Capitalizzazione trimestrale degli interessi: nulla se non assistita da convenzione scritta.



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 21 giugno 2021, n. 17634.

di Valerio Pennetta

 

 

 

 

 

Con la recentissima ordinanza in commento, la Suprema Corte continua ad occuparsi di un tema che, negli ultimi anni, ha affollato le aule dei Tribunali; ossia quello relativo alla validità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi pattuite prima dell’emanazione della delibera CICR del 9 febbraio 2000.

Al fine di regolamentare la prassi bancaria dell’epoca, sempre più incline ad ammettere la capitalizzazione trimestrale degli interessi, il Parlamento, con L. 24 aprile 1998, n. 128, delegò il Governo ad emanare “disposizioni integrative e correttive” del testo unico bancario.

In attuazione della legge delega, il Governo emanò il D. Lgs. 4 agosto 1999, n. 342, il cui art. 25, comma 2, attribuiva al Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (CICR) il potere di stabilire modalità e criteri relativamente alla produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria[1].

Con il successivo comma 3, invece, il Governo introduceva una generale sanatoria delle clausole di capitalizzazione degli interessi pattuite prima dell’emanazione del provvedimento da parte del CICR – pubblicato il 9 febbraio 2000, con entrata in vigore il 22 aprile 2020[2] –; prevedendo al contempo che le medesime, per il periodo successivo, avrebbero dovuto essere adeguate, a pena di inefficacia invocabile dal solo correntista, al disposto della ridetta delibera.

Come è noto, l’art. 25, comma 3, D. Lgs. 342/1999 veniva dichiarato incostituzionale dalla Consulta con sentenza n. 425/2000, poiché il Governo, in violazione dell’art. 76 Cost., aveva ecceduto rispetto alla legge di delegazione, stante la mancata previsione, in questa, della possibilità di derogare retroattivamente al disposto dell’art. 1283 c.c. (recante un generale divieto di anatocismo).

Siffatta pronuncia, certamente rivoluzionaria, determinava tuttavia incertezza in ordine alla legittimità delle clausole di capitalizzazione degli interessi stipulate anteriormente all’emanazione della delibera 9 febbraio 2000 CICR e adeguate, mediante il meccanismo previsto dal relativo art. 7[3], prima dell’intervento della Consulta.

Ed è proprio questo il punto focaledell’ordinanza n. 17634/2021 resa dalla Corte di Cassazione.

In particolare, il resistente (attore nel giudizio di primo grado), prima dell’emanazione della delibera CICR, ebbe a stipulare con un istituto di credito quattro contratti di conto corrente, i quali prevedevano la capitalizzazione trimestrale degli interessi.

A seguito della pronuncia di incostituzionalità del meccanismo di sanatoria previsto dall’art. 25, comma 3, D. Lgs. 342/1999, il correntista adiva il Tribunale di Palermo per sentir dichiarare la nullità, tra le altre, delle clausole da ultimo citate.

Il Tribunale di Palermo, con sentenza del 29 febbraio 2012, accolse la domanda, dichiarando illegittima la clausola che prevedeva la capitalizzazione trimestrale degli interessi, condannando conseguentemente la Banca a restituire all’attore la somma di euro 367.322,52.

A seguito del gravame proposto dalla Banca, la Corte d’Appello di Palermo confermava integralmente la pronuncia resa dal Giudice di prime cure, osservando al riguardo che la delibera CICR consentiva l’applicazione del meccanismo della capitalizzazione degli interessi solo per il periodo successivo al 1° luglio 2000[4], mentre i contratti oggetto del contendere erano tutti antecedenti, sicché le clausole oggetto di giudizio erano da considerarsi invalide.

Con ricorso per Cassazione, la Banca censurava la sentenza della Corte d’Appello di Palermo, tra l’altro, nella parte riguardante la (confermata) illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi applicata nei contratti di conto corrente di cui è causa.

In particolare, la ricorrente assumeva che all’epoca dell’approvazione della delibera CICR era in vigore la disciplina transitoria dell’art. 25, comma 3, D. Lgs. 342/1999, che prevedeva la validità delle clausole relative all’anatocismo nei contratti conclusi in data anteriore all’entrata in vigore della succitata delibera, purché adeguate nei modi ivi previsti.

Sempre secondo la ricorrente, la declaratoria di incostituzionalità della disposizione transitoria in discorso non poteva incidere sulla validità delle clausole relative alla capitalizzazione trimestrale degli interessi se, come nel caso di specie, già oggetto di adeguamento ai sensi dell’art. 7 delibera CICR.

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La Suprema Corte, aderendo all’indirizzo maggioritario consolidatosi a seguito dell’arresto giurisprudenziale avvenuto con sentenza n. 23754/1999[5], ha ritenuto infondata la tesi prospettata dalla ricorrente, sulla base dell’assunto secondo cui la sentenza della Corte costituzionale n. 425/2000, «pur non pur non avendo interessato il secondo comma di tale disposizione, che costituisce il fondamento del potere esercitato dal CICR mediante l’adozione della predetta delibera, ha inciso indirettamente sulla disciplina transitoria dettata dall’art. 7 di tale provvedimento, in quanto, avendo fatto venir meno, per il passato, la sanatoria delle clausole che prevedevano la capitalizzazione degl’interessi, ha impedito di assumerle come termine di comparazione ai fini della valutazione dell’eventuale peggioramento delle condizioni precedentemente applicate, in tal modo escludendo la possibilità di provvedere all’adeguamento delle predette clausole mediante la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, come consentito dal comma secondo dell’art. 7, e rendendo invece necessaria una nuova pattuizione»[6].

A tal riguardo, gli Ermellini hanno osservato, da un lato, che la pronuncia di incostituzionalità investiva il solo tema della validazione delle clausole anatocistiche fino al momento in cui è divenuta operante la delibera CICR, senza tuttavia incidere sull’attribuzione al CICR del potere di regolamentare il transito dei vecchi contratti nel nuovo regime[7]; dall’altro che la portata retroattiva della pronuncia d’incostituzionalità dell’art. 25, comma 3, D. Lgs. 342/1999, impone di considerare nulle le clausole anatocistiche inserite nei contratti conclusi prima dell’entrata in vigore della delibera CICR, essendo invece irrilevante l’eventuale adeguamento intervenuto medio tempore.

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In definitiva, in assenza di una nuova convenzione scritta relativa alla capitalizzazione degli interessi, deve escludersi la validità delle clausole stipulate in data anteriore al 9 febbraio 2000, non essendo a tal fine sufficiente la loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

 

Qui l’ordinanza.


[1] In particolare, mediante l’introduzione del secondo comma all’art. 120 TUB, ai sensi del quale «Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori».

[2] Nel prosieguo anche solamente “delibera CICR”.

[3] In particolare, «Qualora le nuove condizioni contrattuali non comportino un peggioramento delle condizioni precedentemente applicate, le banche e gli intermediari finanziari, entro il medesimo termine del 30 giugno 2000, possono provvedere all’adeguamento, in via generale, mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana»; mentre «Nel caso in cui le nuove condizioni contrattuali comportino un peggioramento delle condizioni precedentemente applicate, esse devono essere approvate dalla clientela».

[4] Cfr. art. 7, comma 1, delibera CICR.

[5] Sentenza rivoluzionaria, che ha rappresentato una svolta storica poiché per la prima volta stabiliva espressamente che «gli interessi scaduti non possono produrre interessi altri interessi ogni trimestre: al contrario di quanto sostenuto dagli istituti di credito non esiste un uso normativo che autorizzi il cd. anatocismo al di fuori dei limiti imposti dalla legge. È quindi nulla l’eventuale clausola inserita dalla banca nel contratto e fatta sottoscrivere al cliente».

[6] In senso conforme, si v. Cass. Civ., sez. I, sentenza del 19 maggio 2020, n. 9140; nonché nn. 26769 e 26779 del 21 ottobre 2019.

[7] Che, come visto, richiede una apposita pattuizione scritta tra correntista a Istituto di credito.

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