Difformità di ISC pubblicizzato e indicato in contratto.



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Nota a Trib. Napoli, Sez. II, 12 febbraio 2021.

di Antonio Zurlo

 

Le circostanze fattuali.

Con ricorso ex art. 702bis c.p.c., parte ricorrente rappresentava di aver sottoscritto, con l’Istituto resistente, un contratto di mutuo e assumeva che l’ISC indicato in sede di stipula fosse difforme da quello effettivamente applicato nel corso del rapporto. Su questo presupposto, conveniva innanzi al Tribunale la Banca, affinché, accertata la lamentata illegittimità e, quindi, la nullità della clausola determinativa degli interessi, il piano di ammortamento venisse rideterminato, con l’applicazione dei tassi sostitutivi di cui all’art. 117, settimo comma, TUB, con conseguente condanna dell’Istituto convenuto al pagamento della somma pari alla differenza tra la quota di interessi corrisposta fino alla data di introduzione del giudizio e gli interessi calcolati sul medesimo periodo al tasso, di cui al succitato art. 117.

Si costituiva l’Istituto, chiedendo il rigetto della domanda, perché infondata.

La decisione del Tribunale.

A giudizio del Tribunale la domanda, sì come formulata, non è meritevole di accoglimento. Invero, occorre premettere che, nel caso di specie, non possa trovare applicazione né la disciplina consumeristica, di cui all’art. 124 TUB, relativo ai contratti di credito al consumo stipulati anteriormente al 19 settembre 2010, né, tantomeno, quella di cui all’art. 125bis, settimo comma, TUB. Difatti, l’art. 124 TUB (nel testo vigente prima del 19 settembre 2010), relativo ai contratti di credito al consumo, non faceva alcun riferimento all’ipotesi di conteggio non corretto del TAEG e, al quinto comma, ricollegava l’applicazione del tasso annuo effettivo globale sostitutivo alle sole ipotesi di assenza della relativa indicazione o di sua nullità (ad esempio perché indicato in modo indeterminato o indeterminabile). Tale soluzione, più restrittiva, risultava maggiormente coerente con la ratio sottostante l’istituto del TAEG, ovverosia una finalità informativa tramite un dato unico complessivo del costo del finanziamento, sì da consentire al cliente – consumatore, in considerazione dell’asimmetria informativa, di poter agevolmente comparare le diverse proposte di finanziamento sottoposte, e, consequenzialmente, valutare quella maggiormente conveniente.

A decorrere dal 2010, con l’introduzione dell’art. 125bis TUB, è stata espressamente prevista, per tutti i contratti stipulati con il consumatore (e non solo per i contatti di credito al consumo), l’applicazione dell’interesse sostitutivo, anche in caso di non corretta indicazione del TAEG o ISC, configurandosi, pertanto, come una vera e propria sanzione civile a carico dell’intermediario. Tale rimedio è destinato a operare a prescindere dal vulnus informativo che l’errata indicazione del TAEG ha potuto avere effettivamente comportato nei confronti del consumatore.

La norma de qua, pur tuttavia, si applica ai soli contratti di finanziamento stipulati con il consumatore, di importo non superiore ad Euro 75.000,00 e successivi al 19 settembre 2010, e, quindi, non al mutuo per cui è causa, che disattende tutti e tre i rassegnati requisiti.

Ciò posto, in seno alla giurisprudenza si sono formati diversi orientamenti sulle conseguenze della difformità tra l’ISC indicato in contratto e quello concretamente applicato nei casi non disciplinati dall’art. 125bis TUB.

Secondo un primo orientamento, l’indicazione nel contratto di un ISC inferiore rispetto al TAEG costituirebbe una violazione dell’art. 117, sesto comma, TUB, per cui sono da ritenersi nulle quelle clausole che prevedono per i clienti condizioni economiche più sfavorevoli di quelle pubblicizzate, con conseguente nullità della clausola relativa agli interessi, nonché necessità di applicare (in sostituzione del tasso dichiarato nullo) il tasso nominale dei buoni ordinari del tesoro, ai sensi dell’art. 117, settimo comma, TUB[1].

Secondo un più recente e condivisibile indirizzo ermeneutico, per contro, la difformità tra ISC pattuito ed ISC applicato non rende nulle le pattuizioni sugli interessi, in quanto l’indicatore sintetico di costo (o il TAEG) serve solo a informare il mutuatario del costo complessivo del credito erogato, mentre le varie voci di costo, compresa prima di tutto la misura degli interessi corrispettivi, sono pattuite in altre specifiche clausole. In altri termini, l’ISC non rappresenta una specifica condizione economica da applicare al contratto di finanziamento, svolgendo unicamente una funzione informativa finalizzata a porre il cliente nella posizione di conoscere il costo totale effettivo del finanziamento prima di accedervi. L’erronea quantificazione dell’ISC, quindi, non potrebbe comportare una maggiore onerosità del finanziamento (non mettendo in discussione la determinazione delle singole clausole contrattuali che fissano i tassi di interesse e gli altri oneri a carico del mutuatario) e, conseguentemente, non renderebbe applicabile a tale situazione quanto disposto dall’art. 117, sesto comma, TUB[2].

Del resto, non si rinviene nel diritto positivo la sanzione della nullità per la fattispecie in questione, essendo stata prevista una simile sanzione solo nel settore del credito al consumo, nella cui disciplina l’art. 125bis, sesto comma, TUB, dispone che, nel caso in cui il TAEG indicato nel contratto non sia stato determinato correttamente, le clausole che impongono al consumatore costi aggiuntivi (rispetto a quelli effettivamente computati nell’ISC) siano da considerarsi nulle: qualora il legislatore avesse voluto sanzionare con la nullità la difformità tra ISC e TAEG nell’ambito di operazioni diverse dal credito al consumo, l’avrebbe espressamente previsto, analogamente a quanto avvenuto con l’art. 125bis, sesto comma, TUB.

Si deve concludere, pertanto, che l’erronea indicazione dell’ISC non determina nessuna incertezza sul contenuto effettivo del contratto stipulato e del tasso di interesse effettivamente pattuito, e, consequenzialmente, la violazione dell’obbligo pubblicitario perpetrata dalla Banca, per il tramite dell’erronea quantificazione dell’ISC, non è suscettibile di determinare alcuna invalidità del contratto di mutuo (né tantomeno della sola clausola relativa agli interessi), potendosi, al più, configurare unicamente come illecito (e, in quanto tale, essere fonte di responsabilità)[3]. L’errata indicazione del TAEG, anche ove accertata, non altera il consenso negoziale del consumatore e la parte mutuataria può esclusivamente far valere una responsabilità contrattuale della Banca e dedurre che, a causa della errata informazione sull’ISC, sia stata indotta a stipulare un mutuo che, conoscendone il costo effettivo, non avrebbe stipulato, al contempo, allegando e provando un pregiudizio di tipo risarcitorio collegato a tale lesione informativa.

In definitiva, nel caso di specie, non può trovare applicazione l’interesse sostitutivo, di cui all’art. 117 TUB.

 

 

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Trib. Chiesti, 23 aprile 2015, n. 230.

[2] Cfr. Trib. Roma, 19 aprile 2017.

[3] Cfr. Trib. Milano, 26 ottobre 2017, n. 10832.

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