Rilevante e significativo scrutinio della Cassazione relativo al “perimetro” della segnalazione di inadeguatezza, in tema di investimenti



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Cass. Civ. , Sez. 1, Ord. n. 22463 del 24.09.2018 
di Donato Giovenzana – Legale d’impresa

Fra i motivi di doglianza della ricorrente uno, in particolare, si è appuntato sia sulla violazione dell’art. 28, comma 2, del Tuf – che dispone in merito all’informazione adeguata a cui l’intermediario è tenuto nei confronti dell’investitore –, che su quella dell’art. 29, comma 3 – che riguarda la specifica informazione circa l’inadeguatezza dell’operazione per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione e le modalità di esecuzione dell’ordine relativo ad operazioni non adeguate -.

 
Ad avviso dell’investitrice, la Corte di appello erroneamente avrebbe ritenuto che la mancanza di informazioni sul rischio di default e la decisione dell’investitrice stessa di confermare la scelta dell’investimento dopo l’avvertimento di inadeguatezza, connesso all’ultimo investimento, esonerasse la banca dall’obbligo di informazione, ed ancora che questa informazione di inadeguatezza potesse esentare la banca da responsabilità per le altre inosservanze agli obblighi informativi a fronte di una mancanza di diligenza della investitrice.
 
Per gli Ermellini, detta censura non coglie la ratio decidendi. La Corte territoriale infatti – secondo la Suprema Corte – non ha escluso, né esonerato la banca dai suoi obblighi informativi – anzi sembra anche addirittura presupporne la violazione, laddove fa riferimento alle “informazioni … anche ove omesse” -, ma ha ritenuto in concreto che le informazioni disponibili all’epoca delle prime due operazioni (febbraio/maggio 1999) non erano tali da far sospettare il possibile default argentino ed ha concluso che non vi erano elementi per ritenere che l’investitrice si sarebbe diversamente orientata, escludendo la sussistenza del nesso di causalità tra l’inadempimento ed il danno lamentato, attraverso un accertamento in fatto che, contrariamente a quanto assume la ricorrente, ne valuta la concreta rilevanza alla stregua delle emergenze fattuali riferite al complessivo andamento delle operazioni concluse che la ricorrente non contesta specificamente. Orbene la censura trascura l’accertamento in fatto centrato sulla valutazione del diverso, ma strettamente connesso, profilo del nesso di causalità tra inadempimento e danno lamentato e si muove in termini del tutto astratti, senza peraltro precisare della mancanza di quale specifica informazione ci si intenda dolere.
 
La Cassazione ha ritenuto la decisione impugnata improntata al principio già espresso in sede di legittimità, secondo cui “In tema di intermediazione finanziaria, la disciplina dettata dall’articolo 23, comma 6, del d.lgs. n. 58 del 1998, in armonia con la regola generale stabilita dall’articolo 1218 c.c. , impone all’investitore, il quale lamenti la violazione degli obblighi informativi posti a carico dell’intermediario, nel quadro dei principi che regolano il riparto degli oneri di allegazione e prova, di allegare specificamente l’inadempimento di tali obblighi, mediante la pur sintetica ma circostanziata individuazione delle informazioni che l’intermediario avrebbe omesso di somministrare, nonché di fornire la prova del danno e del nesso di causalità tra inadempimento e danno, nesso che sussiste se, ove adeguatamente informato, l’investitore avrebbe desistito dall’investimento rivelatosi poi pregiudizievole; incombe invece sull’intermediario provare che tali informazioni sono state fornite, ovvero che esse esulavano dall’ambito di quelle dovute” (Cass. n.10111 del 24/04/2018).
 
Per gli Ermellini, la Corte territoriale ha dato conto anche degli elementi di fatto per cui ha escluso di poter ravvisare, in concreto, il nesso di causalità in re ipsa, in relazione all’assolvimento degli obblighi informativi circa la adeguatezza delle operazioni, avendo ritenuto l’adempimento dell’obbligo in merito all’ultima operazione sufficiente a rendere edotta la cliente anche dei rischi attuali connessi alle negoziazioni pregresse relative a titoli della medesima provenienza ed avendo valutato il conseguente comportamento della investitrice, che non aveva rinunciato all’investimento, né aveva disinvestito i titoli precedentemente acquistati, della stessa tipologia, circostanze non contestate.
 
Quanto, poi, alla denuncia per inidoneità/insufficienza dell’avvertenza formulata per l’ultimo acquisto ai sensi dell’art.29, comma 3, cit. perché priva di espliciti riferimenti a tutti i motivi di inadeguatezza, gli Ermellini ricordano in proposito che, in sede di legittimità, è già stato chiarito che “In tema di intermediazione finanziaria, nel quadro di applicazione dell’art. 29 del regolamento Consob n. 11522 del 1998, la segnalazione di inadeguatezza ivi contemplata al comma 3, laddove si riferisce ad “esplicito riferimento alle avvertenze ricevute”, non richiede l’indicazione del contenuto delle informazioni al riguardo somministrate dall’intermediario; in tal caso e cioè in mancanza di indicazione del contenuto delle informazioni omesse, la sottoscrizione da parte del cliente della segnalazione di inadeguatezza non incide sul riparto del relativo onere di allegazione e prova, nè tantomeno costituisce prova dell’adempimento, da parte dell’intermediario, dell’obbligo informativo posto a suo carico, ma fa soltanto presumere che l’obbligo sia stato assolto, sicchè, ove il cliente alleghi quali specifiche informazioni siano state omesse, grava sull’intermediario l’onere di provare, con ogni mezzo, che invece quelle informazioni siano state specificamente rese, ovvero non fossero dovute” (Cass. n.10111 del 24/04/2018).
 
Infine, la Suprema Corte – rilevato che tra le parti non risultava essere stato stipulato anche un contratto di gestione patrimoniale (un servizio di gestione del portafoglio o di consulenza) – ha acclarato la conseguente insussistenza di un obbligo in capo all’istituto di credito di segnalare al cliente anche il progressivo deterioramento delle condizioni economiche dell’emittente dei titoli acquisiti nel deposito. Infatti, per i Supremi Giudici, se è  vero che gli obblighi di informazione previsti dal D.Lgs. n. 58 del 1998, art. 21 (TUF) non riguardano soltanto la fase anteriore alla stipula del contratto di negoziazione, ma anche la fase successiva, è pur vero che gli obblighi relativi alla fase di esecuzione attengono allo svolgimento successivo del rapporto quale è predeterminato dallo stesso contratto quadro, che disciplina le modalità con cui devono essere impartiti gli ordini dal cliente ed eseguiti dall’intermediario i singoli ordini di investimento o disinvestimento; si devono invece escludere obblighi di informazione successivi alla concreta erogazione del servizio e relativi, quindi, all’investimento effettuato, quando non sia previsto nel contratto un servizio di gestione del portafoglio o un servizio di consulenza. I compiti gravanti sul depositario si esauriscono nella sola conservazione dei titoli e nella loro amministrazione, consistenti, in particolare, nella riscossione dei dividendi e degli interessi, con esclusione perciò di ogni obbligo ulteriore e, segnatamente, degli obblighi consultivi ed informativi sottesi alla gestione del portafoglio.
 
Per il che la Cassazione ha respinto il ricorso della risparmiatrice, che aveva effettuato il quarto  investimento in bond argentini, nonostante l’appalesarsi del rischio e la segnalazione di “inadeguatezza” da parte della Banca.

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