Richiesta di moratoria ai sensi del decreto Cura Italia e credito al consumo.



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Nota a ABF, Collegio di Roma, 21 dicembre 2020, n. 23462.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

La questione sottoposta all’attenzione dell’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) riguarda l’accertamento del diritto di parte ricorrente alla sospensione del pagamento delle rate di un mutuo, prevista dall’art. 56, comma 2, lett. c, del decreto “Cura Italia”, tra le misure di sostegno finanziario alle micro, piccole e medie imprese colpite dall’epidemia di covid – 19. Nello specifico, tale disposizione prevede che «Al fine di sostenere le attività imprenditoriali danneggiate dall’epidemia di COVID-19 le Imprese, come definite al comma 5, possono avvalersi dietro comunicazione – in relazione alle esposizioni debitorie nei confronti di banche, di intermediari finanziari previsti dall’art. 106 del d.lgs. n. 385 del 1° settembre 1993 (Testo unico bancario) e degli altri soggetti abilitati alla concessione di credito in Italia – delle seguenti misure di sostegno finanziario: […] c) per i mutui e gli altri finanziamenti a rimborso rateale, anche perfezionati tramite il rilascio di cambiali agrarie, il pagamento delle rate o dei canoni di leasing in scadenza prima del 30 settembre 2020 è sospeso sino al 30 settembre 2020 e il piano di rimborso delle rate o dei canoni oggetto di sospensione è dilazionato, unitamente agli elementi accessori e senza alcuna formalità, secondo modalità che assicurino l’assenza di nuovi o maggiori oneri per entrambe le parti; è facoltà delle imprese richiedere di sospendere soltanto i rimborsi in conto capitale.». I successivi commi dell’art. 56 del decreto Cura Italia specificano:

a) la documentazione necessaria per la domanda di sospensione (in particolare, una «dichiarazione con la quale l’impresa autocertifica ai sensi dell’art. 47 DPR 445/2000 di aver subito in via temporanea carenze di liquidità quale conseguenza diretta della diffusione dell’epidemia da COVID-19»);

b) l’ambito soggettivo dei soggetti beneficiari (limitato alle «microimprese e le piccole e medie imprese come definite dalla Raccomandazione della Commissione europea n. 2003/361/CE del 6 maggio 2003, aventi sede in Italia», «le cui esposizioni debitorie non siano, alla data di pubblicazione del presente decreto, classificate come esposizioni creditizie deteriorate ai sensi della disciplina applicabile agli intermediari creditizi»).

In via preliminare, il Collegio ritiene di dover respingere l’eccezione di inammissibilità, sollevata dall’intermediario, in quanto la domanda sarebbe diretta a ottenere un facere infungibile; invero, la domanda può essere interpretata come diretta a ottenere l’accertamento del diritto del ricorrente alla sospensione dei pagamenti richiesta. Nel caso in esame, parte ricorrente, in qualità di imprenditore individuale, chiedeva la sospensione del pagamento delle rate del mutuo stipulato con l’intermediario resistente, invocando il summenzionato art. 56, comma 2, lettera c., del decreto Cura Italia. A distanza di pochi giorni, la richiesta veniva rinnovata e dettagliata. L’intermediario riscontrava la prima richiesta già il 25.3.2020, informando il cliente dell’indisponibilità di sospensioni specifiche, della circostanza che erano in corso di predisposizione i moduli per la sospensione presso il Fondo Consap e che avrebbe pubblicato un avviso al riguardo sul proprio sito. La richiesta di sospensione veniva, poi, definitivamente rigettata, in sede di riscontro al reclamo, con la motivazione che il ricorrente difettava dei requisiti necessari per accedere alla sospensione di cui al Fondo di solidarietà (Gasparrini). L’intermediario proponeva, inoltre, al ricorrente di accedere alla sospensione prevista dall’accordo tra ABI e Associazioni dei consumatori della quota capitale dei mutui garantiti da ipoteca su immobili; tale opzione veniva scartata dal ricorrente, in quanto foriera di un aumento della sua esposizione debitoria.

Nelle comunicazioni dell’intermediario al ricorrente manca qualsiasi riferimento alla sospensione richiesta dal cliente ai sensi dell’art. 56, comma 2, lett. c del decreto Cura Italia. Dalla documentazione versata in atti, risulta che il mutuo fosse stato sottoscritto dal ricorrente in qualità di consumatore. Non è, invece, possibile evincere dalla documentazione prodotta se, come affermato nel ricorso, il mutuo sia effettivamente stato destinato a una ristrutturazione aziendale. Emerge, infatti, solo che il mutuo sarebbe stato utilizzato per estinguerne uno precedente, di cui, pur tuttavia, non si può conoscere la finalità.

Tutto ciò premesso, è premura del Collegio stabilire, innanzitutto, se il mutuo stipulato da un imprenditore individuale, in qualità di consumatore, possa beneficiare della moratoria prevista dall’art. 56, comma 2, del d.l. Cura Italia. A tale ultimo riguardo, sebbene la norma non preveda alcuna esclusione espressa né contenga esplicite indicazioni circa la finalità del finanziamento oggetto di sospensione, l’ABF ritiene che la moratoria debba interpretarsi come limitata ai finanziamenti stipulati da soggetti rientranti nella definizione di micro-imprese o di piccole e medie imprese nell’ambito della propria attività di impresa. Peraltro, un’interpretazione estensiva è stata espressamente esclusa dai chiarimenti (FAQ) forniti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, secondo i quali le tipologie di finanziamento assoggettabili alla moratoria prevista dall’art. 56, comma 2, del decreto Cura Italia non includono alcuna forma di credito al consumo. In particolare, il MEF indica che ai mutui ipotecari non rientranti nel c.d. “Fondo Gasparrini” (per i mutui prima casa) e ai finanziamenti a rimborso rateale siano applicabili le misure volontarie promosse dalle associazioni di categoria delle società finanziarie (Assofin) e delle banche (ABI), in accordo con le associazioni dei consumatori. Pertanto, nel caso di specie, ove fosse confermata l’assenza di una finalità “aziendale” del mutuo, il Collegio ritiene che la richiesta di moratoria, ex art. 56, comma 2, del decreto Cura Italia, dovesse essere respinta.

Pur tuttavia, in linea con il costante orientamento di questo Arbitro circa il rispetto degli obblighi di correttezza e buona fede nel corso del rapporto, l’intermediario avrebbe dovuto fornire al cliente indicazioni adeguatamente rapportate alla sua situazione individuale circa le ragioni del diniego della sospensione dei pagamenti specificamente richiesta[1]. Di simili indicazioni, come anticipato, non vi è alcuna traccia negli scambi di corrispondenza prodotti dalle parti. Difatti, l’intermediario ha inizialmente fornito vaghe indicazioni sull’assenza di sospensioni relative alla situazione contingente e sulla futura disponibilità di una moratoria per i mutui prima casa; nella seconda comunicazione ha comunicato l’assenza dei requisiti richiesti dalla normativa di riferimento per la sospensione dei mutui prima casa, ma senza fornire, al contempo, alcuna spiegazione circa l’indisponibilità della moratoria, ex art. 56, comma 2, del decreto Cura Italia.

Date le evidenti carenze circa le motivazioni del diniego della sospensione richiesta, il Collegio accerta l’illegittimità del comportamento dell’intermediario. Quanto alla richiesta di risarcimento del danno, il ricorrente non ha soddisfatto l’onere della prova, di cui all’articolo 2697 c.c. In proposito, si ricorda che, in base a un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, «in tema di azione di danni, il diritto al risarcimento nasce con il verificarsi di un pregiudizio effettivo e reale che incida nella sfera patrimoniale del contraente danneggiato, il quale deve provare la perdita economica subita»[2]. Peraltro, «i danni non sono ravvisabili in re ipsa, quale conseguenza automatica di un comportamento illegittimo, ma vanno sempre adeguatamente dimostrati nella loro esistenza, ancorché per via presuntiva»[3].

Nel caso di specie, dal momento che parte ricorrente non abbia dato prova della perdita economica subita, né, tantomeno, del nesso di causalità (rispetto al profilo di illegittimità accertato), la domanda risarcitoria non può trovare accoglimento.

 

 

Qui la decisione.


[1] V., in materia di diniego di accesso al credito ove peraltro l’intermediario conserva piena discrezionalità, ABF, Collegio di Coordinamento, n. 6182/2013.

[2] V. ex multis Cass. n. 12382/2006, richiamata pure da ABF, Collegio di Roma, n. 17605/2017; ABF, Collegio di Roma, n. 2269/2019; ABF, Collegio di Roma, n. 23252/2019.

[3] Cfr. ABF, Collegio di Roma, n. 20150/2019.

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