Disciplina degli interessi dei buoni fruttiferi postali serie Q/P: la sentenza “cigno nero” del Tribunale di Trapani.



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Nota a Trib. Trapani, 16 febbraio 2022, n. 174.

di Antonio Zurlo (segnalazione del Prof. Valentino Tamburro)

 

In aperta controtendenza con la più recente giurisprudenza di legittimità, il Tribunale trapanese, conscio del contrasto esistente nel panorama giurisprudenziale in ordine alla valenza della mancata apposizione del timbro riportante i tassi aggiornati dal D.M. 13.6.1986, dal ventesimo anno in poi, sui buoni fruttiferi postali della serie “Q”, emessi utilizzando i moduli prestampati relativi alla precedente serie “P” (che prevedeva rendimenti più alti)[1], ritiene di doversi allineare con l’orientamento già espresso in altro, precedente, pronunciamento[2].

Il giudice siciliano rammenta, infatti, che l’esatta indicazione nei buoni fruttiferi postali dei dati considerati essenziali per una corretta informazione sia precipuamente finalizzata a garantire al sottoscrittore un’oggettiva valutazione dei profili di convenienza e di rischio, connessi all’investimento, sì come la disciplina normativa settoriale è, parimenti, ispirata all’esigenza di tutela del risparmio diffuso. Da ciò discende l’impossibilità di considerare non vincolante quanto riportato sui buoni in ordine alla determinazione della prestazione dovuta dall’intermediario: le stesse le Sezioni Unite[3] hanno, sul punto, ritenuto che «la discrepanza tra le prescrizioni ministeriali e le indicazioni riportate sui buoni postali offerti in sottoscrizione ai richiedenti debba essere risolta dando prevalenza alle seconde».

Più precisamente, se deve ritenersi ammissibile che le condizioni del contratto vengano modificate, anche in senso peggiorativo per il risparmiatore, mediante decreti ministeriali successivi alla sottoscrizione del titolo, è da escludere che le condizioni alle quali l’amministrazione postale si obbliga possano, invece, essere, sin da principio, diverse da quelle espressamente rese note al risparmiatore all’atto stesso della sottoscrizione del buono. Qualora il decreto ministeriale modificativo dei tassi sia antecedente alla data di emissione del buono fruttifero e al sottoscrittore non dovessero essere applicate le condizioni riprodotte sul titolo, infatti, si finirebbe per ledere il legittimo affidamento ingenerato nel cliente sulla validità dei tassi di interesse riportati sul buono.

Pertanto, qualora il tasso di interesse risulti ab origine in contrasto con le disposizioni vigenti al momento della sottoscrizione, deve ritenersi che «il vincolo contrattuale tra emittente e sottoscrittore dei titoli si formi sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti»[4]. Nella specie, il buono fruttifero postale attenzionato era stato emesso in data successiva all’entrata in vigore del D.M. n. 148/1986 che, all’art. 5, ha disposto l’ultima modifica dei tassi di interesse precedente all’emissione qui in rilievo, secondo quanto previsto dall’art. 173 codice postale, stabilendo, altresì, l’obbligo per gli uffici emittenti, pur quando fossero stati utilizzati moduli preesistenti, di indicare sul documento il differente regime cui essi erano soggetti. Nel caso in esame, non risulta apposta alcuna annotazione sul titolo relativa ai tassi applicati dal 21° al 30° anno, sicché il vincolo contrattuale tra emittente e sottoscrittore deve reputarsi formato sulla base degli elementi risultanti dal testo del buono postale, fatta salva, appunto, la possibilità di una etero-integrazione soltanto successiva per effetto di decreti ministeriali modificativi dei tassi di rendimento, ai sensi dell’art. 173 Codice Postale.

Tale ultima disposizione opera un ragionevole bilanciamento tra tutela del risparmio ed esigenza di contenimento della spesa pubblica, nel pieno dei principi sanciti dagli artt. 3 e 47 Cost.[5]. In tale ottica, diviene irrilevante la circostanza che, nel corso della durata dell’investimento, vengano ad alternarsi due criteri di determinazione degli interessi tra loro eterogenei, quello in regime di interessi composti della serie “Q”, per i primi venti anni, e quello in regime di capitalizzazione semplice della serie “P”, per l’ultimo decennio, dando luogo a un titolo “ibrido”. Una simile alternanza, comunque fondata sulla regolazione negoziale riferibile al rapporto, non risulta impedita da norme di legge.

In ultima analisi, nonostante la discrepanza tra le prescrizioni ministeriali e le condizioni contrattualmente convenute, deve necessariamente darsi prevalenza a queste ultime, posto che è stata la società convenuta a non aver diligentemente incorporato nel buono le esatte determinazioni ministeriali relative al rendimento del titolo, né, tantomeno, si può attribuire valenza meramente informativa alle indicazioni presenti sul buono, dal momento che va garantita piena tutela al legittimo affidamento ingenerato nel sottoscrittore.

 

Qui la sentenza.


[1] Si vedano App. Milano, Sez. I, 27.11.2020, n. 3117; App. Brescia, Sez. I, 17.11.2020, n. 1238.

[2] Il riferimento è a Trib. Trapani, 30.04.2019, n. 476; in senso conforme, Trib. Milano, 09.01.2020, n. 91.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., n. 13979/2009.

[4] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., 15 giugno 2007, n. 13979.

[5] Cfr. Corte Cost., n. 26/2020.

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