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Nota a Trib. Napoli, Sez. II, 12 aprile 2022.

Massima redazionale

 

Nella specie, il Tribunale partenopeo rigetta la richiesta di risarcimento formulata avverso un Istituto di credito per aver consentito a uno dei cointestatari di un rapporto di conto corrente di disporre un bonifico, in proprio favore, senza la preventiva acquisizione dell’autorizzazione degli altri titolari.

Ebbene, se è vero che, stante l’attività professionale esercitata, gli Istituti di credito siano tenuti a un comportamento particolarmente diligente, al fine di evitare danni ai propri clienti (ex art. 1176, comma 2, c.c.), è del pari indiscutibile che tale diligenza qualificata non possa spingersi fino al punto da pretendere che la stessa Banca ponga in essere un comportamento estraneo alla natura stessa del contratto di conto corrente scelto e sottoscritto dai clienti. Nel caso di specie, è insita nell’essenza del conto corrente a firme disgiunte la facoltà di ciascun cointestatario di disporre della totalità delle somme ivi depositate, ritenendosi l’assenso degli altri cointestatari manifestato al momento dell’apertura del conto. Ne deriva che in alcun modo può essere addebitato all’Istituto di credito un comportamento contrario a buona fede e correttezza, per aver dato attuazione alle obbligazioni cui era contrattualmente tenuta[1]. Ciò trova conferma anche nelle pronunce della Suprema Corte in materia, secondo cui, in caso di conto corrente cointestato con firma disgiunta, l’atto di disposizione di un correntista deve ritenersi attuato con il consenso degli altri intestatari, per cui la Banca che ha eseguito l’operazione non può ritenersi responsabile di un eventuale illecito.

 

 

Qui la sentenza.

[1] Cfr. Cass. n. 9063/2017, per cui «in caso di conto corrente cointestato con firma disgiunta, l’atto di disposizione di un correntista deve ritenersi attuato con il consenso degli altri intestatari, per cui la Banca che ha eseguito l’operazione non può ritenersi responsabile di un eventuale illecito.».

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