Domanda di ripetizione e domanda di accertamento delle nullità: relazione di strumentalità ed estensione dell’inammissibilità (nota a una pronuncia controcorrente).



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Nota a Trib. Santa Maria Capua Vetere, 30 novembre 2021, n. 3983.

di Antonio Zurlo

 

Nella specie, parte attrice aveva esperito azione di accertamento della nullità del contratto e delle condizioni applicate, funzionalmente connessa a una domanda di ripetizione e conseguente condanna per comportamenti contrari a buona fede dell’Istituto convenuto. Era, altresì, possibile evincere che il conto corrente attenzionato fosse ancora in essere al momento della proposizione della domanda de qua (circostanza eccepita dalla convenuta).

Il Tribunale sammaritano rileva, tranchant, come la domanda di ripetizione debba ritenersi preclusa «in costanza di rapporto di apertura di credito»[1]. Invero, solo a seguito della chiusura del rapporto, si potrebbe parlare di pagamento indebito da parte del cliente-correntista, integrandosi, solo ed esclusivamente, in tale momento il fondamentale elemento costitutivo dell’azione di ripetizione, ravvisabile nel “pagamento” che si assume indebito. In altri termini, può scientemente parlarsi di pagamento solo dopo che, conclusosi il rapporto, la Banca abbia esatto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del quale risultino compresi interessi non dovuti e, in quanto tali, da restituire, se corrisposti dal cliente all’atto della chiusura del conto.

In maniera non dissimile, appare inammissibile la domanda di accertamento concernente l’illegittima applicazione delle clausole di pattuizione degli interessi anatocistici, della commissione di massimo scoperto, di applicazione di tassi ultra legali, nonché dei c.d. “giorni valuta” e di ulteriori spese non dovute. Difatti, il giudice sammaritano si pone in netta cesura con i più recenti pronunciamenti in seno alla giurisprudenza di legittimità, per cui, anche in ipotesi di rigetto della domanda di ripetizione, residuerebbe, pur sempre, l’ammissibilità di quella di mero accertamento[2]. Il Tribunale sceglie di aderire all’orientamento, invero già sostenuto in più pronunce[3], per cui la censura di inammissibilità e/o improcedibilità dell’azione di condanna debba estendersi anche alla presupposta domanda di accertamento della nullità di alcune clausole applicate al conto oggetto di lite, ovvero della illegittima applicazione di condizioni (come quelle denunciate da parte attrice), trattandosi di una domanda non autonoma, ma strettamente connessa a quella consequenziale, volta, appunto, a ottenere la restituzione delle somme illegittimamente pagate alla Banca.

Si ritiene, infatti, che siffatta esclusione, in caso di conto ancora in essere, si fondi sul principio secondo cui «la tutela giurisdizionale è tutela dei diritti (art. 24 Cost., art. 2907 c.c., artt. 99 e 278 c.p.c.). I fatti (quale è anche un contratto) possono essere accertati dal giudice solo come fondamento del diritto fatto valere in giudizio (art. 2697 c.c.) e non di per sé, per gli effetti possibili e futuri. Solo in casi eccezionali predeterminati per legge, possono essere accertati dei fatti separatamente dal diritto che l’interessato pretende di fondare su di essi (…). Non sono perciò proponibili azioni autonome di mero accertamento di fatti pur giuridicamente rilevanti, ma che costituiscano elementi frazionistici della fattispecie costitutiva del diritto, la quale può costituire oggetto dell’accertamento giudiziario solo nella sua funzione genetica del diritto azionato, e cioè nella sua interezza. Analogamente nel nostro sistema processuale non sono ammissibili questioni di interpretazione di norme o di atti contrattuali se non in via incidentale e strumentale alla pronuncia sulla domanda principale di tutela del diritto»[4].

Orbene, dalla stessa formulazione delle conclusioni dell’atto di citazione, si può evincere chiaramente la funzionalità e dipendenza delle domande di mero accertamento, afferenti sia all’illegittima applicazione delle predette condizioni che del saldo dare avere, con la domanda di ripetizione. Ciò risulta evidente dalla formulazione congiunta delle varie domande, le quali sono di volta in volta legate dalla locuzione “conseguentemente” e “per l’effetto”, che porta, dunque, a escludere un interesse autonomo della parte attrice al mero accertamento.

Pertanto, rilevato che il rapporto di conto corrente, al momento della notifica dell’atto di citazione risultava ancora in essere, va dichiarata inammissibile la domanda restitutoria, atteso che, come già detto, di pagamento in senso proprio può parlarsi solo dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto, la Banca abbia esatto dal correntista la restituzione del saldo finale. Tale effetto si estende, come visto, anche alle domande cc.dd. presupposte, aventi a oggetto la richiesta di accertamento della illegittimità delle condizioni praticate, atteso che l’esame di queste ultime e l’interesse sotteso non può essere isolato e non può prescindere dalla richiesta restitutoria, essendo la domanda di accertamento strumentale all’accoglimento della domanda di condanna.

La declaratoria di inammissibilità delle suddette domande non può che determinare l’inammissibilità anche della domanda risarcitoria (costituendo, l’accertamento richiesto, il presupposto necessario della stessa).

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Cass. n. 798/2013.

[2] Cfr. Cass. n. 21646/2018.

[3] Cfr. Trib. Santa Maria Capua Vetere, n. 2993/2016; Trib. Santa Maria Capua Vetere, n. 756/2018; Trib. Monza, n. 171/2016; Trib. L’Aquila, n. 533/2018.

[4] Cfr. Cass. 20 dicembre 2006.

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