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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 20 gennaio 2022, n. 1825.

di Antonio Zurlo

 

Sull’approvazione tacita degli estratti conto.

Il Collegio, in via preliminare, ripropone il consolidato principio per cui, ai sensi dell’art. 1832 c.c., la mancata contestazione dell’estratto conto e la connessa, implicita, approvazione delle operazioni in esso annotate riguardano gli accrediti e gli addebiti considerati nella loro realtà effettuale, nonché la verità contabile, storica e di fatto delle operazioni annotate (con conseguente decadenza delle parti dalla facoltà di proporre eccezioni relative ad esse), ma non impediscono la formulazione di censure concernenti la validità ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti[1]. Di tal guisa, l’approvazione tacita del conto non impedisce di sollevare contestazioni fondate su ragioni sostanziali attinenti alla legittimità, in relazione al titolo giuridico, dell’inclusione o dell’eliminazione di partite del conto corrente[2].

Come già precisato dalla giurisprudenza di legittimità, deve ritenersi che l’approvazione dell’estratto conto[3] abbia la funzione di rendere incontestabile in giudizio la verità storica dei dati riportati nel conto, lasciando aperta la possibilità di porre in questione la portata ed il significato giuridico dei fatti ad essi corrispondenti[4].

 

Sulla ripetizione di indebito.

In tema di ripetizione di indebito, opera, come noto, il normale principio dell’onere della prova a carico dell’attore, il quale è tenuto a dimostrare sia l’avvenuto pagamento (nella specie incontroverso), sia la mancanza di una causa che lo giustifichi[5]; tale assetto non esclude la possibilità di perseguire tale prova (una volta allegato il verificarsi delle corrispondenti evenienze) anche per il tramite di una richiesta di esibizione (o acquisizione officiosa) dei corrispondenti documenti.

Un siffatto onere non subisce deroga quando abbia ad oggetto “fatti negativi”, in quanto la negatività dei fatti oggetto della prova non esclude, né, tantomeno, inverte, il relativo onere[6]. Tuttavia, non essendo possibile la materiale dimostrazione di un fatto non avvenuto, la relativa prova può essere data mediante dimostrazione di uno specifico fatto positivo contrario, o anche mediante presunzioni dalle quali possa desumersi il fatto negativo[7].

Ciò premesso, è noto che «in tema di esecuzione del contratto, la buona fede si atteggia come un impegno od obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere extracontrattuale del neminem laedere, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte; tra i doveri di comportamento scaturenti dall’obbligo di buona fede vi è anche quello di fornire alla controparte la documentazione relativa al rapporto obbligatorio ed al suo svolgimento; in materia di contratti bancari, il diritto alla documentazione trova fondamento, oltre che negli artt. 1374 e 1375 cod. civ., anche nell’art. 119 TU leggi bancarie, il quale pone a carico della banca l’obbligo di periodica comunicazione di un prospetto che rappresenti la situazione del momento nel rapporto con il cliente ed accorda a questi il diritto di ottenere – a sua spese, limitatamente agli ultimi dieci anni, indipendentemente dall’adempimento del dovere di informazione da parte della banca e anche dopo lo scioglimento del rapporto – la documentazione di ciascuna operazione registrata sull’estratto conto»[8]. In altri termini, il diritto del cliente di ottenere dall’istituto bancario la consegna di copia della documentazione relativa alle operazioni dell’ultimo decennio, previsto dall’art. 119, comma 4, TUB, si configura come un diritto sostanziale, la cui tutela è riconosciuta come situazione giuridica “finale” e non strumentale, onde per il suo riconoscimento non assume alcun rilievo l’utilizzazione che il cliente intende fare della documentazione, una volta ottenutala[9]. La ricostruzione del diritto, sancito dal comma 4 dell’art. 119 TUB, nei termini indicati, non esclude che, in via di fatto, la richiesta di documentazione possa essere avanzata in vista della predisposizione dei mezzi di prova necessari ai fini di un’azione del cliente, o chi per lui, contro la banca.

È utile rimarcare pure che «l’obbligazione di consegna periodica degli estratti conto, nell’ambito dei rapporti regolati in conto corrente, ai sensi del secondo comma dell’articolo 119, si differenzia dall’obbligazione, sancita dal quarto comma della stessa disposizione, di consegna di “copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni”. La differenza è lampante: i) l’obbligazione di cui al secondo comma sorge con la stipulazione del contratto, che ne regola i tempi, ed in particolare la cadenza, ed oggi anche i modi, dal momento che gli estratti conto possono essere consegnati, a scelta del cliente, in cartaceo o su supporto informatico, con la conseguenza che l’inadempimento dell’obbligazione, tenuto conto che essa è modellata quale obbligazione da adempiersi presso il cliente, creditore della prestazione, si consuma una volta che il termine sia spirato senza che la banca abbia provveduto, salvo il caso della causa non imputabile, alla consegna degli estratti conto nei modi contrattualmente previsti; ii) l’obbligazione di cui al quarto comma sorge sì dal contratto, ma deve essere adempiuta solo se il cliente abbia avanzato la relativa richiesta, sicché, fintanto che la richiesta non sia stata avanzata, attraverso l’esercizio della facoltà normativamente contemplata, neppure diviene attuale l’obbligazione in capo alla banca, con l’ulteriore conseguenza che non è pensabile il concretizzarsi di un suo inadempimento, che invece scatta solo ove la richiesta del cliente vi sia stata, e sia spirato inutilmente il termine allo scopo previsto. Si tratta insomma, nella previsione del quarto comma, di un diritto potestativo, che, fintanto che non venga esercitato, rimane confinato nel mondo del possibile giuridico»[10].

Infine, il Collegio sottolinea che la ripartizione dell’onere della prova debba tener conto, oltre che della distinzione tra fatti costitutivi e fatti estintivi o impeditivi del diritto, anche del principio, riconducibile all’art. 24 Cost. e al divieto di interpretare la legge in modo da rendere impossibile o troppo difficile l’esercizio dell’agire in giudizio, della riferibilità o vicinanza o disponibilità dei mezzi di prova[11]. Tale criterio non può essere invocato ove ciascuna delle parti acquisisca la disponibilità della prova documentale di cui si dibatta[12], sicché, laddove la mancata acquisizione di detta prova sia da imputarsi proprio alla parte che di tanto si avvantaggi (nella specie, peraltro, gravata di uno specifico obbligo di consegna giusta il già citato art. 119, comma 4, TUB), esso ritorna pienamente utilizzabile in favore della controparte incolpevole.

Nella specie, a fronte del reiterato inadempimento della Banca odierna ricorrente, a consegnare la documentazione ripetutamente richiestale dalla propria correntista, impostole anche dal Tribunale di Cosenza, deve considerarsi affatto corretta la conclusione della Corte territoriale per cui «il correntista dispone delle somme depositate sul conto corrente, ma ad esse ha accesso attraverso titoli od operazioni che sono rilasciati e/o che passano attraverso la banca, e che dunque esigono, anche a garanzia dell’istituto, onde evitare la sua responsabilità come depositario, che vi siano atti scritti di disposizione delle somme a dar certezza sull’an della disposizione e sul soggetto che la effettua».

Alteris verbis, nel caso in cui il correntista lamenti che le somme giacenti sul conto sono inferiori a quelle che egli avrebbe dovuto avere e che vi sono prelievi, recanti la generica dicitura “pagamenti diversi”, di cui disconosce la paternità, così allegandone la perdita, è l’Istituto rimasto colpevolmente inadempiente al proprio obbligo sancito dall’art. 119, comma 4, TUB, di consegna della corrispondente documentazione a dover dimostrare di aver correttamente custodito le somme del cliente, assicurando che solo costui potesse disporne, nei modi previsti dallo stesso istituto (assegno, distinta di prelievo, bonifico, ordine di giroconto, ecc.). Prova che, nel caso di specie, postulava proprio quella produzione documentale che la banca, con argomentazioni già ritenute (da sentenza passata in giudicato) infondate, ha omesso di effettuare.

 

Qui l’ordinanza.


[1] Cfr., ex multis, Cass. n. 30000/2018; Cass. n. 23421/2016; Cass. n. 11626/2011.

[2] Cfr. Cass. n. 11749/2006.

[3] Per quel che riguarda i cosiddetti aspetti sostanziali, restando invece disciplinati dal secondo comma dell’art. 1832 quelli formali.

[4] Cfr., in motivazione, Cass. n. 30000/2018; Cass. n. 6736/1995.

[5] Cfr. Cass. n. 33009/2019; Cass. n. 30822/2018; Cass. n. 30713/2018; Cass. n. 7501/2012; Cass. n. 24948/2017.

[6] Cfr. Cass. n. 8018/2021.

[7] Cfr. Cass. n. 8018/2021.

[8] Cfr. Cass. n. 12093/2001.

[9] Cfr. Cass. n. 24641/2021; Cass. n. 12093/2001; Cass. n. 11733/1999. La sussistenza di quel diritto sostanziale, peraltro, era stata già affermata, in termini analoghi, in relazione ad epoca in cui la norma in discorso non era stata ancora posta, in applicazione del principio di buona fede oggettiva e della sua attitudine ad operare anche quale fonte d’integrazione della stessa regolamentazione contrattuale ex art. 1374 c.c.; cfr. Cass. n. 24641/2021; Cass. n. 4598/1997.

[10] Cfr. Cass. n. 24641/2021.

[11] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., n. 13533/2001; Cass. n. 6008/2012; Cass. n. 486/2016.

[12] Cfr. Cass. n. 33009/2019.

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