L’inferenza della surrogazione legale nella locazione sul contratto di fideiussione: la pronuncia monografica della Terza Sezione Civile.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 4 febbraio 2021, n. 2711.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

La Terza Sezione Civile, all’esito di una descrizione monografica dell’istituto fideiussorio e, segnatamente, dei suoi profili funzionali e operativi afferenti alle concettualità di accessorietà, autonomia e collegamento negoziale, ha statuito il seguente principio di diritto: «Dal combinato disposto degli artt. 1599 e 1602 cod. civ. emerge che colui che acquista una res locata, ricorrendo i presupposti di cui all’art. 1599 cod. civ., subentra ex lege all’originario locatore anche nella obbligazione di garanzia di cui quest’ultimo era beneficiario, ai sensi dell’art. 1602 cod. civ., se tale obbligazione, derivando dal contratto di locazione, in quanto ne aveva costituito una clausola da esso inscindibile, non sia venuta meno per specifiche intese tra le parti originarie. Diversamente, l’operatività della surrogazione legale, di cui all’art. 1602 cod. civ., trova un limite nell’autonomia del contratto di fideiussione rispetto al contratto di locazione. Deve escludersi, infatti, che l’attribuzione della garanzia “derivi” da quest’ultimo, ai fini ed agli effetti di cui all’art. 1602 cod. civ., nonostante l’accessorietà che la contraddistingue, non solo dal punto di vista genetico, ma anche da quello funzionale.»

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Le circostanze fattuali.

Nel 2004, una società per azioni aveva sottoscritto con una società a responsabilità limitata un contratto di locazione ad uso commerciale, avente a oggetto un immobile, e, contestualmente, i due soci e consiglieri della conduttrice si erano costituiti fideiussori.

In seguito, la S.p.A. aveva trasferito la proprietà dell’immobile locato a un’altra s.r.l., comunicandolo alla conduttrice. Il contratto, alla prima scadenza, veniva prorogato per altri sei anni.

Nel 2014, odierna ricorrente aveva ottenuto, dal Tribunale di Treviso, decreto con cui veniva ingiunto alla s.r.l. conduttrice, in liquidazione, quale debitrice principale, nonché ai due fideiussori, il pagamento di euro 14.449,93, oltre ad interessi e spese, avverso il quale, questi ultimi avevano proposto opposizione, eccependo la carenza di legittimazione attiva dell’ingiungente, per avere acquistato l’immobile oggetto del contratto di locazione senza essere subentrata nel contratto di fideiussione; nel merito, veniva affermato che vi fossero i gravi motivi per legittimare l’intervenuto recesso, ex art. 27 l. n. 392/1978, nonché la nullità della stessa fideiussione.

L’adito Tribunale di Treviso, considerando l’obbligazione fideiussoria di natura accessoria rispetto all’obbligazione del debitore principale ed essendo quella per cui era causa contenuta nel contratto di locazione, aveva ritenuto che:

a) che i fideiussori avessero garantito gli obblighi assunti dalla s.r.l. in conseguenza del contratto di locazione;

b) che la circostanza che l’immobile locato fosse stato alienato non permetteva di affermare che la società acquirente non fosse legittimata ad avvalersi della fideiussione.

Tale provvedimento veniva impugnato innanzi alla Corte d’Appello di Venezia, che accoglieva l’eccezione di carenza di legittimazione attiva, ritenendo che l’originario proprietario si fosse limitato ad alienare l’immobile locato, senza cedere i diritti derivanti dal contratto di fideiussione, e che il fenomeno successorio, in caso di alienazione dell’immobile, regolato dall’art. 1602 c.c., si riferisse esclusivamente alle obbligazioni derivanti dal contratto di locazione che è contratto distinto da quello fideiussorio.

L’acquirente proponeva ricorso in Cassazione, articolando un solo motivo. Resisteva, con controricorso, un fideiussore.

 

 

Il motivo di ricorso.  

Con l’unico motivo, parte ricorrente deduceva la violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1367, 1372, 1375, 1936, 1602 c.c., ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. Premesso che la fideiussione per cui è causa fosse sorta per dare esecuzione al rapporto principale, tanto più che era stata rilasciata dai soci dell’obbligata principale, con la vendita dell’immobile si era trasferito anche il contratto di locazione, e il contratto di fideiussione, non essendosi mai risolto per mutuo consenso, si sarebbe sciolto, secondo il ragionamento della Corte d’Appello, per una delle cause ammesse dalla legge. Per contro, la ricorrente adduceva che nessuna disposizione codicistica, in tema di fideiussione, preveda che il contratto a garanzia del pagamento dei canoni si debba risolvere se l’immobile venga trasferito a terzi. Né, tantomeno, l’art. 1955 c.c. (afferente alla liberazione del fideiussore per fatto del creditore), sì come l’art. 1956 c.c. (per scadenza dell’obbligazione futura) e l’art. 1957 c.c. (per scadenza dell’obbligazione principale) interessano questa ipotesi.

Ciò premesso, la Corte territoriale non avrebbe dato rilievo al fatto che l’art. 1602 c.c. preveda che l’acquirente subentri, non puramente e semplicemente nel contratto di locazione, ma anche nei diritti e nelle obbligazioni derivanti dal contratto di locazione; di conseguenza, posto che la fideiussione derivi dal contratto di locazione, il diritto di escutere quest’ultima dovesse ritenersi trasferito con la cessione ex lege del contratto di locazione all’acquirente dell’immobile, essendo questa l’unica interpretazione conservativa, ex art. 1367 c.c., atta ad evitare «l’unilaterale risoluzione del rapporto, il tutto nel rispetto dei noti principi in tema di buona fede e correttezza nell’esecuzione dei contratti.».

 

 

La questione di particolare rilevanza.

La Terza Sezione, in primo luogo, dichiarata l’inammissibilità del ricorso, per il mancato soddisfacimento da parte della società ricorrente delle prescrizioni di cui all’art. 366, n. 6, c.p.c., come, peraltro, eccepito nel controricorso. Pur tuttavia, il Collegio ritiene opportuno pronunciare d’ufficio, ai sensi dell’art. 363, terzo comma, c.p.c., ancorché senza alcun effetto sul provvedimento oggetto di ricorso per cassazione, una regola di giudizio, idonea a servire come criterio di decisione per la soluzione di casi analoghi o simili.

Nel caso di specie, la questione di particolare rilevanza è la verifica del se la prestazione di una garanzia personale si trasferisca, insieme con il contratto di locazione cui accede, a seguito della vendita dell’immobile locato, in virtù del combinato disposto degli artt. 1599 e 1602 c.c.

 

 

La decisione del Collegio.

Si deve dare continuità al costante e pacifico orientamento della giurisprudenza di legittimità, per cui la vendita dell’immobile locato determini, ai sensi degli artt. 1599 e 1602 c.c., la surrogazione, nel rapporto di locazione, del terzo acquirente, che subentra nei diritti e nelle obbligazioni del venditore – locatore, senza necessità del consenso del conduttore, posto che quest’ultimo conserva integra la sua posizione nel rapporto contrattuale (rimanendo inalterati gli oneri e i doveri accessori nascenti dal contratto a carico del cessionario) e versa in una posizione di indifferenza giuridica rispetto al soggetto al quale deve pagare il canone di locazione[1]. Ne consegue che il conduttore sia tenuto, di regola, a pagare i canoni all’acquirente, nuovo locatore, dalla data in cui abbia ricevuto la comunicazione della vendita dell’immobile, in una qualsiasi forma idonea, in applicazione analogica di quanto disciplinato dall’art. 1264 c.c., in tema di cessione dei crediti[2].

Deve osservarsi, in particolare, che siffatto subentro si riferisca ai diritti e agli obblighi derivanti dal contratto di locazione, tant’è che è pacifico che il principio, stabilito in materia di locazione dall’art. 1602 c.c., che fissa nel momento dell’acquisto del bene locato il subingresso dell’acquirente nel complesso dei diritti, ragioni e situazioni giuridiche inerenti alla res locata (in applicazione del principio di derivazione romanistica emptoris eadem causa circa petendum quae fuit auctoris), se esclude implicitamente che il fenomeno successorio possa avere effetto retroattivo, implica, per converso, che il rapporto di locazione venga a scindersi in due periodi distinti, rispetto a ciascuno dei quali l’unico contratto spiega i suoi effetti nei confronti di colui che in quel periodo ha la qualità di locatore.

Ne consegue la necessità di stabilire se l’acquirente dell’immobile locato, pur subentrando in tutti i diritti e gli obblighi correlati alla prosecuzione del rapporto di locazione, anche con le connotazioni da esso assunte in relazione alle vicende che ne contrassegnano lo svolgimento, debba considerarsi terzo non solo rispetto ai diritti e agli obblighi già perfezionatisi ed esauritisi a favore e a carico delle parti originarie fino al giorno del suo acquisto[3], ma anche rispetto al contratto di garanzia personale. Supponendo che il debito principale non sia ancora venuto a scadenza e tenendo in conto che, secondo l’insegnamento della stessa giurisprudenza di legittimità, «la fideiussione prestata a garanzia di una o più obbligazioni si protrae, salva diversa volontà negoziale, per lo stesso termine entro il quale la prestazione garantita va eseguita; sicché nella ipotesi di locazione in cui sia garantito l’obbligo del pagamento del canone, il fideiussore può recedere anticipatamente solo se, nel contratto di locazione e in quello di fideiussione, le parti abbiano espressamente convenuto il diritto del garante di recedere in qualunque momento dalla prestazione di garanzia ovvero se ricorra altra causa idonea a giustificare il recesso»[4].

Non potendo trovare applicazione nel caso di specie il limite generale alla surrogazione rappresentato dall’intrasmissibilità della situazione giuridica soggettiva e dall’intuítus personae, la questione deve  essere affrontata muovendo dalla premessa necessitata rappresentata dal principio di carattere generale, secondo cui le garanzie, anche personali, siano accessorie del credito, e che ciò si traduca nell’assoggettamento alla sorte di quest’ultimo e, finanche, ad ambulare con la circolazione del medesimo (in ossequio al noto brocardo «accessorium sequitur principale»).

 

 

Sulla nomenclatura codicistica dell’accessorietà della garanzia fideiussoria.

È premura della Terza Sezione rilevare come il principio di accessorietà, per quanto specificamente riguarda la fideiussione, si possa declinare in alcune regole fondamentali; segnatamente:

  • l’art. 1939 c.c., che sancisce l’invalidità della fideiussione ove non sia valida l’obbligazione principale;
  • l’art. 1941 c.c., che configura una sorta di riduzione legale della prestazione del fideiussore;
  • l’art. 1942 c.c., che prevede che la fideiussione venga prestata per l’intero debito (e tutte le sue conseguenze);
  • l’art. 1945 c.c., relativo alle eccezioni opponibili dal fideiussore;
  • l’art. 1263, primo comma, c.c., per cui le garanzie personali e reali, oltre che i privilegi, sono trasferite dal cedente al cessionario per effetto della cessione: il loro trasferimento si attua anche se non menzionato nell’atto di cessione e si realizza in forza della medesima causa che giustifica la trasmissione del credito;
  • l’art. 1204, prima comma, c.c., relativo al pagamento con surrogazione, a mente del quale il subingresso del solvens nei diritti del creditore ha effetto anche contro i terzi che hanno prestato garanzia per il debitore.
 

 

L’attenuazione dell’accessorietà.

Concorrono ad attenuare tale accessorietà tre norme peculiari, che, da un lato, sono permeate da un criterio di equità, e, dall’altro, si fondano sulla struttura stessa di tale garanzia, posto che il fideiussore risponde per un debito proprio, che però accede ad un’obbligazione principale sulle cui vicende egli non può di per sé incidere.

Di tal guisa, se tale rapporto subisce interferenze per lui pregiudizievoli, che dipendano dal creditore, è corretto che sia quest’ultimo (invece che il garante), a subirne le conseguenze; invero: l’art. 1955 c.c. dispone una sanzione a carico del creditore che abbia reso inattuabile il diritto di surrogazione del fideiussore; l’art. 1956 c.c. libera il fideiussore per un’obbligazione futura, ove il creditore sia venuto meno al suo obbligo di comportarsi in buona fede; l’art. 1957 c.c. tutela il fideiussore contro l’incertezza derivante dal ritardo nell’esercizio del diritto del creditore che ha l’onere di agire tempestivamente per non perdere la garanzia fideiussoria.

 

 

Sulla perimetrazione dell’operatività dell’art. 1602 c.c.

Nel caso oggetto del ricorso, è pacifico che non abbiano operato le menzionate cause di estinzione speciale della fideiussione, né, tantomeno, siano intervenute le cause di scioglimento derivanti dal diritto comune dei contratti; consequenzialmente, alla risoluzione della questione può addivenirsi solo accertando il perimetro applicativo dell’art. 1602 c.c., ovverosia stabilendo se e quando, con la vendita del bene locato, il nuovo locatore/proprietario acquisti, per effetto della surrogazione ex lege regolata dalla disposizione codicistica de qua, un duplice credito: quello verso il debitore principale e, altresì, l’altro verso il fideiussore.

Si devono, peraltro, attenzionare anche gli effetti che derivano ex lege dall’art. 1602 c.c. (non derogati con accordo inter partes) e i pronunciamenti della giurisprudenza di legittimità, secondo cui la surrogazione ex lege del terzo acquirente dell’immobile locato avviene «nel contratto di locazione e nei relativi accessori (art. 1263 cod.civ.), e in particolare con i poteri comuni al contenuto e all’esercizio del credito (…). A parte l’ipotesi ex art. 111 cod.proc.civ., l’acquirente può a tale stregua esercitare tutte le azioni previste dalla legge a tutela del credito (…), volte cioè ad ottenerne la realizzazione[5], potere invero spettantegli già in base al principio generale della tutela giurisdizionale dei diritti[6]. A titolo esemplificativo, è stato considerato accessorio del contratto di locazione l’obbligo di restituzione, in favore del conduttore, del deposito cauzionale. Difatti, nel contratto di locazione, il deposito cauzionale ha natura di pegno irregolare, ovverosia di pegno avente a oggetto cose fungibili (nella sostanza, il denaro). Il deposito cauzionale è accessorio rispetto alle obbligazioni che garantisce ed è caratterizzato dal diritto di sequela, sicché si trasferisce unitamente all’immobile[7].

Ciò premesso, è convincimento del Collegio che non esista una risposta univoca all’interrogativo se la garanzia fideiussoria “dipenda” dal contratto di locazione, l’unico da cui il terzo acquirente acquista diritti ed obblighi da rispettare, ai sensi dell’art. 1602 c.c.[8], e che, per contro, occorra disarticolare la conclusione, in considerazione delle specificità del caso concreto, ponendo, più nello specifico, l’attenzione: all’obbligo, al credito garantito, alla posizione del terzo che si sia reso garante senza essere debitore, alle connesse relazioni a più lati.

 

 

La necessità di un esame circostanziato.

La prestazione di una garanzia personale può essere assunta spontaneamente da parte del garante, ovverosia senza lo stimolo di un’obbligazione “a monte”, secondo lo schema del contratto con obbligazioni a carico del solo proponente[9]. In seno alla giurisprudenza non si è neppure esclusa l’ammissibilità di un preliminare di fideiussione, cioè dell’obbligo unilateralmente assunto dal terzo di prestare fideiussione[10]; oppure, da ultimo, può essere assunta in adempimento di un obbligo gravante sul conduttore. È assai frequente, infatti, che con lo stesso contratto dal quale origini il debito principale (e, precisamente, quale condizione della sua esecuzione) il debitore si obblighi nei confronti del proprio creditore a procurargli un fideiussore.

Ciò non incide necessariamente sui caratteri del negozio fideiussorio, il quale intercorre, comunque, esclusivamente fra il fideiussore e il creditore, restandone il debitore estraneo, salve diverse intese fra le parti[11]. Così come il debitore è terzo rispetto al contratto di fideiussione, il fideiussore rimane estraneo agli accordi intercorsi tra debitore principale e creditore aventi ad oggetto l’obbligo del primo di prestare garanzia fideiussoria[12]; di conseguenza, il contenuto della fideiussione va individuato alla stregua della proposta del fideiussore e della relativa accettazione del creditore, senza che possano assumere rilievo (ove non espressamente menzionate) le eventuali intese tra il fideiussore e il debitore[13]. Nel contesto dell’obbligo di procurare fideiussione per volontà delle parti, può ammettersi anche il ricorso alla promessa dell’obbligazione del terzo, ove il debitore prometta al creditore che un terzo presterà fideiussione[14].

La posizione di terzietà del debitore rispetto al contratto di garanzia, stipulato tra creditore e fideiussore, viene meno lì dove il debitore stesso stipuli un contratto con il garante, in forza del quale quest’ultimo assuma la sua obbligazione di garanzia nei confronti del creditore. La prestazione di garanzia, in tal caso, trae origine da un contratto a favore di terzo, in cui promittente è il fideiussore, beneficiario il creditore e stipulante il debitore (la fideiussione, che, di regola, è un contratto tra il fideiussore ed il creditore della prestazione garantita, può anche essere stipulata con l’intervento del debitore o tra quest’ultimo ed il garante, in modo da configurare un contratto a favore del terzo creditore che, dichiarando di volerne profittare, rende irrevocabile la stipulazione, ai sensi dell’art. 1411 c.c.)[15].

L’obbligo di garanzia personale è riconducibile alla fideiussione solo ove il garante assuma un ruolo vicario del debitore principale nell’adempimento di una prestazione specificamene individuata, che se non è non identica, è, perlomeno, analoga a quella del garantito, sia che a eseguirla sia il debitore principale, sia che, simmetricamente, a farlo al suo posto sia il fideiussore; è opinabile che lo sia, invece, quando il creditore cerchi con uno strumento agile ed efficace di soddisfare i propri diritti, stipulando con un terzo un contratto che obbliga quest’ultimo a tenerlo indenne dalle conseguenze del mancato adempimento delle prestazioni gravanti sul debitore principale (per esempio, limitando l’attenzione al contratto di locazione, se ad essere garantita non sia solo l’obbligazione di pagamento del canone di locazione, ma anche l’adempimento di altre obbligazioni assunte con il contratto, quali quella di eseguire lavori di adeguamento della res locata, quella di risarcire gli eventuali danni che dovessero derivare dal contratto: danni subiti dal bene per omessa manutenzione, danni derivanti dal ritardo nel rilascio dell’immobile ai sensi dell’art. 1591 c.c.). Invero, in tale ultimo caso, nel contratto non sono riconoscibili i tratti della fideiussione tipica, essendo l’obbligazione del garante non quella di garantire l’adempimento di una obbligazione specificamente determinata, ma quella di garantire che il creditore, stipulando il contratto principale, non avrà a patire danni, sicché una funzione assicurativa si innesta su una funzione di garanzia (ipotesi che suggerisce l’esclusione della ricorrenza di una fideiussione, almeno nella sua configurazione tipica).

La conseguenza da trarne sarebbe nel senso dell’intrasferibilità del contratto di garanzia a terzi insieme con il contratto di locazione, difettando il contratto del requisito dell’accessorietà, come comunemente intesa. In tale contesto, la successione in un rapporto di locazione, a latere locatoris, non importerebbe anche la successione nel contratto di garanzia, di cui era parte un precedente locatore e la cui stipula era prevista nel contratto di locazione in favore di quest’ultimo, in assenza di espresso accordo tra le parti.

Difatti, un conto è che il garante assuma su di sé la stessa obbligazione del debitore principale, nei confronti del creditore; altro è, per contro, che si accolli unilateralmente il rischio dell’obbligazione principale o che esprometta il debitore principale: il locatore otterrebbe comunque una prestazione vantaggiosa, non con l’affiancamento di un contratto nuovo a quello di locazione, bensì in virtù di una modificazione soggettiva da lato passivo del rapporto obbligatorio, che concorre a determinare la sostituzione del debitore principale e non l’affiancamento a quest’ultimo di un garante[16].

L’obbligazione fideiussoria può essere parte integrante del contratto di locazione, perché contenuta in una clausola indissolubilmente inserita nel contratto di locazione e in nesso di interdipendenza necessario nell’economia generale del contratto, o essere assunta attraverso un contratto autonomo collegato funzionalmente a quello locativo. Nel primo caso, l’applicazione dell’art. 1602 c.c. consente di ritenere che il proprietario, subentrato ex lege nel contratto di locazione, non possa essere considerato terzo rispetto al contratto di fideiussione. Contrariamente, nel caso in cui la fideiussione sia stata prestata attraverso un contratto a sé (“La circostanza che il patto di garanzia sia stato vergato in calce ad un contratto di locazione costituisce una normale ipotesi di collegamento genetico[17], essendo pacifico che il contratto di fideiussione sia autonomo rispetto all’altro)[18], l’accessorietà che caratterizza la garanzia non deve indurre a trascurare il fatto che il contratto sia autonomo rispetto all’obbligazione garantita.

 

 

Sull’autonomia del contratto di fideiussione.

Proprio dall’autonomia del contratto di fideiussione, la giurisprudenza di legittimità ha fatto discendere la ratio giustificatrice del regime delle eccezioni che il fideiussore può opporre al creditore: eccezioni che attengono non solo all’obbligazione principale, ma anche al rapporto di garanzia, chiarendo che «il fideiussore citato in giudizio dal creditore unitamente al debitore principale per l’adempimento coattivo della medesima prestazione può opporgli non solo le eccezioni opponibili dal debitore principale, ma altresì quelle fondate sui suoi rapporti personali con il creditore. Egli, pertanto, può far valere in compensazione un proprio credito verso di lui»[19].

In maniera non dissimile, è stato più volte ribadito come nel rapporto fideiussorio non siano coinvolte le parti del contratto di locazione, bensì, esclusivamente, il locatore e il terzo fideiussore[20]; che, quindi, «la domanda proposta dal fideiussore del fallito nei confronti del soggetto garantito (…) e la riconvenzionale eventualmente proposta dal garantito nei confronti del garante (…) non hanno ad oggetto crediti concorsuali, dato che riguardano rapporti intercorrenti tra soggetti terzi rispetto al fallito»[21]; da ultimo, che «la relazione di accessorietà dell’obbligazione fideiussoria rispetto a quella principale non esclude la reciproca autonomia delle due obbligazioni e si traduce sul piano processuale nell’inconfigurabilità del litisconsorzio necessario tra creditore, debitore principale e fideiussore»[22].

 

 

Sulla causa “costante” del contratto di fideiussione.

L’evocata autonomia, nella descritta accezione, non pare essere, pur tuttavia, bastevole per risolvere la questione posta dalla vicenda in esame, sì come non è sufficiente confidare sulla nozione di accessorietà.

È vero che il contratto di fideiussione possa ambire a rappresentare, a ragione, il prototipo delle garanzie personali, ma il fatto che il legislatore codicistico abbia previsto che il fideiussore si obblighi “personalmente” (ai sensi dell’art. 1936 c.c.), secondo autorevole dottrina, non si traduce unicamente, su di un piano pragmatico – operativo, nella circostanza per cui egli debba rispondere personalmente, vale a dire con tutto il suo patrimonio (e non con beni determinati), dell’obbligazione, perché non sarebbe stato necessario precisarlo, data la concorrente previsione di cui all’art. 2740 c.c.

All’avverbio “personalmente” deve, quindi, annettersi un più ampio e ulteriore significato. Difatti, a giudizio della Terza Sezione deve ritenersi tutt’altro che un’inserzione pleonastica, essendo, invece, finalizzata a rimarcare il rapporto personale tra fideiussore e garantito, ovverosia il fatto che il primo assuma un obbligo analogo a quello del debitore principale, ma con un’obbligazione propria avente una propria autonoma causa. In altri termini, il negozio di garanzia si pone accanto, si affianca, a quello garantito, ma lo mantiene nell’ambito suo proprio, senza fargli acquistare valore formativo della sfera del secondo.

In tale prospettiva, il contratto di fideiussione risulta caratterizzato da una causa costante, che prescinde da quella del negozio di volta in volta garantito, costituita non già dall’assunzione del rischio dell’inadempimento dell’obbligazione principale, ma dalla funzione di garanzia dell’adempimento mediante l’allargamento della base soggettiva, che è del tutto indipendente dall’effettivo rischio di inadempimento e, dunque, dall’eventualità che il debitore principale non adempia la propria obbligazione (ovvero che il suo patrimonio, o il bene offerto in garanzia reale, possa essere insufficiente a soddisfare le ragioni del creditore)[23].

 

 

Sull’inferenza della causa sulla nozione di accessorietà.

L’accessorietà che lega il contratto di garanzia al rapporto principale consente di realizzare un’intersezione (e non una vera e propria fusione) tra i due negozi, giacché l’obbligazione principale e quella fideiussoria, sebbene collegate, mantengono una propria individualità, non soltanto soggettiva (data l’estraneità del fideiussore al rapporto richiamato dalla garanzia), ma anche oggettiva, in quanto la causa fideiussoria è fissa e uniforme, mentre l’obbligazione garantita non influisce su quella della fideiussione (per la quale continuano a valere le normali regole)[24].

Con precipuo riferimento alla nozione di accessorietà, esiste una pluralità di opinioni, che risente delle discordanti tesi sulla causa del contratto di fideiussione. Invero, se si assume a premessa del ragionamento che la fideiussione abbia una sua specifica causa e non una causa che si determina per relationem, l’accessorietà non può che intendersi alla stregua di una particolare figura di connessione giuridica che dia luogo a una combinazione, e non già a una fusione, tra il contratto principale e quello di garanzia, sì che il rapporto tra il creditore ed il fideiussore e quello tra creditore e debitore sono reciprocamente estranei, benché accessori.

Questo dato assume carattere dirimente, perché il collegamento tra il contratto fonte del debito principale e quello accessorio di garanzia incontra un limite operativo nell’autonomia della fideiussione. Se il negozio fideiussorio è fornito di una propria causa, la quale non è generica e da specificare con riferimento a una fonte estrinseca, che valga a conferire all’interesse negoziale la compiutezza necessaria a fare il fondamento sostanziale dell’attribuzione della garanzia, la causa cavendi presuppone sì il riferimento a un’altra obbligazione (alla cui attuazione è funzionalizzata l’obbligazione di garanzia), ma è tipica e, in quanto tale, atta a distinguere la fideiussione da altre fattispecie a causa esterna.

 

 

Sul favor fideiussoris.

Non tutte le ipotesi in cui un negozio rinvia a un altro comportano l’immissione di quest’ultimo nel contenuto del primo; in tal guisa, il rinvio che l’art. 1936 c.c. opera (e che ispira le altre regole che governano l’accessorietà) al debito principale non possono essere intesi quali indici presuntivi di una assenza di autonomia causale dell’attribuzione di garanzia, ma esprimono una relativizzazione della garanzia, finalizzata al rispetto del favor fideiussoris, che è intima espressione della preoccupazione del legislatore che la posizione del fideiussore non diventi particolarmente onerosa.

 

Sull’atomismo tra accessorietà (tra situazioni giuridiche soggettive) e collegamento (tra contratti).

Posto allora che, senza interferire con il rapporto tra il creditore e il debitore, il fideiussore debba la propria prestazione sulla base di un titolo autonomo rispetto a quello giustificativo della prestazione del debitore principale e, adempiendola, dia attuazione a un obbligo proprio e non altrui, nel caso di specie, ove tutto si gioca sul rapporto tra accessorietà e autonomia del contratto di fideiussione, pur concluso per dare attuazione al rapporto principale, deve essere chiaro che un discorso sia l’accessorietà tra situazioni giuridiche soggettive (ovverosia, obbligo principale e obbligo del garante), altro è il collegamento che viene a determinarsi tra contratti (in questo caso, tra quello di locazione e la fideiussione).

È pacifico che le norme che il codice dedica all’accessorietà della fideiussione si riferiscano al collegamento tra situazioni giuridiche soggettive. L’operazione economica di collegamento del contratto di locazione con quello di fideiussione è, tuttavia, a sé stante, dal momento che è in questione non l’accessorietà, quale elemento naturale tra obbligazione principale e obbligazione del garante, ma la connessione stessa che viene a determinarsi tra fideiussione e locazione, in vista della realizzazione dell’operazione economica che le parti hanno inteso realizzare (non potendosi, a tal riguardo, trascurare che il creditore possa essere indotto a stipulare il contratto proprio perché confidente nella garanzia personale rilasciata dal terzo).

Per quanto la concettualità di “collegamento” si connoti, ormai, per una ampia e indefinibile versatilità, risultando collettore delle più disparate ipotesi, e, al contempo, essendo pacifico che l’unitarietà del documento negoziale non consenta di trarre conclusioni né in ordine alla ricorrenza del collegamento, né, tantomeno, relativamente ai suoi effetti (risolvendosi, di norma, in un dato occasionale espressivo della mera esteriorizzazione di una pluralità di distinte dichiarazioni negoziali), l’autonomia del contratto di fideiussione rispetto al contratto a questo collegato è sufficiente a escludere che la surrogazione di cui all’art. 1602 c.c. si estenda all’obbligazione di garanzia, ove ciò non sia stato espressamente convenuto con il fideiussore (al netto dell’ipotesi in cui la prestazione di garanzia abbia costituito una clausola del contratto di locazione inscindibile dallo stesso); in tal senso, deve ribadirsi che «l’accessorietà che caratterizza il rapporto fideiussorio rispetto a quello principale opera interamente sul piano funzionale degli obblighi assunti dal fideiussore, ma non certo su quello morfologico e strutturale rispetto al quale resta netta e indiscutibile la distinzione e autonomia dei due rapporti»[25] e che la natura e funzione del contratto di fideiussione richiedono un nesso fra i contratti: l’esigenza del nesso ha una base oggettiva e nessun rilievo giuridico acquista il fatto che la volontà delle parti debba porre in essere, di volta in volta e concretamente, la fattispecie negoziale.

 

 

Sul collegamento “necessario”.

Il collegamento evocato, quand’anche non meramente occasionale, perché rinveniente solo dalla contestualità dei contratti, è da ascriversi al cosiddetto collegamento necessario, in quanto è in re ipsa e prescinde dalla volontà delle parti, che annovera, secondo la tesi più diffusa, tre diverse ipotesi: 1) il collegamento genetico; 2) il collegamento funzionale; 3) il caso dei contratti di cui l’uno costituisce l’antecedente necessario dell’altro.

Alla prima ipotesi si riconducono i casi in cui l’influenza sull’esistenza di un altro contratto riguarda la costituzione, la modificazione o l’estinzione; alla seconda appartengono i contratti cc.dd. accessori, nonché quelli astratti e indiretti; da ultimo, alla terza ipotesi sono riconducibili i casi in cui un negozio tipico costituisca per la sua efficacia il logico antecedente di un altro.

Il denominatore comune del collegamento necessario è che il legislatore, nel descrivere il modello di fatto, abbia inteso legare la sussistenza e le sorti (o la funzione, o gli effetti) di un negozio a quelle di un altro. Può convenirsi, dunque, con quella dottrina che esclude la ricorrenza di una connessione contrattuale vera e propria, ravvisandovi, invece, un problema di costruzione della fattispecie e della sua interpretazione. Come il collegamento occasionale sembra estraneo alla teoria della connessione tra i negozi (appartenendo, piuttosto, alla teoria del documento giuridico), in maniera non dissimile si potrebbe affermare che il c.d. collegamento necessario (o legale, o tipico), invece di appartenere alla teoria della connessione tra i negozi, sia afferente alla tecnica di costruzione della fattispecie e si risolva, consequenzialmente, in un problema di interpretazione della norma che ne costituisce la fonte.

Il collegamento tra il contratto da cui origina il debito principale e il contratto fideiussorio non esprime un nesso economico o di scopo unificati dalla volontà delle parti contraenti di coordinare gli stessi al fine di perseguire un fine comune, ulteriore e tendenzialmente diverso da quello che i contraenti potrebbero ottenere ove i contratti fossero separati, né implica l’applicazione del principio simul stabunt simul cadent. La norma da attenzionare è, anche in questo frangente, l’art. 1602 c.c., dal quale non può che farsi discendere (laddove le parti non abbiano diversamente ed espressamente disposto), la conseguenza che l’obbligo fideiussorio derivi (nell’accezione di “trovare la propria fonte”) dal contratto di locazione solo ove ne abbia costituito parte integrante.

Tale conclusione non è inficiata dai dubbi sulla sorte della fideiussione prestata a favore dell’originario locatore. L’art. 1599 c.c. ha, comunque, prodotto la sostituzione del creditore originario con il nuovo proprietario, determinando sulla fideiussione un effetto novativo ex lege dal lato attivo del rapporto obbligatorio, che può essere evitato solo attraverso una previsione espressa a ciò deputata. Per concludere: dal combinato disposto degli artt. 1599 e 1602 c.c. emerge che colui che acquista una res locata, ricorrendo i presupposti di cui all’art. 1599 c.c., subentra ex lege all’originario locatore anche nella obbligazione di garanzia di cui quest’ultimo era beneficiario, ai sensi dell’art. 1602 c.c., se tale obbligazione, derivando dal contratto di locazione (in quanto ne aveva costituito una clausola da esso inscindibile), non sia venuta meno per specifiche intese tra le parti originarie. Diversamente, l’operatività della surrogazione legale, di cui all’art. 1602 c.c., trova un limite nell’autonomia del contratto di fideiussione rispetto al contratto di locazione. Deve escludersi, infatti, che l’attribuzione della garanzia “derivi” da quest’ultimo, ai fini ed agli effetti di cui all’art. 1602 c.c., nonostante l’accessorietà che la contraddistingue, non solo dal punto di vista genetico, ma anche da quello funzionale.

 

 

 

 

Qui la pronuncia.


[1] V. Cass. 13 luglio 2018, n. 18536.

[2] V. Cass. 11 maggio 1965, n. 898.

[3] Cfr. Cass. 12 gennaio 1991, n. 254; Cass. 23 novembre 2012, n. 19747.

[4] V. Cass. 26 novembre 2014, n. 25179.

[5] V. Cass. 18 luglio 2006, n. 16383; Cass. 9 dicembre 1971, n. 3554.

[6] Così, in motivazione, Cass. 24 luglio 2012, n. 12883; in senso conforme, Cass. 26 settembre 2018, n. 22802; Cass. 9 aprile 2015, n. 7099.

[7] V. Cass. 11 ottobre 2013, n. 23164.

[8] V. Cass. 16 marzo 1955, n. 776.

[9] Cfr. Cass. 15 ottobre 2012, n. 17641; Cass. 29 settembre 2016, n. 19270.

[10] Cfr. Cass. 4 dicembre 1967, n. 2861.

[11] Cfr., ex pluribus, Cass. 5 luglio 2004, n. 12279; Cass. 12 aprile 1984, n. 2536; Cass. 2 maggio 1983, n. 3018.

[12] V. Cass. 13 giugno 2006, n. 13652.

[13] V. Cass. 5 marzo 1984, n. 1525.

[14] Cfr. Cass. 29 ottobre 2003, n. 16225; Cass. 9 aprile 1990, n. 2965.

[15] V. Cass. 4 aprile 1995, n. 3940.

[16] Cfr. Cass. 20 febbraio 1982, n. 1081; Cass. 26 novembre 2009, n. 24891.

[17] V. Cass. 7 marzo 2017, n. 5612.

[18] Cfr. Cass. 22 maggio 2020, n. 9456; Cass. 19 dicembre 2017, n. 30409.

[19] V. Cass. 23 novembre 2001, n. 14861.

[20] Cfr. Cass. 22 maggio 2020, n. 9456; Cass. 8 novembre 2019, n. 28827; Cass. 13 febbraio 2009, n. 3525.

[21] Cfr. Cass. 9 luglio 2005, n. 14468.

[22] Cfr. Cass. 17 luglio 2002, n. 10400; Cass. 30 gennaio 1985, n. 579; Cass. 7 giugno 1974, n. 1709.

[23] Cfr. Cass. 30 giugno 1988, n. 6407.

[24] Cfr. Cass., Sez. Un., 5 febbraio 2008, n. 2655.

[25] V. Cass. 8 novembre 2019, n. 28827.

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