Azioni ereditate e obblighi di informazione ex post sulla liquidità dei titoli.



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Nota a ACF, 19 maggio 2020, n. 2598.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Premessa.

La controversia sottoposta alla cognizione dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie (d’ora innanzi, ACF) ha a oggetto il non corretto adempimento, da parte dell’Intermediario resistente, degli obblighi concernenti la prestazione di un servizio di investimento, in particolare sotto il profilo dell’inadempimento ai doveri di informazione, in relazione alle caratteristiche di illiquidità degli strumenti finanziari.

 

Le circostanze di fatto.

La ricorrente esponeva di essere titolare di un dossier titoli presso l’Intermediario resistente, su cui erano contabilizzate n. 2.500 azioni emesse da quest’ultimo, per un controvalore (alla data di presentazione del reclamo) di € 293.500,00. Precisava, altresì, che i titoli de quibus le fossero pervenuti, per la maggior parte, per successione dal padre (avvenuta nel 2007), mentre solo n. 98 azioni fossero state sottoscritte personalmente, in data 2 novembre 2015, «a seguito di insistenti pressioni di funzionari della filiale». Con specifico riferimento a quest’ultima operazione, la ricorrente lamentava l’inadempimento dell’Intermediario ai doveri di informazione preventiva, previsti dalla Comunicazione Consob n. 9019104 del 3 marzo 2009, in materia di prodotti illiquidi. Più nello specifico, l’investitrice sosteneva di non essere stata informata circa la natura illiquida dello strumento finanziario, né, tantomeno, in relazione alle conseguenze insite nel possesso di prodotti illiquidi e alla policy della Banca, in relazione alla gestione del rischio di liquidità. Lamentava, inoltre, che il resistente avesse omesso di rilevare l’inadeguatezza dell’investimento, rispetto al profilo di rischio. Ne faceva conseguire la «nullità» dell’operazione de qua. La ricorrente lamentava anche di non avere ricevuto «nessuna rendicontazione periodica o altra comunicazione equivalente», che la informasse del progressivo incremento del rischio derivante dal venire meno della condizione di liquidità del titolo, sostenendo, in tal guisa, che una corretta informazione le avrebbe permesso di valutare l’integrale dismissione del patrimonio investito; per converso, i funzionari dell’Intermediario l’avevano sempre rassicurata «sulla natura liquida del titolo e lo smobilizzo dello stesso in soli 3 giorni lavorativi». Da ultimo, parte ricorrente deduceva le carenze delle procedure di negoziazione del titolo approvate dall’Intermediario, nel 2014, che avrebbero comportato «enormi disagi per gli azionisti costretti già a partire dal 2015 a presidiare la Banca dal giorno prima previsto per la negoziazione, pur di poter protocollare tra i primi gli ordini di vendita»: a suo giudizio, sarebbero state proprio tali «gravi carenze» che, «oltre a creare panico tra gli azionisti», avrebbero «aggravato la crisi di liquidità». Ciò premesso, concludeva chiedendo al Collegio di dichiarare l’Intermediario tenuto al «rimborso del controvalore delle azioni di proprietà […], annullando le operazioni di investimento in oggetto, con la conseguente restituzione dell’intera somma».

L’Intermediario, costituendosi nei termini prescritti dal Regolamento, chiedeva il rigetto del ricorso.  In particolare, sottolineava che la ricorrente: a) avesse stipulato, in data 9 ottobre 2001, il contratto disciplinante il servizio di deposito di titoli a custodia e amministrazione, nonché il contratto per la prestazione dei servizi di investimento (negoziazione, ricezione e trasmissione ordini), acquistando il 6 dicembre 2001, direttamente nel mercato primario, n. 140 azioni; b) avesse ereditato dal padre, il 25 febbraio 2007, n. 2.547 azioni, trasferite sul proprio dossier il 15 maggio 2008; c) avesse venduto n. 185 azioni, al prezzo unitario di € 110,90, in data 19 dicembre 2011, e n. 100 azioni, al prezzo unitario di € 116,30, il 13 maggio 2014; d) avesse acquistato n. 98 azioni, al prezzo unitario di € 117,75, per un investimento complessivo di € 11.539,50.

Dopo aver ricostruito sinteticamente le vicende determinative dell’attuale misura del possesso azionario della ricorrente, parte resistente eccepiva, in via preliminare, la prescrizione della pretesa risarcitoria, sia in relazione alla prima operazione di acquisto delle azioni (effettuata nel 2001), sia in relazione all’acquisto mortis causa delle n. 2547 azioni (nel febbraio 2007), in quanto entrambe le fattispecie acquisitive perfezionate oltre dieci anni prima della presentazione del reclamo (da considerarsi quale primo atto interruttivo della prescrizione). Peraltro, con riferimento ad ambedue gli acquisti, l’Intermediario eccepiva l’incompetenza, ratione materiae, dell’ACF a conoscere della controversia.

Con precipuo riferimento all’acquisto eseguito nel 2001, il resistente sottolineava che l’operazione de qua si collocasse in un’epoca in cui, secondo la disciplina allora vigente, «la distribuzione da parte delle banche di propri prodotti finanziari in sede di emissione era tipicamente ricondotta all’attività di «raccolta del risparmio» ai sensi dell’art. 11 TUB». Rispetto all’acquisto per successione mortis causa, osservava, invece, di non aver prestato alcun servizio di investimento. In relazione all’operazione di investimento posta in essere nel novembre 2015, il resistente eccepiva l’infondatezza dell’asserito carattere illiquido delle azioni; in tal guisa, riproponendo l’orientamento arbitrale per cui la condizione di liquidità (o illiquidità) di un titolo sia una situazione di fatto, sosteneva che, alla data dell’investimento, il mercato dovesse considerarsi liquido, in ragione di una significativa domanda sia di acquisto che di vendita, oltre che della possibilità ancora riconosciutagli di operare su proprie azioni in assenza di specifici vincoli di regolamentazione prudenziale. Con riferimento alle modalità di vendita, l’Intermediario evidenziava di aver adottato, nel 2014, una propria procedura interna, con regole e criteri per la negoziazione delle proprie azioni, conforme alle previsioni di cui all’art. 49 del Regolamento Intermediari vigente ratione temporis, che prevedeva «un limite quantitativo massimo di Azioni […] di cui era possibile chiedere la vendita pari a n. 200 pezzi».

Da ultimo, non producendo il contratto – quadro sottoscritto dalla ricorrente (asseritamente smarrito), l’Intermediario sottolineava che, ove la ricorrente avesse voluto fare valere la nullità delle operazioni di investimento, ai sensi dell’art. 23 TUF, perché eseguite in assenza di un contratto – quadro avente forma scritta, avrebbe potuto essere accolta unicamente una domanda di restituzione del capitale impiegato nell’acquisto delle n. 98 azioni, al netto dei dividenti percepiti su tali azioni (pari a € 294,00). 

Nelle deduzioni integrative, ai sensi dell’art. 11, quinto comma, Regolamento ACF, la ricorrente (dichiarando di non volersi avvalere della nullità di protezione), con riferimento alle eccezioni sollevate in relazione all’inammissibilità delle domande formulate con riferimento alle azioni acquisite per successione, sosteneva che la competenza dell’ACF derivasse dall’inadempimento, da parte dell’Intermediario, dei doveri informativi, al momento dell’acquisto dei titoli anche nei confronti del de cuius, ribadendo, in ogni caso, che il resistente non l’avesse mai messa in condizione di avere esatta contezza dell’illiquidità delle azioni ereditate.

L’Intermediario – resistente, nelle repliche ex art. 11, sesto comma 6, richiamava le argomentazioni e le eccezioni svolte, insistendo, in particolare, sull’avvenuta prescrizione della contestazione di inadempimento agli obblighi informativi nei confronti del de cuius. Deduceva, infine, l’infondatezza della domanda basata sull’inadempimento di obblighi di informativa periodica in merito all’evoluzione dei rischi sottesi all’investimento, sostenendo di non aver mai prestato alcun servizio di consulenza.

 

La decisione del Collegio.

In primo luogo, l’ACF rileva come l’esistenza di un valido contratto – quadro dovesse considerarsi un fatto pacifico tra le parti (con la mancata produzione dello stesso passibile di assumere un qualche rilievo solo eventualmente ad altri fini, ovverosia sul piano del mancato assolvimento dell’onere della prova, da parte dell’Intermediario, del tipo di servizio prestato).

Nel merito, dalla lettura del ricorso, si evince con sufficiente chiarezza che parte ricorrente abbia inteso formulare due diversi tipi di domande: da un lato, la domanda di «nullità» dell’acquisto delle n. 98 azioni, eseguito nel novembre 2015, ancorché allegando come motivo viziante non già la mancanza della forma scritta del contratto – quadro, bensì la «inadeguatezza» rispetto al profilo, e dunque, in definitiva, la circostanza che l’operazione di investimento non fosse avvenuta nel rispetto delle regole proprie della prestazione del servizio; dall’altro lato, una domanda di risarcimento dei danni, in relazione alle restanti n. 2.402 azioni che deteneva in portafoglio perché acquistate in via di successione ereditaria, fondata sull’inadempimento degli obblighi di informazione sull’«aggravamento del rischio di illiquidità», ossia sull’assunto di un inadempimento dell’obbligo di informativa ex post, sostanzialmente ricondotto alla qualificazione del servizio non già come mera esecuzione di ordini, bensì come vera e propria consulenza. 

Nessuna domanda risulta formulata in relazione al primo acquisto di azioni, segnatamente quello risalente al 2001.

Ciò premesso, a giudizio del Collegio, le eccezioni preliminari sollevate dall’Intermediario resistente sono infondate. Invero, nessuna prescrizione può, in particolare, dirsi maturata non solo con riferimento alle domande risarcitorie e restitutorie riguardanti l’acquisto delle n. 98 azioni eseguito nel novembre 2015 (circostanza non contestata), ma neppure rispetto alle domande inerenti al cospicuo pacchetto di azioni ereditate dal de cuius. In questo secondo caso: a) l’inadempimento prospettato dalla ricorrente e su cui si fonda la pretesa risarcitoria è quello riguardante gli obblighi informativi ex post, derivanti dall’asserita consulenza, e che si sarebbe consumato, secondo la prospettazione implicitamente contenuta nel ricorso, a partire dal 2014[1]; b) il danno è rappresentato non dalla lesione della libertà di autodeterminazione del de cuius, in occasione dell’acquisto dei titoli, bensì dalla lesione della libertà di autodeterminazione della stessa ricorrente (rectius, erede) nella gestione del proprio portafoglio (in particolare, per non essere stata messa in condizione di poter valutare se e quando procedere al disinvestimento delle azioni “ereditate”).

In altri termini, l’esistenza o meno della consulenza, così come dell’esistenza del danno, è una questione di merito, ma, sul piano della prospettazione, non vi è dubbio che l’inadempimento si debba assumere consumato in un tempo certamente non antecedente il termine di dieci anni rilevante ai fini della prescrizione. Di talché, risulta, del pari, non meritevole di accoglimento anche l’eccezione di inammissibilità sollevata in relazione alla domanda di risarcimento dei danni riguardante le azioni oggetto dell’acquisto mortis causa. Indipendentemente dalla questione della sua fondatezza o meno, la domanda si basa sull’allegazione di un inadempimento agli obblighi di informazione ex post nascenti da un servizio di consulenza, così configurandosi sicuramente come controversia concernente la prestazione di un servizio di investimento.

Con riferimento alla domanda concernente «la nullità» dell’operazione di acquisto delle n. 98 azioni, eseguita nel novembre 2015, il Collegio ritiene che la stessa sia meritevole di accoglimento; difatti, dalla lettura della documentazione versata in atti (e, in particolare, dall’ordine di acquisto), è possibile rilevare che, a fronte di un’espressa valutazione dell’Intermediario di «non appropriatezza» dell’operazione, il campo riservato alla firma della cliente (firma necessaria, secondo la normativa di settore, per superare il rilievo bloccante di tale giudizio) non recasse alcuna sottoscrizione. Tale circostanza comporta che, in mancanza di un’espressa manifestazione della ricorrente di volere eseguire ugualmente l’operazione, pur valutata come “non appropriata”, l’Intermediario avrebbe dovuto astenersi dal darvi esecuzione. Di tal guisa, l’atto eseguito, in assenza di una volontà espressa, deve essere considerato inefficace per la cliente, rimanendo, conseguentemente, a carico dell’Intermediario, secondo la regola generale dettata dall’art. 1711, primo comma, c.c. per gli atti eseguiti eccedendo i limiti del mandato[2].

Alla declaratoria di inefficacia dell’operazione consegue il diritto della ricorrente alla restituzione del capitale investito (pari a € 11.539,50), oltre interessi dalla data del reclamo, senza la detrazione dei dividenti riscossi (come richiesto dal resistente), in quanto trattasi di frutti percepiti in buona fede, ai sensi dell’art. 2033 c.c.

Per contro, la domanda di risarcimento del danno sofferto in ragione dalla mancata informazione sull’aggravamento del rischio di illiquidità, riguardante le azioni oggetto dell’acquisto mortis causa, non può trovare accoglimento. Depone in questo senso non tanto la considerazione dell’insussistenza di un obbligo di informazione ex post. Di fronte all’allegazione dell’inadempimento agli obblighi di un rapporto che viene qualificato come “consulenza”, sarebbe stato onere dell’Intermediario provare, mediante la produzione del contratto, la diversa natura dei servizi prestati. La ragione impeditiva è rinvenibile nella circostanza per cui, nel caso di specie, si debba scientemente escludere che l’investitrice ricorrente, anche laddove avesse avuto un’informazione tempestiva sul mutamento del grado di liquidità dei titoli, avrebbe realmente avuto una chance di poterne realizzare il valore su un mercato divenuto illiquido, atteso l’ingente quantitativo di azioni ereditato. Con la manifestazione delle condizioni di liquidità già nel 2014, a seguito delle nuove procedure di negoziazione introdotte dall’Intermediario (come asseritamente dedotto dalla stessa ricorrente), che ponevano un quantitativo massimo di n. 200 azioni per ogni operazione, è evidente che pure un tempestivo ordine di vendita non avrebbe comunque permesso di realizzare il valore di tutte le n. 2.500 azioni.

 

 

Qui la decisione.


[1] Nel ricorso, l’investitrice affermava, difatti, che «la crisi di liquidità» si fosse determinata nel momento in cui erano state approvate dall’Intermediario le nuove procedure di negoziazione delle azioni.

[2] A tale fattispecie è possibile ricondurre anche l’ipotesi di un’operazione inappropriata disposta dall’intermediario in assenza della espressa autorizzazione del cliente.

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