Doveri informativi a carico dell’intermediario ed effettiva consapevolezza dell’investitore.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 20 agosto 2020, n. 17413.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Suprema Corte, la vigente normativa pone un’incisiva serie di doveri informativi a carico degli intermediari, con prescrizione che non è fine a sé stessa, ma è direttamente funzionale, per contro, a far acquisire al cliente l’effettiva consapevolezza dell’investimento, che viene concretamente in rilievo.  

Poste le prescrizioni di cui al TUF (come formate, prima di tutto, dalle clausole generali di cui all’art. 21) e della disciplina regolamentare, come pure la specifica finalità di protezione del cliente (inteso come risparmiatore che investe, secondo la prospettiva tracciata, nel vertice, dall’art. 47 Cost.), si deve comunque ritenere che, nell’economia della singola operazione, l’obbligo informativo assuma rilievo determinante, essendo diretto ad assicurare scelte di investimento realmente consapevoli; per modo che, in assenza di un consenso informato dell’interessato, il sinallagma del singolo negozio di investimento manchi di trovare piena attuazione.  

Come ha correttamente riscontrato la pronuncia di Cass., 4 aprile 2018, n. 8333, “che un investitore propenda per investimenti rischiosi”, nel caso anche dichiarando di possedere un’esperienza “alta” in proposito, “non toglie che egli selezioni tra gli investimenti rischiosi quelli a suo giudizio aventi maggiori probabilità di successo, grazie appunto alle informazioni che l’intermediario è tenuto a fornirgli”. Più a monte, peraltro, è ravvisabile un primo profilo di utilità degli obblighi d’informazione nei confronti del cliente particolarmente orientato verso investimenti di rischio. La prestazione dell’informazione circa margini e termini di rischio di una specifica operazione si pone come momento in sé funzionale a che l’investitore vada a considerare – nel caso, a riconsiderare – gli effettivi suoi interessi e propensione a procedere nel senso di investimenti particolarmente rischiosi. E non già – questo è il punto – rispetto all’astratto atteggiarsi di una categoria concettuale, secondo quanto per regola avviene nel momento del rilascio, da parte dell’investitore, della dichiarazione generale sui propri obiettivi di investimento. Bensì con riferimento a una singola, concreta operazione di investimento, come ormai individuata in tutti i suoi aspetti salienti.  

Neppure la sussistenza di una buona conoscenza del mercato finanziario, tratta dall’esperienza della relativa pratica, viene a incidere sulla consistenza degli obblighi informativi dell’intermediario. Come ha rilevato la già richiamata pronuncia n. 8333/2018, la “buona conoscenza del mercato finanziario è indizio, semmai, della capacità di distinguere tra investimenti consigliabili e sconsigliabili, sempre che, però, si disponga delle necessarie informazioni sullo specifico prodotto oggetto dell’operazione, che dunque si ha tutto l’interesse a ricevere”. Ché anzi è stato rilevato – proprio perché frutto del mero accumularsi delle operazioni effettuate, la “buona conoscenza” dell’investitore ha particolarmente bisogno di essere vigilata e nutrita dalla doverosa professionalità dell’intermediario (cfr. sul punto Cass. n. 24393/2018; cfr. altresì Cass., 27 aprile 2018, n. 10286).  

Nemmeno può ritenersi rilevante, ai fini di predicare un esonero dell’intermediario dagli obblighi informativi e di adeguatezza impostigli dalla legge e dalle prescrizioni regolamentari, che il cliente si sia eventualmente rifiutato di dare indicazioni sulla propria situazione patrimoniale e/o sui propri obiettivi di investimento. Come ha più volte sottolineato la giurisprudenza di questa Corte, una simile circostanza deve piuttosto indurre l’intermediario ad azioni e valutazioni di particolare prudenza, a norma dell’art. 21 TUF.  

La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.

 

 

Qui la pronuncia.

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