I criteri di valutazione della diligenza della banca negoziatrice di a/b non trasferibile nell’identificazione del legittimo beneficiario.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 10 giugno 2020, n. 11138.

di Donato Giovenzana

 

I FATTI DI CAUSA  

Entrambi i Giudici di merito hanno rigettato la domanda risarcitoria proposta da una compagnia di assicurazione nei confronti della banca negoziatrice.   In particolare,  detta compagnia assicurativa aveva esposto di aver emesso un assegno non trasferibile e che tale assegno era stato pagato dall’Istituto negoziatore a persona diversa dal legittimo creditore al quale, a seguito di denuncia ai Carabinieri, la ricorrente era stata costretta a pagare nuovamente la somma dovuta. La ricorrente ravvisava una negligenza della Banca negoziatrice per non aver controllato adeguatamente l’identità del soggetto prenditore. Veniva rigettato anche l’ appello, volto ad ottenere il risarcimento del danno derivante dall’illegittimo pagamento dell’assegno, ritenendo che l’evento dannoso fosse stato provocato dal fatto di un terzo e che non fossero rinvenibili condotte colpose ascrivibili all’Istituto negoziatore.  

 

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE  

La Suprema Corte  richiama le sentenze nn. 12477 e 12478 del 21 maggio 2018, con cui le Sezioni Unite hanno enunciato il principio di diritto, per il quale “ai sensi dell’art. 43, 2° comma, legge assegni (r. d. 21 dicembre 1933, n. 1736), la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione de/legittimo portatore del titolo – dal pagamento di assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176, 2° comma, c.c.”   In particolare le Sezioni Unite, con le citate sentenze, hanno ribadito il principio secondo cui “la responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall’art. 43 legge assegni (r. d. 21 dicembre 1933, n. 1736), l’incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha – nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno -natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso”.   Le Sezioni Unite hanno, altresì, osservato che “una volta ricondotta la responsabilità della banca negoziatrice nell’alveo di quella contrattuale derivante da contatto qualificato – inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni ex art. 1173 c. c. e dal quale derivano i doveri di correttezza e buona fede enucleati dagli artt. 1175 e 1375 c. c. – non appare più sostenibile la tesi secondo cui detta banca risponde del pagamento dell’assegno non trasferibile effettuato in favore di chi non è legittimato “a prescindere dalla sussistenza dell’elemento della colpa nell’errore sull’identificazione del prenditore“”. Hanno, infatti, evidenziato le Sezioni Unite che “una responsabilità oggettiva può infatti concepirsi solo laddove difetti un rapporto in senso lato “contrattuale” fra danneggiante e danneggiato, ed il primo sia chiamato a rispondere de/fatto dannoso nei confronti del secondo non per essere con questi entrato in contatto, ma in ragione della particolare posizione rivestita o della relazione che lo lega alla res causativa del danno» e che «è principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che il criterio che presiede alla valutazione della responsabilità da contatto sociale qualificato è quello delineato dagli artt. 1176, 2118 c.c.”. Pertanto, ad avviso delle Sezioni Unite, “nell’azionepromossa dal danneggiato, la banca negoziatrice che ha pagato l’assegno non trasferibile a persona diversa dall’effettivo prenditore è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza dovuta, che è quella nascente, ai sensi del 2° comma dell’art. 1176 c.c., dalla sua qualità di operatore professionale, tenuto a rispondere del danno anche in ipotesi di colpa lieve”.   Secondo gli Ermellini, nella fattispecie il giudice territoriale ha ritenuto che la banca negoziatrice avesse fornito la prova di aver usato la massima diligenza nel pagamento, non ravvisando un suo inadempimento di tipo colposo, per mancato rispetto delle cautele necessarie e della diligenza richiesta, senza tuttavia considerare adeguatamente che era stato prodotto dal prenditore un unico documento, che il falso era grossolano e che il funzionario si era limitato a verificare solo la rispondenza del nome del beneficiario con quello scritto sul documento apparentemente regolare.   Tali circostanze avrebbero dovuto essere oggetto di esame per valutare la diligenza dell’Istituto negoziatore, ex art. 1176, c.2, cc. e pertanto dovranno essere quindi naturalmente valutate dal giudice del rinvio, in quanto la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.

 

Qui la pronuncia.

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