Sulla prova, necessariamente contrattuale, della titolarità a seguito di cessione del credito.



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Nota a Trib. Milano, Sez. VI, 16 settembre 2021, n. 7350

(segnalazione dell’Avv. Valeria Callegari)

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Nell’ambito di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la società convenuta opposta esponeva di aver acquistato il credito nei confronti dell’opponente a seguito di operazione di cartolarizzazione, ex D.lgs. n. 130/1999, pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Parte opponente si costituiva, contestando la legittimazione attiva dell’opposta, in quanto non provata, nonché la carenza dell’an e dell’esigibilità del credito azionato, anche in ragione di addebiti ingiustificati, per interessi passivi e commissioni di massimo scoperto.

Il giudice milanese, con precipuo riferimento alla prova della titolarità del credito, premette che la cessione, anche in sede di operazioni di cartolarizzazione, non richieda la forma scritta, ex art. 1350 c.c. Ciò premesso, deve essere valutata l’idoneità, come prova del credito, della dichiarazione resa da parte cedente, tramite la quale la stessa dichiarava di aver ceduto il credito alla società convenuta. Non si tratta, in senso proprio, di una confessione, non essendo proveniente da una parte processuale, né, tantomeno, di un documento, trattandosi di atto predisposto all’evidenza, per la causa. Discorrendo di un contratto di cessione di crediti che, per l’ammontare dell’importo e la qualità delle parti cedenti (segnatamente, una banca e una società di capitali) non può provarsi in forma testimoniale né, parimenti, tramite presunzioni, la sola prova idonea resta data dal documento contrattuale, che, nella specie, non è stato prodotto.

Ne discende il rigetto della pretesa di parte convenuta, nonché la revoca del decreto ingiuntivo.

 

Qui la sentenza.

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