Sulla possibile responsabilità aquiliana, oltre a quella di cui all’art. 96 c.p.c., della banca creditrice che iscrive ipoteca per un valore eccedente il credito vantato.



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Nota a Cass. Civ., Sez. III, 13 dicembre 2021, n. 39441.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte ha censurato gravemente la sentenza della Corte territoriale, soprattutto nella parte in cui, in termini del tutto apodittici ed intrinsecamente illogici deponenti per una motivazione sul punto non raggiungente il minimo costituzionale e appalesandosi invero quale meramente apparente e pertanto inesistente ha al riguardo aggiunto che la detta domanda di riduzione dell’ipoteca “appare altresì rinunciata nel contesto dell’appello incidentale condizionato”, sicché “la parte è priva di interesse alla sua decisione”.

Con particolare riferimento al diritto di garanzia, per la Cassazione il titolare deve goderne in termini consentanei con la relativa funzione di mezzo volto a creare una situazione di preferenza rispetto agli altri creditori, e non anche a determinare situazioni di discredito sociale e professionale e, conseguentemente, di blocco del patrimonio e dell’attività del debitore.

Il principio di universalità della responsabilità patrimoniale (art. 2740 c.c.) va infatti riguardato alla stregua dei principi di proporzionalità ed adeguatezza in relazione all’interesse specifico di garanzia che gli stessi sono nel caso concreto funzionalmente volti a realizzare. Il patrimonio deve garantire il soddisfacimento – anche coattivo – dei debiti del relativo titolare, nei limiti peraltro del valore dell’interesse creditorio La previsione del diritto (potestativo) del debitore di fare ricorso -in presenza dei presupposti di legge ( artt. 2874, 2875 c.c. ) – allo specifico rimedio della riduzione dell’ipoteca certamente non vale a deporre, oltre che per la liceità di un uso abusivo del processo ( art. 96 c.p.c. ) in violazione dell’interesse sostanziale che fonda la potestas agendi ( cfr., con riferimento alla violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede e dei principi di lealtà processuale e del giusto processo, si utilizzano strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle per le quali l’ordinamento li ha predisposti, (Cass., 31/3/2021, n. 8982; Cass., Sez. Un., 15/5/2015, n. 9935; Cass., 9/6/2014, n. 12914; Cass., Sez. Un., 15/11/2007, n. 23726; Cass., 22/12/2011, n. 28286 ), a legittimare una condotta imprudente o negligente o contraria a buona fede o correttezza o abusiva del creditore, già anteriormente al processo, sul piano dei sostanziali rapporti della vita comune di relazione, non potendo pertanto escludersi la possibilità per il debitore di fare ricorso al rimedio di carattere generale ex art. 2043 c.c. ( cfr. Cass., 4/4/2001, n. 4968 ).

Per il che, secondo la Suprema Corte

Deve dunque affermarsi che, al di là della previsione del rimedio speciale della riduzione delle ipoteche, in applicazione dei principi generali il creditore il quale iscriva ipoteca giudiziale su beni il cui valore sia eccedente ( a fortiori se sproporzionato ) rispetto all’importo del credito vantato, può essere chiamato, ferma restando la eventuale responsabilità processuale ex art. 96 c.p.c., a rispondere ex art. 2043 c.c. del danno subito dal debitore consistente nella difficoltà o impossibilità della negoziazione del bene medesimo ovvero nella difficoltà di accesso al credito ( con riferimento al rapporto tra responsabilità ex art. 96 c.p.c. ed ex art. 2043 c.c. in ipotesi di trascrizione illegittima, e agli effetti pregiudizievoli dell’interpretazione privilegiante l’assorbente carattere di specialità dell’art. 96 c.p.c., v. Cass., 23/3/2011, n. 6597 ), non potendo dirsi al creditore attribuito il potere di iscrivere ipoteca sui beni del debitore senza alcun limite di continenza o proporzionalità della cautela.”.

 

Qui l’ordinanza.

 

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