Conto corrente aperto con documenti falsi: la banca non è responsabile



di Donato Giovenzana – Legale d’impresa

Cass. civ., sez. VI, Ord. n. 11607 del 3.05.2019


Rigoroso e di particolare rilievo lo scrutinio della Cassazione in tema di operatività bancaria, col quale viene acclarata la mancanza di responsabilità della banca che, dopo aver aperto un c/c ad un soggetto con documenti falsi, fa levare il protesto degli assegni, presentati per l’incasso, colla causale  “mancanza di provvista” a carico dell’inconsapevole truffato.

LA VICENDA

  • Ignoti hanno aperto presso la filiale di una banca un conto corrente assumendo falsamente le generalità del ricorrente;
  • su detto c/c sono stati tratti degli a/b che, presentati per l’incasso, non vengono pagati per assenza di provvista;
  • la banca, pur essendo stata informata della truffa perpetrata a carico del ricorrente, ha rifiutato il pagamento dei suddetti titoli per mancanza di provvista, determinando il protesto a carico del sedicente titolare del c/c.

LA DECISIONE DELLA SUPREMA CORTE La Cassazione ha respinto entrambi i motivi di doglianza avanzati: 

  1. in relazione alla prima censura, secondo cui “risultando dimostrato il furto d’identità e l’utilizzazione da parte del reo di un falso documento di riconoscimento, la riconoscibilità dell’abuso era da ritenere in re ipsa”,per i Supremi Giudici la responsabilità della banca poteva sorgere solo nel caso in cui, con la exacta diligentia esigibile dall’avveduto banchiere, ex art. 1176, 2° co., c.c., questa al momento dell’apertura del conto corrente si fosse potuta avvedere della falsità dei documenti esibiti dall’ignoto truffatore. La responsabilità della banca poteva dunque sorgere solo al cospetto del mancato rilievo di un “falso grossolano”, circostanza neppure sostenuta dal ricorrente;
  2. nei confronti della seconda, sulla cui scorta – secondo il ricorrente – la banca avrebbe dovuto rifiutare il pagamento degli assegni non per mancanza di fondi sul conto ma     semplicemente dichiarando che era stato emesso da un soggetto che aveva stipulato la convenzione di assegno con falsi documenti di identità, secondo le indicazioni contenute nella circolare del Ministero dell’industria,  secondo gli Ermellini la dichiarazione di “mancanza di provvista”, in assenza di un atto certo che attestasse la perpetrata truffa (ovviamente non bastando a tal fine la mera denuncia sporta dal ricorrente, atto unilaterale) era l’unico atto possibile da parte della banca, che in mancanza di provvedimenti provenienti dall’autorità giudiziaria non poteva dichiarare che il conto corrente era stato aperto sulla base di documenti falsi. Il protesto – precisa la Cassazione – va levato al nome della persona cui è “esteriormente riferibile” la titolarità del conto e solo nel caso di manifesta difformità tra la firma di traenza apposta sull’assegno e lospecimen in possesso della banca, quest’ultima ha l’obbligo di evitare che il protesto dell’assegno sia levato al nome del correntista, e di conseguenza ha l’onere di dichiarare che di quel conto di traenza è titolare un soggetto diverso da quello il cui nome figura nella sottoscrizione dell’assegno ed altresì che al nome di quest’ultimo nessun conto di traenza esiste presso di essa.  Se dunque colpa della banca non vi fu al momento dell’apertura del conto da parte del truffatore, nemmeno poteva esservi al momento della presentazione del titolo all’incasso.

Qui la pronuncia: Cass. civ. se. VI, Ord. n. 11607 del 3.05.2019

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