Spoofing e rischio d’impresa dell’intermediario.



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Nota a ABF, Collegio di Torino, 13 giugno 2021, n. 14615.

di Antonio Zurlo

 

Dalla ricostruzione fattuale comune emerge il compimento di una truffa consistente nel c.d. “spoofing”, che si verifica laddove il truffatore si avvalga di comunicazioni provenienti anche da utenze telefoniche e app dell’intermediario. In generale, tale modalità fraudolenta (salvi casi particolari) è ritenuta, dalla giurisprudenza arbitrale, particolarmente insidiosa per il cliente, essendo stata, più volte, esclusa la colpa grave di quest’ultimo[1]. Sotto tale profilo, non si può non rilevare, come elemento particolarmente significativo, il fatto che, nella fattispecie in esame, i messaggi ingannevoli fossero pervenuti al cliente anche da numeri riconducibili all’odierno intermediario resistente. Si tratta infatti, con tutta evidenza, di una violazione dei sistemi di sicurezza particolarmente grave, la quale ricade nel rischio di impresa dell’intermediario stesso, che deve adottare tutte le idonee misure organizzative e di sicurezza in ossequio alla ratio sottesa alla qui applicata direttiva (UE) 2015/2366 (c.d. “PSD2”); a tal riguardo, il Collegio torinese si è già espresso in modo molto chiaro, osservando che “l’intenzione del legislatore, europeo e nazionale, è evidentemente quella di premere sul prestatore dei servizi perché garantisca elevati standard di trasparenza e sicurezza e patisca, almeno in linea di principio, le conseguenze sfavorevoli del loro uso fraudolento o comunque non autorizzato[2].

 

Qui la decisione.


[1] Cfr. ABF, Collegio di Torino, decisioni nn. 20475/2020 e 6054/2021.

[2] Cfr. ABF, Collegio di Torino n. 20475/2020.

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