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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 30 ottobre 2023, n. 30063.

di Antonio Zurlo

Studio Legale Greco Gigante & Partners

«È semplice rendere le cose complicate, ma è complicato renderle semplici»

(Arthur Bloch, Legge di Mayer, Legge di Murphy)

 

Nella specie, il testo della clausola contrattuale oggetto di analisi, relativa alla indicizzazione del rischio cambio, prevedeva testualmente che: «Il locatore determinerà mensilmente la variazione tra il cambio storico e il cambio di scadenza del canone. Se la variazione è positiva, il canone oltre IVA maturato sarà suddiviso per il cambio storico di riferimento e moltiplicata la differenza tra il cambio storico e quello attuale della scadenza del canone. L’importo risultante, aumentato dell’IVA di legge costituirà il rischio di cambio del mese a carico del conduttore. Se la variazione è negativa il canone imponibile maturato sarà suddiviso per il cambio storico di riferimento e moltiplicato per la differenza tra il cambio storico e quello attuale della scadenza del canone. L’importo risultante, aumentato dell’IVA di legge, costituirà il rischio cambio del mese a favore del conduttore. Qualora nel giorno di scadenza del canone non vi fosse – per qualsiasi causa – la rilevazione ufficiale del cambio, si farà riferimento alla prima quotazione utile pubblicata nell’arco dei 15 giorni anteriori. il conduttore pertanto dichiara di accettare sin d’ora ogni variazione dei canoni e del prezzo dell’opzione finale di acquisto conseguente al mutato rapporto euro/valuta, obbligandosi a pagare la variazione in aumento dei canoni con rimessa diretta o, a discrezione del locatore, con ricevuta bancaria con addebito delle spese di incasso, mentre le variazioni in diminuzione saranno accreditate mediante rimessa diretta. Il conduttore prende atto che la presente clausola, per quanto attiene al rischio cambio, ha carattere aleatorio».

La Corte territoriale, in merito alla clausola de qua (a differenza del giudice di prime cure che ne aveva rilevato la nullità per indeterminatezza) ha censurato il difetto di meritevolezza, riportando per relationem la motivazione resa dalla Corte d’Appello triestina in cause analoghe aventi a oggetto la stessa clausola contrattuale e, in buona sostanza, ribadendo quanto già affermato dalle pronunce richiamate e cioè che la clausola che disciplina il saggio scambio aveva una formulazione «particolarmente astrusa» ed il calcolo della variazione del saggio di interesse «una altrettanto macchinosa articolazione di calcolo» e che la clausola sarebbe caratterizzata «da ampia aleatorietà e squilibrio delle prestazioni».

In merito alle questioni poste nella fattispecie in esame, le Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione si sono pronunciate, proprio con riferimento all’indirizzo giurisprudenziale richiamato dalla Corte d’Appello di Trieste ed espresso da quella Corte territoriale in merito ad analogo contratto di leasing, stipulato dalla stessa Società, contenente una clausola di indicizzazione del tutto omologa a quella di cui qui si controverte[1]; le Sezioni Unite hanno espresso, al riguardo, il seguente principio di diritto: «il giudizio di “immeritevolezza” di cui all’art. 1322, comma 2, c.c. va compiuto avendo riguardo allo scopo perseguito dalle parti, e non alla sua convenienza, né alla sua chiarezza, né alla sua aleatorietà»; hanno altresì formulato ulteriore principio di diritto: «La clausola inserita in un contratto di leasing, la quale preveda che: a) la misura del canone varii in funzione sia delle variazioni di un indice finanziario, sia delle fluttuazioni del tasso di cambio tra la valuta domestica ed una valuta straniera; b) l’importo mensile del canone resti nominalmente invariato, e i rapporti di dare/avere tra le parti dipendenti dalle suddette fluttuazioni siano regolati a parte; non è un patto immeritevole ex art. 1322 c.c., né costituisce uno “strumento finanziario derivato” implicito, e la relativa pattuizione non è soggetta alle previsioni del d. lgs. 58/98»; alla luce del principio espresso, la Terza Sezione Civile dispone la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello di Trieste, per procedere a nuovo esame riconsiderando la clausola con riguardo allo scopo perseguito dalle parti, con la precisazione che tale indagine riguarda, innanzitutto, la causa concreta del contratto – sotto il profilo della liceità e dell’adeguatezza dell’assetto sinallagmatico rispetto agli specifici interessi perseguiti dalle parti – , che non si arresta al momento della genesi del regolamento negoziale, investendo sia la fase precontrattuale sia quella dell’attuazione del rapporto ed esigendo la necessaria valutazione globale dell’assetto degli interessi, in relazione al risultato sostanziale ed al fine perseguito.

 

 

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[1] Cfr. App. Trieste, 23 febbraio 2023, n. 5657.

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