Sottrazione e utilizzo fraudolento del bancomat.



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Nota a ABF, Collegio di Torino, 4 dicembre 2019, n. 25795.

di Donato Giovenzana

 

L’istituto di credito ha negato il rimborso al titolare di un bancomat, che aveva subìto il furto della carta ed aveva chiesto alla banca la restituzione degli importi relativi alle operazioni di prelievo e di pagamento eseguite dopo la sottrazione e da lui disconosciute, sostenendo che l’utilizzatore aveva violato l’obbligo di diligente custodia dello strumento di pagamento e delle credenziali e che aveva tenuto una condotta gravemente colposa, riconducibile a tre circostanze:  

  • quella di aver lasciato incustodita la carta di debito, durante l’operazione di sostituzione del pneumatico della propria auto, senza preoccuparsi di chiudere la vettura a chiave;
  • di aver custodito la carta di debito rubata insieme ad altre e di aver annotato in stretto abbinamento alla stessa il suo codice segreto, agevolando la commissione del delitto;
  • di non aver bloccato tempestivamente la carta di debito dopo aver ricevuto il primo messaggio di alert della banca (alle ore 18), ma di aver atteso sino alla mattina successiva (alle ore 10), rendendo così possibili più operazioni di prelievo e non circoscrivendo l’ammontare del danno subito.

Il Collegio arbitrale, adito dal titolare del bancomat, ha osservato che nel caso di specie le operazioni contestate sono disciplinate dal D.lgs. 27 gennaio 2010, n. 11, modificato a seguito dell’entrata in vigore (il 13 gennaio 2018) del D.lgs. 15 dicembre 2017, n. 218, di recepimento della direttiva (UE) 2015/2366 (cd. PSD2).   L’Abf piemontese ha altresì precisato che come più volte rilevato dai Collegi ABF, tale normativa – ben lungi dal far discendere una presunzione di colpa a carico del cliente in ordine all’omessa diligente custodia dello strumento di pagamento dal semplice fatto che l’operazione sia stata eseguita mediante digitazione corretta del PIN – impone una valutazione caso per caso alla luce delle specifiche circostanze di fatto (Cfr. Collegio di Coordinamento, decisione n. 6168/13 del 29 novembre 2013: “Si tratta, in altri termini, di valorizzare le singole e specifiche circostanze relative alle fattispecie di volta in volta sottoposte all’esame dell’ABF, in ordine alle quali è necessario verificare se – alla luce degli elementi costituitivi della fattispecie, stretti in intima connessione tra loro – sia possibile desumere in capo all’utilizzatore un comportamento gravemente colposo”).   Il Collegio torinese ha, quindi, evidenziato che dalla ricostruzione fattuale risulta che il compimento della prima operazione non autorizzata è stato sostanzialmente contestuale al furto, o comunque di poco successivo. In questi casi, come noto, il Collegio di Coordinamento ha delineato alcuni indici presuntivi che devono guidare l’interprete nella valutazione della condotta delle parti ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al D.Lgs. n. 11 del 2010 (nel testo oggi modificato dalla Direttiva PSD2), in particolare per quanto riguarda l’elemento soggettivo del comportamento del titolare dello strumento di pagamento.   Fra questi elementi il Collegio di Coordinamento ha attribuito rilevanza proprio alla contestualità temporale – certamente sussistente in presenza di un intervallo inferiore ai quindici minuti – fra la sottrazione della carta ed il suo indebito utilizzo, così osservando:   “Orbene, in fattispecie come quelle sottoposte all’ABF, si tratta di verificare se la sequenza temporale tra furto e utilizzi fraudolenti posti in stretta successione tra loro sia idonea a fondare la presunzione della sussistenza della colpa grave in capo all’utilizzatore: nella ricostruzione di tale iter, i fatti noti consistono nel furto della carta e nel suo utilizzo immediato e fraudolento; sulla base di tali premesse in fatto deve risalirsi al fatto ignoto consistente nella conservazione del PIN unitamente alla carta e alla relativa facile associazione. È tale comportamento, infatti, che si pone in contrasto con obblighi specifici derivanti dalla legge e dal contratto con il prestatore e che integra ex se la colpa grave dell’utilizzatore. In altre parole, non v’è un ulteriore passaggio logico-deduttivo, in base al quale – alla luce di fatti noti – debba risalirsi dapprima al fatto ignoto consistente nella conservazione congiunta di PIN e carta (che costituirebbe una prima presunzione semplice), in ragione della quale dovrebbe ulteriormente presumersi la sussistenza della colpa grave (che costituirebbe una seconda presunzione). (…) La successione temporale degli eventi può, insomma, far desumere con un elevato grado di probabilità che il PIN fosse conservato unitamente alla carta e ad essa immediatamente associabile, al punto da renderne particolarmente agevole la digitazione per porre in essere le operazioni oggi contestate. Tale comportamento ascrivibile al ricorrente evidenzia, allora, una violazione gravemente colposa degli obblighi di conservazione e di sicurezza sullo stesso gravanti, sia in relazione alle disposizioni di legge, sia in relazione alle disposizioni contrattuali” (Collegio di Coordinamento, decisione n. 5304/13 del 17 ottobre 2013).   Per il che l’Arbitro bancario di Torino ha respinto il ricorso.

 

 

Qui la decisione.

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