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Nota a ABF, Collegio di Bologna, 22 giugno 2022, n. 9636.

Massima redazionale

 

Nella specie, parte ricorrente contestava, in primo luogo, la correttezza del recesso operato dalla banca in relazione a due contratti di conto deposito con l’intermediario. A tale proposito, il Collegio evidenzia come tale recesso si inserisca nell’ambito di un contratto a tempo indeterminato, essendo, quindi, ulteriormente sussumibile nell’ambito dei recessi ad nutum, di cui all’art. 1855 c.c., per i quali la legge si limita a richiedere che venga riconosciuto un adeguato preavviso alla controparte (pari ad almeno a 15 gg.).

Nel caso di specie, i termini negoziali di preavviso sono fissati in 60 giorni, un termine certamente rispettoso delle norme di legge che, in concreto, risulta essere stato pienamente osservato dalla banca. Il solo profilo che potrebbe rilevare ai fini della non correttezza del recesso sarebbe legato alla sua “capricciosità”, ovverosia abusività, come delineato dalla giurisprudenza[1], la quale ha statuito, in ambito di teoria generale del negozio di recesso, che “qualora un contratto preveda il diritto di recesso “ad nutum” in favore di una delle parti, il giudice del merito non può esimersi, per il semplice fatto che i contraenti hanno previsto espressamente quella clausola in virtù della loro libertà e autonomia contrattuale, dal valutare se l’esercizio di tale facoltà sia stato effettuato nel pieno rispetto delle regole di correttezza e di buona fede cui deve improntarsi il comportamento delle parti del contratto. La mancanza della buona fede in senso oggettivo, espressamente richiesta dagli art. 1175 e 1375 c.c. nella formazione e nell’esecuzione del contratto, può rivelare, infatti, un abuso del diritto, pure contrattualmente stabilito, ossia un esercizio del diritto volto a conseguire fini diversi da quelli per i quali il diritto stesso è stato conferito. Conseguenzialmente, accertato l’abuso, può sorgere il diritto al risarcimento dei danni subiti. Tale sindacato, da parte del giudice di merito, deve pertanto essere esercitato in chiave di contemperamento dei diritti e degli interessi delle parti in causa, in una prospettiva anche di equilibrio e di correttezza dei comportamenti economici”.

Nel caso di cui al ricorso, il recesso non appare sfornito di razionalità: la refrattarietà del cliente a completare, nonostante plurimi e addirittura enfatici solleciti dell’intermediario, la profilatura antiriciclaggio costituisce certamente una ragione di per sé sufficiente per giustificare la rottura del rapporto negoziale che risulta pertanto essere, in una ottica di rispetto delle Disposizioni di Trasparenza dell’Autorità di Vigilanza, correttamente esercitata, anche sotto il piano della motivazione.

[1] Il riferimento è a Cass. n. 20106/2009.

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