Liquide o illiquide, questo è il dilemma.



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Nota a ACF, 2 dicembre 2020, n. 3194.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Con la decisione in commento (rimasta inadempiuta), l’Arbitro per le Controversie Finanziarie (ACF) censura nuovamente la condotta di un Intermediario relativa alla vendita di azioni proprie, senza il corretto adempimento degli oneri informativi circa l’illiquidità del titolo.

Al riguardo, il Collegio ha già avuto, invero, più volte occasione di sottolineare che «la prova della illiquidità – in quanto prova di un fatto negativo, ossia l’assenza di scambi – non può essere soddisfatta dall’istante, trattandosi di una prova sostanzialmente per lui diabolica, sicché deve essere l’intermediario, là dove eccepisca la natura liquida degli strumenti al fine di contrastare l’allegazione del ricorrente di inadempimento agli obblighi 5 informativi rafforzati prescritti dalla Consob con la nota Comunicazione del 3 marzo 2009, che deve provare l’esistenza di un adeguato volume di scambi alla data dell’acquisto controverso. Una prova, questa, che l’intermediario è, del resto, agevolmente in condizione di offrire proprio perché è il soggetto che gestiva (almeno sino alla data di avvio degli scambi sul sistema multilaterale Hi-Mtf) le procedure interne di negoziazione, e dunque ha piena evidenza delle quantità scambiate»[1].

Con specifico riferimento al primo acquisto compiuto dalla ricorrente, non risulta che fosse stata consegnata alla cliente una scheda prodotto, conseguendone un’elusione tranchant dell’obbligo di informazione circa le caratteristiche delle azioni; il modulo d’ordine, versato in atti, recava solo l’avviso di inappropriatezza e la comunicazione che la Banca fosse in una situazione di conflitto di interessi, senza alcuna ulteriore indicazione circa gli effettivi rischi connessi agli investimenti in titoli illiquidi, necessari per poter compiere una consapevole scelta d’investimento. In occasione delle due successive operazioni di acquisto attenzionate, non risultava che fossero state segnalate alla cliente – ricorrente, nel modulo d’ordine, le specifiche ragioni di inappropriatezza dell’investimento, che, se chiaramente esplicitate, avrebbero potuto richiamare in maniera più pregnante la sua attenzione al momento dell’investimento.

Da ultimo, l’Intermediario, come comprovato dagli ordini di acquisto, aveva ritenuto le operazioni de quibus adeguate alle caratteristiche e agli obiettivi d’investimento della cliente. L’ACF rileva che le richiamate operazioni d’investimento in azioni della Banca non risultino coerenti con le caratteristiche e gli obiettivi rappresentati dalla cliente nel questionario di profilatura, nell’ambito del quale veniva rilevato un bassissimo grado d’istruzione (segnatamente, licenza elementare) e la pensione come fonte prevalente di reddito. Circa la propensione al rischio, la ricorrente dichiarava di volersi assumere un “Basso Grado di Rischio”, essendo “disposta ad accettare in un anno” la perdita “solo di una minima parte di capitale investito”, e, riguardo al proprio obiettivo d’investimento, che intendesse “Ricercare un adeguato reddito, pur accettando una modesta variabilità dei risultati e moderata presenza di minusvalenze”. È evidente come, a fronte di tali dichiarazioni, gli investimenti nelle azioni non fossero coerenti con il profilo di investitore della ricorrente.

 

 

Qui la decisione.


[1] Cfr. ACF, 25 maggio 2020, n. 2622.

 

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