, del dolo o della colpa grave dell’utente.».

Con riferimento alla disposizione de qua, la Cassazione ha affermato che «il punto di equilibrio divisato da tale disciplina risulta essere sostanzialmente in linea con le regole generali relative alla ripartizione della prova in tema di inadempimento contrattuale e di verifica della diligenza dell’agente professionale», precisando che, «anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema (ciò che rappresenta interesse degli stessi operatori), appare del tutto ragionevole ricondurre nell’area del rischio professionale del prestatore di servizi di pagamento, prevedibile ed evitabile con appropriate misure destinate a verificare la riconducibilità delle operazioni alla volontà del cliente, la possibilità di una utilizzazione dei codici da parte di terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo»[1].

Il Tribunale torinese, in applicazione dei suesposti principi, rigetta le domande attoree, dal momento che, nella specie, era stata comprovata dalla Banca la colpa grave dell’utente, consistente nell’aver «comunicato telefonicamente a terzi le proprie credenziali di home banking», come comprovato documentalmente dall’allegata denuncia ai Carabinieri, nonché dal modulo di disconoscimento delle operazioni, presentato in pari data. Ai fini della valutazione della condotta attorea, deve essere, in particolare, osservato che i messaggi sms inviati dalla Banca contenessero specifici riferimenti all’esecuzione di bonifici, ai loro beneficiari e ai relativi importi. Né, tantomeno, può ritenersi decisivo il fatto che la comunicazione a terzi abbia riguardato solo «quell’ultimo codice, e non già i primi due», atteso che il sistema di sicurezza della convenuta deve essere considerato nel suo complesso e la trasmissione anche di uno solo dei codici integra una violazione degli obblighi di cui all’art. 7 D. lgs. n. 11/2010.

In conformità a uno specifico precedente del Tribunale di Roma[2], è, pertanto, da ritenere provata la sussistenza di una colpa grave dell’attore.

 

 

Qui la sentenza.

 

[1] Cfr. Cass. n. 2950/2017; Cass. n. 26916/2020; Cass. n. 18045/2019; Cass. n. 9158/2018; Trib. Torino n. 2137/2022.

[2] Il riferimento è a Trib. Roma, 22.10.2020.

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