Sull’obbligo informativo post-contrattuale nel caso di deposito di titoli a custodia e amministrazione e di consulenza “di fatto”.



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Nota a Trib. Verona, Sez. III, 26 aprile 2021.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

Con la recentissima sentenza in oggetto, il Tribunale di Verona ha condannato l’Istituto bancario al risarcimento dei danni, in favore del cliente – investitore, in conseguenza della violazione degli obblighi informativi, di natura post – contrattuale, afferenti a un contratto di deposito di titoli a custodia e amministrazione.

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Il giudice veronese, dopo aver ritenuto comprovato l’inadempimento, da parte dell’Istituto bancario, degli oneri informativi nei confronti del cliente – attore (aventi ad oggetto, nella specie, la possibilità di scambiare le azioni detenute in portafoglio, nell’ambito di un’offerta pubblica di scambio) e, del pari, l’inferenza causale di tale omissione sulle successive scelte dell’investitore, approfondisce, in maniera puntuale, la fattiva configurabilità di un obbligo contrattuale, ascrivibile in capo alla Banca convenuta, in considerazione della tipologia di relazionalità intercorrente.

In punto di qualificazione del rapporto contrattuale, a giudizio della Banca convenuta, trattavasi di un contratto di custodia e amministrazione titoli, conseguendone l’esclusione di un’obbligazione informativa post – contrattuale, in conformità a un indirizzo giurisprudenziale consolidatosi, invero, prima dell’entrata in vigore della Direttiva MiFID II[1]. Siffatta asserzione è corretta solo parzialmente, dal momento che parte attrice aveva allegato e dimostrato che il contratto di deposito custodia e/o amministrazione titoli fosse collegato a un contratto – quadro per la prestazione dei servizi di investimento. Ciò chiarito, l’assunto della convenuta, a giudizio del Tribunale veronese, non è condivisibile sotto il profilo giuridico, poiché l’obbligo di informare il cliente delle condizioni dell’offerta pubblica parziale di scambio e transazione, riguardante le azioni detenute in portafoglio, è radicato già nel contratto di deposito titoli.

Invero, l’art. 1838, primo comma, c.c., prevede che la Banca, che assuma il deposito di titoli in amministrazione, abbia anche l’obbligo “di provvedere alla tutela dei diritti inerenti ai titoli” custoditi.

Tale disposizione implica, consequenzialmente, che l’Istituto debba mettere il titolare dei titoli in condizione di esercitarne i diritti a essi conseguenti, provvedendo anche a comunicargli i presupposti essenziali di tutte le operazioni ad essi relative, decise dall’emittente, in modo che possa valutare se aderirvi o meno.

Il giudice veronese si pone senza soluzione di continuità con un precedente pronunciamento di merito, ove è stato affermato che «Qualora sui titoli azionari depositati in amministrazione venga lanciata un’offerta pubblica di scambio, la banca depositaria è tenuta a rendere edotto il cliente di tale circostanza, non ostandovi la disciplina di settore contenuta nel testo unico dell’intermediazione finanziaria, in quanto l’informazione da trasmettere non può considerarsi alla stregua di un invito ad aderire all’offerta pubblica»[2]. Di talché, la circostanza che il regolamento specifico della operazione di scambio azioni/obbligazioni fosse stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale non può essere assunta quale circostanza fattuale esimente da responsabilità per la convenuta, che avrebbe dovuto, comunque, provvedere a un’informativa specifica, in favore del proprio cliente, sì da rendergli agevolmente comprensibili i dettagli salienti dell’offerta.

Peraltro, nel caso di specie, dalle risultanze istruttorie risultava l’instaurazione di un rapporto di consulenza con un funzionario della Banca, al quale l’attore si rivolgeva con una frequenza mensile, anche per avere consigli su come investire al meglio le nuove giacenze. Tale ultima precisazione assume rilievo decisivo ai fini della qualificazione in termini di consulenza della relazionalità intercorsa tra le parti, in considerazione della letteralità dell’art. 4, par. 1, punto 4, della Direttiva 2014/65/UE, lì dove si definisce come «consulenza in materia di investimenti» la prestazione di raccomandazioni personalizzate a un cliente, dietro sua richiesta o per iniziativa dell’impresa di investimento, riguardo ad una o più operazioni relative a strumenti finanziari.

Inoltre, l’art. 9, lett. a) e b), Regolamento delegato (UE) 2017/565 stabilisce che: “Ai fini della definizione di «consulenza in materia di investimenti» di cui all’articolo 4, paragrafo 1, punto 4, della direttiva 2014/65/UE, una raccomandazione personalizzata è una raccomandazione fatta ad una persona nella sua qualità di investitore o potenziale investitore o nella sua qualità di agente di un investitore o potenziale investitore. Detta raccomandazione è presentata come adatta per tale persona, o è basata sulla considerazione delle caratteristiche di tale persona, e consiste nella raccomandazione di: a) comprare, vendere, sottoscrivere, scambiare, riscattare, detenere un determinato strumento finanziario o assumere garanzie nei confronti dell’emittente rispetto a tale strumento; b) esercitare o non esercitare il diritto conferito da un determinato strumento finanziario di comprare, vendere, sottoscrivere, scambiare o riscattare uno strumento finanziario.”.

Secondo il Tribunale, da tali norme deve desumersi che qualsiasi consiglio, che abbia a oggetto un determinato strumento finanziario, di potenziale interesse per uno specifico investitore, deve essere considerato alla stregua di una raccomandazione di investimento, a prescindere dal fatto che l’operazione suggerita sia o no concretamente attuata.

In senso contrario non può ascriversi alcun valore alla circostanza per cui il cliente – investitore non abbia mai versato alla convenuta nessun corrispettivo per quel tipo di servizio, proprio perché prestato gratuitamente, in ragione del risalente rapporto fiduciario. Dal rapporto di consulenza avrebbe dovuto derivare l’obbligo per la Banca convenuta di fornire le corrette informazioni sull’operazione sopra citata.

Da ultimo, nessun rilievo, al fine di escludere la responsabilità dell’Istituto, può avere, altresì, la circostanza della brevità del lasso di tempo intercorso tra la pubblicazione del regolamento e la vendita delle azioni, poiché questa, in qualità di operatore professionale, avrebbe dovuto essere in grado di conoscere le condizioni previste da quel testo fin dal primo giorno utile per effettuare l’operazione.

 

 

Qui la sentenza. 


[1] Cfr. Cass. n. 16318/2017; Cass. n. 4602/2017.

[2] Il riferimento è a Trib. Padova, 25 novembre 2008.

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