Le Sezioni Unite sulla responsabilità (per colpa) della Banca ex art. 43 Legge assegni



 Cass. Civ., Sez. Unite, n. 12477 del 21.05.2018

di Lecci Michael

 


La responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall’art. 43 legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736), l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno – natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di fari sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso. (Cass. Civ., S.U. n. 14712 del 2007.

Questo è il principio alla base dell’argomentazione delle Sezioni Unite chiamate ad esprimersi in merito all’annosa questione inerente la responsabilità della Banca ex art. 43, comma 2, della legge assegni.

 

Premessa

La vicenda trae spunto dal pagamento di un assegno di traenza non trasferibile ad un soggetto paventatosi come il beneficiario, in quanto munito di carta di identità e di codice fiscale corrispondenti al reale beneficiario, rivelatisi solo successivamente falsi. Parte attrice, dunque, conveniva l’istituto di credito lamentando la violazione dell’obbligo di diligenza nel pagamento di un assegno non trasferibile, ex art. 43, 1° e 2° comma, R.d. n. 1736/1933. Parte convenuta eccepiva integralmente quanto ex adverso dedotto affermando di aver pagato ad un soggetto che appariva formalmente il beneficiario dell’assegno in quanto, in sede di pagamento, non emergevano evidenti irregolarità; chiedeva inoltre la chiamata in causa della banca emittente. Anche quest’ultima, costituitasi in giudizio, chiedeva l’integrale rigetto della domanda.

Il tribunale accoglieva la domanda di parte attrice riconoscendo, tuttavia, il concorso colposo della medesima in ragione delle dinamiche intercorse tra la parte attrice e la banca emittente.

La Corte d’appello di Torino, accoglieva l’ultimo motivo di ricorso principale lasciando sostanzialmente inalterata la pronuncia di primo grado.

In diritto

La questione oggetto di vivace dibattito ruota intorno all’interpretazione dell’art. 43, 2° comma delle legge assegni, il quale sancisce che “colui che paga un assegno non trasferibile a persona diversa dal prenditore o dal banchiere giratario per l’incasso, risponde del pagamento[1].

Gli orientamenti consolidatisi nel corso degli anni seguono due diverse e contrapposte vie. Da un lato, si affermò le tesi della responsabilità oggettiva, dall’altro la tesi della responsabilità colposa.

L’evoluzione giurisprudenziale

Il primo orientamento nacque con la pronuncia n. 3133 del 1958; in tale sede, i giudici affermarono che la banca risponde del pagamento errato[2] indipendentemente dalle difficoltà nell’identificazione del presentatore del titolo. Una prima virata interpretativa si ebbe un decennio più tardi quando la Cassazione, con sent. n. 2360 del 1968, iniziò ad introdurre il concetto di “diligenza” nel pagamento di un assegno non trasferibile; in particolare, affermavano i giudici che qualora la banca paghi un assegno non trasferibile ad un soggetto diverso dal prenditore ma che si legittimi cartolarmente come tale, ne risponde solo laddove non abbia usato la dovuta diligenza nell’identificazione del presentatore del titolo. A corroborazione di tale lettura del dato normativo, gli ermellini affermavano che l’art. 43, comma 2, l.a., parla di legittimazione cartolare, non potendosi derogare, quindi, ai principi generali in tema di identificazione del prestatore del titolo a legittimazione nominale[3].

Orientamento che pareva consolidarsi nella giurisprudenza di legittimità successiva, perlomeno sino alla sentenza n. 1098/1999 della Suprema Corte, la quale, ritenute non appaganti le motivazioni addotte da Cass. 2360/1968, effettuò un nuovo revirement giurisprudenziale ripercorrendo il solco tracciato dalla pronuncia del 1958. Con la pronuncia del 1999 gli ermellini affermarono che l’art. 43 l.a. costituirebbe un’autonoma regolamentazione dell’adempimento dell’assegno non trasferibile, con conseguente deviazione dalla disciplina di diritto comune ex art. 1189 c.c.[4] e della disciplina generale sul pagamento dei titoli di credito a legittimazione variabile. Pertanto, riteneva la Cassazione, qualora la banca effettui il pagamento del titolo ad un soggetto non legittimato rimarrebbe onerata della propria obbligazione nei confronti del prenditore esattamente individuato, indipendentemente dall’elemento della colpa nell’errore sull’identificazione del soggetto.

La norma, pertanto, mirerebbe a proteggere il prenditore da un possibile spossessamento, impedendo a chi si sia indebitamente appropriato del titolo di riscuoterlo[5].

La giurisprudenza più recente[6], invece, sovvertendo nuovamente l’interpretazione del dato normativo, è tornata a dar rilievo all’elemento della colpa; la responsabilità della banca negoziatrice (nonché della banca trattaria che abbia pagato il titolo in stanza di compensazione) è pertanto subordinata, ancora una volta dopo la pronuncia del 1968,  all’inosservanza del dovere di diligenza richiesto al banchiere ex art. 1176, 2° comma, c.c.

LA RESPONSABILITÀ PER COLPA

Le Sezioni Unite oggi in commento ritengono di dover definitivamente aderire a quest’ultimo orientamento. Più specificamente, punto di partenza alla base della motivazione è la sentenza S.U. n. 14712 del 2007, con la quale i giudici di legittimità hanno risolto il contrasto giurisprudenziale inerente la natura della responsabilità derivante del pagamento dell’assegno non trasferibile a persona diversa dal prenditore. Al riguardo, l’espressione “colui che paga” di cui all’art. 43, 2°comma, l.a. include non solo la banca trattaria ma anche la banca negoziatrice che è l’unica a poter effettuare un effettivo e concreto controllo sull’autenticità dell’assegno e sull’identità del soggetto che lo immette nel circuito di pagamento. Di conseguenza, i giudici hanno riconosciuto natura contrattuale alla responsabilità cui si espone il banchiere qualora negozi un assegno non trasferibile ad un soggetto non legittimato[7].  

Orbene, è pur vero che le norme disciplinanti la circolazione e il pagamento degli assegni muniti di clausola di non trasferibilità siano funzionali alla tutela dell’interesse generale alla corretta circolazione del titolo, tuttavia, esse sono sostanzialmente dirette a tutelare i diritti dei soggetti interessati dalla circolazione di quel titolo[8]. Ed è proprio alla luce di tali considerazioni che i giudici ribadiscono il principio delle summenzionate S.U., secondo cui “la responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall’art. 43 legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736), l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno – natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di fari sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso”.

Trattandosi di responsabilità derivante da contatto qualificato (quindi come fatto idoneo a produrre obbligazioni ex art- 1173 c.c.), dal quale derivano i doveri di buona fede e correttezza, ex artt. 1175 e 1375 c.c., non appare condivisibile la tesi della responsabilità oggettiva[9], ovvero della responsabilità “a prescindere dalla sussistenza della colpa nell’errore sull’identificazione del prenditore. Pertanto, ove il danneggiato promuova un’azione nei confronti nella banca negoziatrice il criterio da seguire (ovvero quello alla base del contatto sociale qualificato) è quello delineato dagli artt. 1176 e 2118 c.c.

Sulla scorta di tutte le precedenti considerazioni la Suprema Corte ha enunciato il seguente principio di diritto:

Ai sensi dell’art. 43, 2° comma, legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736), quindi, la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo – dal pagamento di assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176, 2° comma, c.c.

[1] Tale previsione, cui gli artt. 86, comma 1° e 100 l.a. fanno espresso rinvio, si estende anche alle ipotesi in cui siano pagati a persona diversa dal prenditore un assegno circolare o un assegno bancario libero della Banca d’Italia non trasferibili, nonché (secondo quanto già affermato da Cass. S.U. n. 14712 del 2007) un assegno di traenza (usualmente utilizzato, in luogo del bonifico bancario, per il pagamento di un soggetto che non sia titolare di un conto corrente o di cui non si conoscono le coordinate bancarie) munito della clausola di intrasferibilità.

[2] L’art. 43, 2° comma, l.a. non configura un’obbligazione risarcitoria della banca verso il prenditore, ma attiene all’obbligazione cartolare originaria, che non è stata validamente adempiuta e che deve perciò essere ancora adempiuta con un nuovo pagamento a favore del legittimato, senza che rilevi la difficoltà nell’identificazione del presentatore del titolo.

[3] Orientamento a cui si conformarono Cass. Civ. nn. 3317/78, 5118/79, 686/83, 4187/87, 4084/92, 10460/94, 9888/97). Ritengono i giudici, infatti, che la clausola di intrasferibilità ha lo scopo di impedire la circolazione del titolo e non quello di assicurare in ogni caso il pagamento del titolo al prenditore. In tal senso, l’art. 73 l.a. consente al prenditore di ottenere un duplicato del titolo in caso di smarrimento escludendo, contestualmente, il pagamento del medesimo da un portatore in buona fede.

[4] L’art. 1189 c.c. prevede che il debitore che esegua il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato se prova di essere stato in buona fede – ed impone alla banca di pagarlo unicamente al soggetto indicato come prenditore.

[5] In senso conforme Cass. n. 1089/1999; 1978/2000, 9141/2001, 10190/2001, 3654/2003, 7949/2010, 3405/2016, 1477/2016

[6] A partire da Cass. 3405/2016, 14777/2016, 1377/2016, 16332/2016, 26947/2016.

[7] Tale conclusione non trae fondamento dalla tradizionale tesi contrattualistica, ai sensi della quale la banca girataria per l’incasso, oltre ad essere mandataria del girante, sarebbe sostituita dalla trattaria nell’esplicazione del servizio bancario per quanto attiene all’identificazione del presentatore ed al conseguente pagamento e verrebbe anch’essa a trovarsi in rapporto col traente che, nell’ipotesi di pagamento mal effettuato, potrebbe perciò esercitare nei suoi confronti l’azione contrattuale basata sulla convenzione d’assegno; invero, alla base di questa tesi vi è la teoria del contatto sociale qualificato, ravvisabile ogni qualvolta l’ordinamento imponga ad un soggetto di tenere un determinato comportamento, idoneo a tutelare l’affidamento riposto ad da altri soggetti sul corretto espletamento da parte sua di preesistenti, specifici doveri di protezione che egli abbia volontariamente assunto

[8] In tale direzione, la professionalità del banchiere si estende su tutte le attività inerenti l’esercizio dell’attività bancaria;

[9] Quest’ultima sarebbe ipotizzabile tra danneggiante e danneggiato solo laddove non vi sia un rapporto in senso lato “contrattuale”. Per l’appunto, dottrina e giurisprudenza hanno individuato le ipotesi di responsabilità oggettiva nella fattispecie di cui agli artt. 2043/2058 c.c.

Qui  la sentenza: Cass. Civ. Sez. Unite, n. 12477 del 21.05.2018

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