Nemo tenetur…pecunia suppeditare: sull’inesistenza di un obbligo al finanziamento, anche garantito (salvo eccezioni).



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Nota a ABF, Collegio di Napoli, 18 febbraio 2021, n. 4207.

di Antonio Zurlo 

 

 

 

 

La questione sottoposta all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF) riguarda la mancata concessione di un finanziamento garantito, ai sensi del c.d. Decreto Liquidità (D.L. n. 23/2020). In particolare, l’art. 13 del provvedimento de quo stabilisce che «in favore di tali soggetti beneficiari l’intervento del Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese è concesso automaticamente, gratuitamente e senza valutazione e il soggetto finanziatore eroga il finanziamento coperto dalla garanzia del Fondo, subordinatamente alla verifica formale del possesso dei requisiti, senza attendere l’esito definitivo dell’istruttoria da parte del gestore del Fondo medesimo». La disposizione è, pertanto, chiara nel riferire l’esonero dalla valutazione del merito creditizio solo al Fondo centrale di garanzia, mentre non vi sono elementi da cui possa ricavarsi l’esistenza di un obbligo per l’intermediario di fare credito. In tal guisa, il Collegio non può che richiamare il costante orientamento della stessa giurisprudenza arbitrale[1], per il quale non può dirsi esistente, nel nostro ordinamento un obbligo dell’intermediario di erogare credito, né, tantomeno, l’ABF può sostituirsi a un intermediario nella valutazione della convenienza di un’operazione, onde imporgli la concessione di un finanziamento. In altri termini, la valutazione del merito creditizio costituisce una prerogativa esclusiva dell’intermediario che eroga il finanziamento.

Al contempo, è, del pari, indubitabile che, anche nell’esercizio dell’attività creditizia, «la discrezionalità tecnica di cui indiscutibilmente gli intermediari dispongono … non può che svolgersi all’interno del perimetro segnato dai limiti di correttezza, buona fede e specifico grado di professionalità che l’ordinamento loro richiede, il che rende certamente sindacabile, limitatamente a tali profili la condotta degli stessi nello svolgimento di tale attività»[2]. Sotto quest’ultimo profilo, si può rilevare come la normativa regolamentare si sia assunta il compito di rendere il più possibile espliciti i parametri di riferimento della correttezza e buona fede dell’intermediario nella materia che qui occupa: nella Comunicazione Banca d’Italia del 22 ottobre 2007, in tema di rifiuto di una richiesta di finanziamento, è precisato che, qualora la banca, nell’ambito della propria autonomia gestionale, «decida di non accettare una richiesta di finanziamento, è necessario che l’intermediario fornisca riscontro con sollecitudine al cliente; nell’occasione, anche al fine di salvaguardare la relazione con il cliente, andrà verificata la possibilità di fornire indicazioni generali sulle valutazioni che hanno indotto a non accogliere la richiesta di credito». In linea con tali principi, è orientamento costante dell’ABF che l’Arbitro non possa sindacare nel merito le ragioni di diniego del credito, ma possa censurare il comportamento dell’intermediario nel caso in cui il diniego di finanziamento non sia stato motivato o sia corredato da motivazione palesemente contraddittoria o arbitraria[3].

 

 

Qui la decisione.


[1] V. ex multis ABF, Collegio di coordinamento, n. 6182/13.

[2] V. ABF, Collegio di Napoli, n. 3181/15; ABF, Collegio di Roma, n. 2625/2012.

[3] Cfr. ex multis ABF, Collegio di Roma, n. 661/2014; ABF, Collegio di Milano, n. 14547/2019; ABF, Collegio di Napoli, n. 26055/19.

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