Ribaditi alcuni importanti approdi ermeneutici concernenti il profilo successorio dei rapporti bancari cointestati.



7 min read

Nota a ABF, Collegio di Roma, 8 novembre 2021, n. 22879.

di Donato Giovenzana

 

I ricorrenti, in qualità di coeredi, contestano la condotta tenuta dall’intermediario resistente nella gestione di un conto corrente originariamente cointestato ad un terzo loro fratello ed alla madre, scomparsa nel 2018. Affermano, in particolare, che tale cointestazione fosse fittizia e che il fratello cointestatario abbia posto in essere una serie di operazioni dispositive che avrebbero di fatto pregiudicato i loro diritti sulla massa ereditaria. In relazione a quanto sopra, i ricorrenti contestano alla banca di non aver vigilato sul conto, acconsentendo all’esecuzione delle predette operazioni, nonché di non aver provveduto alla liquidazione in loro favore delle quote ereditarie relative alle somme residue giacenti sul conto, con conseguente violazione dei doveri di buona fede e diligenza professionale. Chiedono, altresì, il risarcimento del danno cagionato dalle condotte riferite, quantificato in euro 42.666,00.

Con riferimento alla censura relativa alla natura fittizia della cointestazione del conto, parte ricorrente sostiene che le somme su di esso pervenute e giacenti fossero di pertinenza esclusiva della de cuius, che da sola alimentava il conto. Sostiene, pertanto, che il cointestatario superstite non avrebbe potuto disporre delle stesse. Tale motivo di doglianza va respinto per difetto di prova. Il Collegio rileva che i ricorrenti non hanno prodotto né menzionato particolare documentazione a sostegno della natura solo simulata della cointestazione del conto; peraltro, dalla documentazione presente in atti, non pare possibile ricostruire in maniera completa i flussi che hanno alimentato il conto sin dalla sua apertura.

Quanto alla contestazione rivolta nei confronti della resistente per non avere essa vigilato sul conto corrente di cui trattasi, il Collegio osserva quanto segue. Nel caso di specie l’intermediario sostiene che il conto fosse a firma disgiunta. Al tal riguardo, tuttavia, la resistente ha allegato documentazione contrattuale dalla quale, se da un lato risulta che il conto è effettivamente cointestato al Sig. B**** G**** (il fratello cointestatario) e alla de cuius sin dalla apertura avvenuta nel 21.04.2005, dall’altro lato non si fa menzione della natura congiunta o disgiunta dei poteri di firma, né vi sono indicazioni relative ai poteri dispositivi delle parti. Inoltre, anche dall’esame degli screenshot prodotti dalla resistente, contenenti i dettagli di alcune operazioni di pagamento tratte dai propri sistemi informatici, non risulta possibile risalire al soggetto che ha disposto le operazioni di pagamento (il nome della de cuius parrebbe identificare la sola “intestazione” del rapporto). D’altra parte, nel caso di specie, non è chiaro se la natura “disgiunta” della cointestazione, affermata dalla banca – almeno sul piano dell’assetto contrattuale formale prescelto dalle parti – sia specificamente contestata dai ricorrenti. Nel ricorso introduttivo, infatti, i ricorrenti affermano che, da un lato, le operazioni dispositive poste in essere dal cointestatario “debbono essere considerate illegittime sia perché in violazione della normativa sulla successione, sia alla luce dell’art. 12988 c.c. che disciplina la presunzione legale della “divisione del saldo in parti uguali tra cointestatari”, dall’altro lato che “È prassi infatti, in casi come questo che, poiché il conto corrente deve risultare sbloccato solo per la parte del cointestatario vivo e poiché però il conto fisicamente non è divisibile, proprio al fine di evitare il rischio che il cointestatario possa usare più del 50% del saldo e danneggiare gli altri eredi, le banche bloccano anche il conto cointestato a firma disgiunta. Tuttavia la Banca **** non ha avuto tale accortezza e dunque il cointestatario superstite non solo ha continuato ad effettuare tutte le operazioni con la medesima ampiezza di poteri che aveva prima del decesso della madre, ma ha anche effettuato un passaggio di denaro sul proprio conto, a successione già aperta […]”.

Peraltro, nel caso di specie, non risulta che i cointestatari del conto avessero mai formulato alcuna opposizione al regime di firma disgiunta. Quindi, non ravvisandosi alcuna contestazione da parte dei ricorrenti circa la qualificazione “a firma disgiunta” del contratto, il Collegio, in ossequio al principio di non contestazione, reputa che possa ritenersi pacifico tra le parti la suddetta qualificazione del contratto (Coll. di Milano, dec. n. 24721/18), di talché le operazioni dispositive oggetto di contestazione devono ritenersi tutte correttamente eseguite da parte del cointestatario superstite.

Con riguardo alla mancata liquidazione delle quote ereditarie, il Collegio accerta l’illegittimità del comportamento della resistente. Parte ricorrente chiede inoltre che le sia liquidata la quota ereditaria spettante sulle somme presenti sul conto e cadute in successione. Contesta il rifiuto opposto al riguardo dall’intermediario resistente.

L’intermediario sostiene di non aver provveduto a liquidare le quote spettanti agli eredi per le seguenti ragioni: in primo luogo, assume la mancata produzione, da parte dei ricorrenti, della dichiarazione di successione prescritta dalla normativa di riferimento; in secondo luogo, afferma che “i crediti ereditari non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle proprie quote, ma entrano a far parte della comunione ai sensi degli articoli 727, 757 e 760 cod. civ., venendo ripartiti tra gli stessi al momento della divisione dell’intera massa ereditaria”, ossia “la divisione pro quota non opera automaticamente”.

Ebbene, con riguardo al primo profilo, si rappresenta che l’art. 48 del TU in materia di imposta sulle successioni prevede che “Le aziende e gli istituti di credito, le società e gli enti che emettono azioni, obbligazioni, cartelle, certificati ed altri titoli di qualsiasi specie, anche provvisori, non possono provvedere ad alcuna annotazione nelle loro scritture né ad alcuna operazione concernente i titoli trasferiti per causa di morte, se non è stata fornita la prova della presentazione, anche dopo il termine di cinque anni di cui all’art. 27, 4° comma, della dichiarazione di successione o integrativa con l’indicazione dei suddetti titoli, o dell’intervenuto accertamento in rettifica o d’ufficio, e non è stato dichiarato per iscritto dall’interessato che non vi era obbligo di presentare la dichiarazione”. Come precisato dal Collegio di Coordinamento con decisione n. 5305/2013 (sia pur in relazione a ricorso avente ad oggetto la domanda di liquidazione della quota caduta in successione da parte del cointestatario di un conto a firma disgiunta), la norma in esame “impone al debitore un vincolo dal quale deriva per l’intermediario un vero e proprio divieto di esecuzione della prestazione (alla stregua di una impossibilità giuridica sopravvenuta, come descritta dall’ordinanza di rimessione), in funzione di interessi pubblici ritenuti preminenti dal legislatore, almeno sino al momento in cui non sia soddisfatta la condizione rappresentata dalla presentazione della denuncia di successione o della dichiarazione negativa”, di cui all’art. 28 del medesimo testo normativo. Ciò posto, l’intermediario afferma di aver ricevuto, in data 13.02.2018, la richiesta di certificazione delle attività e passività, il certificato di morte e la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà da parte del cointestatario superstite, ma di non aver mai ricevuto copia della dichiarazione di successione. I ricorrenti accludono al ricorso copia della dichiarazione, ma non allegano di averla precedentemente trasmessa alla banca.

Con riguardo al secondo profilo occorre rammentare che, in punto di legittimazione del coerede ad agire, individualmente, per la liquidazione della propria quota ereditaria, è da ultimo intervenuto il Collegio di Coordinamento con decisione n. 27252 del 20.12.2018 che, preso atto dei principi espressi in materia dalla sentenza della Corte di Cassazione, SS.UU., n. 24657 del 28.11.2007, e dalla successiva ordinanza della stessa Corte, n. 27417 del 20.11.2017, ha affermato quanto segue: “ritiene questo Collegio di dover confermare l’adesione di quelli territoriali al consolidato e ben argomentato indirizzo della Suprema Corte che afferma che il credito del dante causa caduto in successione viene ad essere parte della comunione ereditaria e non si divide automaticamente tra i coeredi”.

Ciò posto, secondo un recente orientamento arbitrale, avuto riguardo ai summenzionati principi, l’Abf ritiene che, in mancanza di opposizione o contrasto tra i coeredi, l’intermediario sia tenuto a rimborsare all’erede che ne faccia richiesta la rispettiva quota, senza che la banca possa opporre la necessità di una specifica quietanza sottoscritta da tutti gli eredi (Coll. di Roma, dec. n. 9023/21). Nel caso di specie, dagli atti del procedimento, non emerge alcuna opposizione o contrasto da parte del coerede cointestatario, sicché l’intermediario non risultava legittimato a subordinare la liquidazione della giacenza alla firma di una quietanza liberatoria da parte dei coeredi.

 

Qui la decisione.

 

Iscriviti al nostro canale Telegram 👇

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori

  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap