La non – essenzialità del massimale nel contratto di assicurazione e i risvolti sul piano probatorio.



di Antonio Zurlo

Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 21 ottobre 2019, n. 26813.

 

In tema di assicurazione per la responsabilità civile, il massimale non è elemento essenziale del contratto, che, conseguentemente, può essere validamente stipulato senza la relativa pattuizione, e, parimenti, non costituisce neppure fatto generatore del credito assicurato, configurandosi, invero, come elemento limitativo dell’obbligo dell’assicuratore: grava, difatti, su quest’ultimo l’onere di comprovare l’esistenza e la misura del massimale, dovendosi altrimenti accogliere la domanda di garanzia proposta dal soggetto assicurato, prescindendo da qualsiasi limite quantitativo[1].

 

La decisione della Corte di Cassazione

Senza soluzione di continuità con l’orientamento ormai consolidatosi sulla questione, la Sesta Sezione della Suprema Corte di Cassazione, con l’ordinanza in oggetto, statuendo il principio summenzionato, ha, di fatto, ancora negato la possibilità di attribuire la qualifica di elemento contrattuale essenziale al massimale, tesi, invero, condivisa anche da alcune isolate pronunce[2]: tali decisioni si fondavano sull’assunto che, nell’assicurazione della responsabilità civile, la misura del massimale fosse “elemento essenziale” del contratto, rappresentando, di conseguenza, un “fatto costitutivo” della pretesa dell’assicurato e, in quanto tale, ricadente su quest’ultimo, in termini probatori.

La Sesta Sezione non condivide tali conclusioni, poiché del tutto erronee, per un duplice ordine di motivi.

Da un lato, sotto un punto di vista strettamente funzionale, la pattuizione di un massimale non è elemento essenziale del contratto di assicurazione della responsabilità civile: questo, difatti, esprime il limite della dell’obbligazione indennitaria in capo all’assicuratore e assolve, quindi, a una funzione simile a quella del valore della cosa assicurata nei contratti di assicurazione di cose. Mentre, tuttavia, in questi ultimi il valore della cosa assicurata si rivela elemento indubbiamente connotato da essenzialità, nella struttura contrattuale, tale ultimo carattere non pare possa mutuarsi nelle assicurazioni della responsabilità civile.

A tal riguardo, è premura del Collegio evidenziare come nelle assicurazioni di cose sia vietata la c.d. soprassicurazione, ex art. 1908 c.c., divieto che rappresenta un’estrinsecazione pragmatica del principio indennitario, coessenziale all’assicurazione contro i danni. Ne deriva che la mancanza della pattuizione sul valore snaturerebbe la stessa causa del contratto, nella misura in cui consentirebbe la percezione, da parte del soggetto assicurato, di indennizzi superiori al valore della cosa assicurata.

Per converso, nelle assicurazioni della responsabilità civile, non è nemmeno concepibile la nozione di sopra/sottoassicurazione e, al contempo, la misura del massimale garantito è rimessa alla libera pattuizione delle parti: il contratto potrebbe essere, dunque, stipulato per un qualsiasi massimale, senza che ciò incida sulla natura o sulla causa del contratto, così come, d’altronde, potrebbe essere concordato un massimale illimitato (ipotesi tutt’altro che sconosciuta nella prassi commerciale). Non può che concludersi, quindi, convenendo che il massimale, nell’assicurazione della responsabilità civile, non costituisca un elemento essenziale del contratto, ben potendo quest’ultimo essere validamente stipulato senza la pattuizione di esso.

Dall’altro lato, su di un piano più propriamente eziologico, il “fatto costitutivo” della pretesa del soggetto assicurato, dell’essere tenuto indenne dal proprio assicuratore, è da rinvenirsi nell’avveramento di un sinistro, che abbia le caratteristiche descritte nel contratto. L’esistenza del massimale e la sua misura costituiscono, quindi, non fatti generatori del credito dell’assicurato, quanto, piuttosto, elementi limitativi del debito dell’assicuratore e, in quanto tali, da dover essere allegati e provati, ai sensi dell’art. 2697 c.c., proprio da quest’ultimo.

La Corte, da ultimo, evidenzia come non possa ascriversi nessun rilievo alla circostanza per cui l’esaurimento del massimale sia sopravvenuta in corso di causa; in tal senso, ai fini del contenimento dell’obbligazione indennitaria gravante sull’assicuratore, rileva la pattuizione del massimale (e non il suo eventuale esaurimento), dal momento che, come evidenziato in precedenza, nell’assicurazione della responsabilità civile, l’espressa fissazione potrebbe anche mancare, senza implicare alcuna incidenza sulla validità del contratto.

In conclusione, l’assicuratore, che intenda far valere in giudizio i limiti quantitativi contrattualmente fissati alla propria obbligazione, ha l’onere di allegare, prima, e provare, poi[3], l’esistenza del patto di massimale, nonché la misura di questo, a nulla rilevando che, al momento dell’introduzione del giudizio, fosse intercorso l’esaurimento di detto limite quantitativo.

 

Qui il testo integrale dell’ordinanza. 


[1] Cfr. Cass. Civ., Sez. III, 18 febbraio 2016, n. 3173, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. III, 31 luglio 2006, n. 17459, in dejure.it.

[2] V. Cass. Civ., Sez. III, 17 maggio 2011, n. 10811, con nota di G. Miotto, Fondamento e natura dell’eccezione di massimale ovvero l’art. 1905 c.c., questo sconosciuto, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 2, 2012, 555. V. anche G. Di Marco, Il limite del massimale è deduzione, non eccezione, in Diritto & Giustizia, fasc. 0, 2011, 206.

[3] Allegazione e prova che, riferendosi a un’eccezione in senso stretto, debbono avvenire nel rispetto delle preclusioni assertive e istruttorie, ai sensi degli artt. 167 e 183 c.p.c.

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