Buoni fruttiferi postali: tra criterio della letteralità del titolo, modifica dei rendimenti e competenza dell’Arbitro Bancario Finanziario.



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Commento a ABF, Collegio di Coordinamento, 3 aprile 2020, n. 6142.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Sommario: Premessa. – 1. Le circostanze fattuali. – 2. Le osservazioni del Collegio remittente. – 3. Il BFP ridenominato “Q/P”: il possibile revirement della Cassazione e la decisione del Collegio di Coordinamento. – 4. Il BFP serie “Q”: l’interferenza del regime fiscale con la competenza dell’ABF. – 5. I principi di diritto statuiti dal Collegio di Coordinamento.

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Premessa.

«Nella disciplina dei buoni postali fruttiferi dettata dal testo unico approvato con il D.P.R. 29 marzo 1973 n. 156, il vincolo contrattuale tra emittente e investitore si articola sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti. Resta ferma la possibilità che i buoni vengano integrati e/o modificati ai sensi dell’art. 1339 c.c., sotto il profilo della determinazione dei rendimenti, da provvedimenti della Pubblica Autorità, purché successivi alla sottoscrizione dei titoli.»

«L’incompetenza dell’ABF a occuparsi della materia tributaria, non implica che sia precluso allo stesso organismo di accertare l’ammontare dei rendimenti dovuti al sottoscrittore di buoni fruttiferi postali là dove questi risultino contrattualmente collegati a parametri fiscali. In tal caso il regime fiscale, precedente o successivo all’emissione dei BFP, assume rilievo negoziale, valutabile al fine della determinazione del quantum della prestazione dedotta in contratto.»

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1.Le circostanze fattuali.

La ricorrente rappresentava di aver sottoscritto, nell’agosto 1988, due buoni postali fruttiferi: uno, del valore di Lire 500.000, su modulo originariamente appartenente alla serie “P”, poi ridenominata come “Q/P” con timbro apposto sul fronte e sul retro; l’altro, del valore di Lire 1.000.000, appartenente alla serie “Q”. Recatasi presso l’intermediario per ottenere la liquidazione dei due titoli, le era stato comunicato che il relativo importo sarebbe stato di €2.820,39, in luogo di € 4.969,02 richiesti, quanto al buono della serie “Q/P” e di € 5.640,77, in luogo di € 6.383,57 richiesti, quanto al buono della serie “Q”. Di talché, lamentava che il calcolo effettuato, secondo quanto indicato sugli stessi titoli, avrebbe dovuto condurre a una somma da liquidare pari ad € 11.352,59, ovverosia a un importo “sensibilmente maggiore” rispetto a quanto offertole (segnatamente, con una differenza, in suo favore, di € 2.891.43, al lordo dell’imposta di bollo).

Più nello specifico, la ricorrente osservava:

  • con riguardo al buono ridenominato come “Q/P”, che questo fosse stato emesso, successivamente all’emanazione del D.M. 13 giugno 1986, utilizzando il modello della serie “P” su cui era stato apposto un timbro recante l’indicazione della serie “Q/P” e dei nuovi rendimenti dal 1° al 20° anno. In relazione al periodo successivo le sarebbe, quindi, spettato il rendimento previsto dalla tabella posta sul retro del buono;
  • con riferimento al buono della serie “Q”, che se fosse stato applicato il saggio d’interessi, indicato nella tabella dal 1° al 20° anno e l’importo in cifra fissa ivi stabilito per il periodo successivo (al netto delle ritenute fiscali), si sarebbe ottenuto l’importo richiesto, superiore a quello comunicato dall’intermediario. La discordanza sarebbe scaturita dal rendimento degli ultimi 10 anni, non corrispondente, nella liquidazione dell’intermediario, all’importo in cifra fissa indicato sul retro. La ricorrente, peraltro, evidenziava come “il Ministero e l’intermediario [avessero] successivamente modificato proprio il tenore letterale dei titoli appartenenti a quella stessa serie”: difatti, nei BFP emessi successivamente, la dicitura in riferimento agli ultimi 10 anni era di diverso tenore, recitando: “Dal 21° al 30° anno solare successivo a quello di emissione sarà corrisposto un interesse semplice al tasso massimo raggiunto”.

In ragione di quanto esposto, la ricorrente chiedeva all’Arbitro Bancario Finanziario (d’ora innanzi, ABF) di ingiungere all’Intermediario il rimborso dell’ulteriore somma, pari a € 2.891,43.

Costituendosi, parte resistente eccepiva che entrambi i BFP de quibus fossero riconducibili alla serie “Q”: quello sottoscritto su modulo della precedente serie “P”, in quanto oggetto delle necessarie successive modifiche testuali; l’altro, perché sottoscritto già originariamente su modulo della serie “Q”. In particolare, con precipuo riferimento a quest’ultimo, l’Intermediario segnalava la mancanza di qualsivoglia errore di emissione, unitamente alla circostanza che lo stesso fosse stato sottoscritto sul modulo cartaceo appositamente fornito dallo Stato, per la serie “Q”, di effettiva appartenenza.

L’Intermediario osservava, inoltre, che la normativa avesse determinato che sul montante (capitale + interessi) maturato dai BFP della serie “Q”, a partire dal 1 gennaio 1987, si dovessero applicare i rendimenti: a) dell’8,00% , dal 1° al 5° anno, in regime di capitalizzazione annua composta; b) del 9,00% ,dal 6° al 10° anno, in regime di capitalizzazione annua composta; c) del 10,50%, dal 11° al 15° anno, in regime di capitalizzazione annua composta; d) del 12,00%, dal 16° al 20° anno, in regime di capitalizzazione annua composta; e) del 12,00%, dal 21° fino al compimento del 30° anno dall’emissione effettiva dei titoli, in regime di capitalizzazione semplice. In tal guisa, per entrambi i titoli attenzionati nel ricorso, gli interessi avrebbero dovuto essere previsti per la serie “Q”, anche dal 21° al 30° anno, ovverosia del 12,00% (al netto della ritenuta del 12,50% sugli interessi).

Ciò dedotto, parte resistente rilevava che i diversi valori di rimborso calcolati dal ricorrente fossero la conseguenza dell’errata applicazione delle disposizioni in materia fiscale, previste dal D.M. del Ministero del Tesoro, del 23 giugno 1997 e che tale questione fosse estranea alla competenza per materia dell’ABF[1].

Quanto ai rendimenti del titolo serie “Q/P”, l’Intermediario segnalava che si trattasse di BFP emesso su modulo di una serie precedente, cui risultava apposto timbro recante i nuovi rendimenti applicabili fino al 20° anno; dal 21° al 30° anno avrebbe dovuto essere applicato, come consuetudine, un importo fisso bimestrale, calcolato in base al tasso massimo raggiunto. Concludeva, quindi, per il rigetto del ricorso, in considerazione dell’asserita conformità del proprio operato alla disciplina settoriale.

 

2. Le osservazioni del Collegio remittente.

Il Collegio di Roma, territorialmente competente, osservava, in limine, che le richieste di parte ricorrente concorressero a sollevare alcune problematiche, originate da (potenziali) profili di contraddittorietà nelle posizioni assunte dai diversi Collegi territoriali, nel disciplinare il “bilanciamento” tra l’applicazione del principio di letteralità (almeno nei limiti di meritevolezza dell’affidamento del sottoscrittore sulla lettera del titolo) e il regime fiscale del rendimento dei BFP[2]. Ne derivava la necessità di investire della questione il Collegio di Coordinamento.

L’iter argomentativo del Collegio remittente assumeva quale premessa necessitata la questione, di particolare importanza, originata dall’analisi della domanda relativa al primo dei due BFP, ovverosia quello, dell’importo di Lire 500.000, documentato da un modulo originariamente appartenente alla serie “P”, ma ridenominata come “Q/P”, con timbro apposto sul fronte e sul retro. Trattavasi di valutare se la presenza di una tabella, stampigliata in originale sul tergo del titolo, con indicazione di rendimenti, corrispondenti alla serie “P”, più vantaggiosi per il sottoscrittore rispetto a quelli previsti relativamente alla serie “Q/P” riportati sul timbro sovrapposto alla predetta tabella (recante appunto la dicitura “serie Q/P”), limitatamente al periodo di tempo fino al 20° anno, potesse aver ingenerato un legittimo affidamento del sottoscrittore, circa la volontà dell’emittente di assicurargli, per il periodo di tempo dal 21° al 30° anno, un rendimento maggiore di quello previsto dal D.M. 13 giugno 1986 (ovverosia quello coerente con la tabella stampigliata in originale, richiamante i rendimenti propri della serie “P”).

A tal riguardo, nell’ordinanza di rimessione, si evidenziava come dovesse essere senz’altro tutelato l’affidamento riposto dal cliente sulle risultanze letterali del BFP, in ossequio all’orientamento manifestatosi in seno al massimo consesso della Suprema Corte di Cassazione[3], lì dove è stata affermata la prevalenza delle condizioni riportate sul titolo rispetto a quelle dettate dal regolamento istitutivo, sottolineando che “La discrepanza tra le prescrizioni ministeriali e quanto indicato sui buoni offerti in sottoscrizione dall’ufficio ai richiedenti può […] rilevare per eventuali profili di responsabilità interna all’amministrazione, ma non può far ritenere che l’accordo negoziale, in cui pur sempre l’operazione di sottoscrizione si sostanzia, abbia avuto ad oggetto un contenuto divergente da quello enunciato dai medesimi buoni[4].

Tale assunto, ad avviso del Collegio capitolino, non sembra essere stato oggetto di revirement, a seguito del recentemente sopravvenuto pronunciamento delle Sezioni Unite[5]. In tale occasione, difatti, si è ribadito il principio, già recato dall’art. 173 d.P.R. n. 156/1973[6], per cui il sottoscrittore è sempre esposto alle variazioni, anche peggiorative, del saggio di interesse già accordato ai titoli sottoscritti, per effetto di successivi decreti ministeriali, ma solo laddove si tratti di provvedimenti successivi alla sottoscrizione. In altri termini, le Sezioni Unite, con la pronuncia de qua, non hanno affermato la prevalenza, in ogni caso, sul dato testuale portato dai titoli, di quanto stabilito da prescrizioni ministeriali emanate anteriormente alla loro sottoscrizione.

Ciò premesso, nell’ordinanza di rimessione si addiveniva all’interrogativo, con risposte ondivaghe da parte dei singoli Collegi territoriali, se, ai fini dell’applicazione di una norma (come, nel caso di specie, l’art. 6 D.M. del 13 giugno 1986), di estensione del rendimento previsto per una nuova serie anche a serie precedenti, fosse sufficiente aver indicato sul fronte e sul retro del modulo utilizzato la serie cui esso dovesse ritenersi appartenere[7], o, per contro, se in mancanza di una completa stampigliatura sul titolo dei nuovi rendimenti, relativi alle annualità successive alla ventesima, e pur avendo aggiornato il riferimento alla precedente serie non più in emissione, si dovesse applicare un regime ibrido, con conseguente applicazione del rendimento della nuova serie per le prime venti annualità, ma della precedente serie per le annualità successive[8].

Ai fini di una più compiuta disamina della questione, il Collegio remittente rilevava anche la possibile interferenza del regime fiscale applicabile ai titoli in questione, dovendosi stabilire se potesse essere o meno accolta l’eccezione dell’Intermediario, che abbia offerto (o abbia liquidato) un importo diverso da quello risultante dai rendimenti indicati in termini assoluti sul retro del titolo sulla base del ritenuto regime fiscale, ovvero se il ricorrente avesse comunque diritto a tali rendimenti, su cui si sarebbe formato l’accordo fra le parti (tenuto conto dell’assenza di previsioni per le annualità successive alla ventesima nel testo del D.M. n. 145/1997) e, ancora, reputata applicabile la ritenuta, se la capitalizzazione degli interessi, dal 21° anno in poi, dovesse avvenire al netto o al lordo della stessa. Valutazioni, in ogni caso, da correlarsi la consolidata affermazione di incompetenza ratione materiae, in ordine alla materia fiscale, da parte dei Collegi territoriali.

 

3. Il BFP ridenominato “Q/P”: il possibile revirement della Cassazione e la decisione del Collegio di Coordinamento.

Il Collegio di Coordinamento ritiene di dover preordinare l’esame della fondatezza della domanda avanzata dal ricorrente con riguardo al BFP ridenominato come “Q/P” emesso, successivamente all’emanazione del D.M. del 13.6.1986, utilizzando il modello della serie “P”, su cui era stato apposto un timbro recante l’indicazione della serie “Q/P” e dei nuovi rendimenti dal 1° al 20° anno. Al suo eventuale accoglimento è sottesa la questione di stabilire se la presenza di una tabella stampigliata in originale a tergo del titolo, con indicazione dei rendimenti, corrispondenti alla serie “P”, più vantaggiosi per il sottoscrittore rispetto a quelli da applicare fino al 20° anno, di cui al timbro sovrapposto alla stessa stampigliatura, possa aver ingenerato un legittimo affidamento del sottoscrittore circa la volontà dell’emittente di assicurargli, per il periodo di tempo dal 21° al 30° anno, un rendimento maggiore di quello previsto dal D.M. 13 giugno 1986, ovvero quello coerente con la tabella stampigliata in originale che richiama, appunto, i rendimenti propri della serie “P”.

La necessità di un pronuncia del Collegio di Coordinamento pare essere giustificata più che dall’esigenza di superare la “conflittualità” delle posizioni divergenti assunte dai Collegi territoriali, da quella, complementare, di verificare se la prefata pronuncia delle Sezioni Unite[9], puntualmente richiamata dal Collegio remittente, unitamente ad altri pronunciamenti adesivi della giurisprudenza di merito[10], possa essere effettivamente intesa quale elemento sintomatico tale da indurre una revisione del consolidato orientamento arbitrale[11] (conforme alla più risalente pronuncia delle Sezioni Unite, del 2007), secondo cui la scritturazione sul titolo deve prevalere quando (come nel caso in esame) questo sia stato sottoscritto in epoca posteriore all’emanazione di un provvedimento modificativo delle condizioni indicate sul retro del medesimo. In tal caso, si sarebbe ingenerato un legittimo affidamento del sottoscrittore nella volontà dell’emittente di assicurargli un tasso di rendimento maggiore di quello previsto dai provvedimenti governativi; nel caso opposto, in cui tali provvedimenti siano intervenuti dopo la sottoscrizione, devono, per converso, prevalere le determinazioni normative. Optando per la persistenza di siffatto orientamento, la domanda del ricorrente, in ordine al BFP de quo, risulterebbe meritevole di accoglimento.

Il Collegio di Coordinamento ritiene di dover confermare il descritto consolidato indirizzo arbitrale. In tal senso, in primo luogo, rileva che, come puntualmente osservato anche nell’ordinanza di rimessione, la più recente pronuncia delle Sezioni Unite, lungi dall’operare un revirement rispetto al pronunciamento più risalente, ne ha fedelmente riproposto l’impostazione. Muovendosi nel solco argomentativo della decisione del 2007, le Sezioni Unite, ribadita la qualificazione dei titoli in discorso quali documenti di legittimazione (ai sensi dell’art. 2002 c.c.), si sono limitate ad affermare, senza contraddire la precedente decisione, “la soggezione dei diritti spettanti ai sottoscrittori dei buoni postali alle variazioni derivanti dalla sopravvenienza dei decreti ministeriali volti a modificare il tasso di interessi originariamente previsto”, specificando che siffatta modificazione debba trovare “ingresso all’interno del contratto, mediante una integrazione del suo contenuto ab externo secondo la previsione dell’art. 1339 c.c.”.

Nihil sub sole novum, in altri termini, dal momento che non hanno ritenuto di aggiungere nulla in ordine al principio enucleato dalla medesima pronuncia (e che, consequenzialmente, resta impregiudicato), in relazione alla diversa fattispecie di BFP sottoscritti successivamente all’emanazione di un D.M. modificativo dei rendimenti dell’investimento, quando questi ultimi risultino difformi a quelli riportati sul titolo.

Tale evidente circostanza potrebbe essere di per sé bastevole a giustificare la conferma del consolidato indirizzo dell’ABF in materia, alla luce del criterio per cui “l’ABF non [possa] che uniformarsi ai principi di diritto enunciati dalla Suprema Corte di Cassazione, cui la legge fondamentale sull’ordinamento giudiziario del 30 gennaio 1941 n. 12 (art. 65) attribuisce la funzione di assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge, l’unità del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni[12].

Pur tuttavia, la rilevata emersione, nella recente giurisprudenza di merito, di un indirizzo difforme, secondo cui “se la natura imperativa delle disposizioni ministeriali richiamate dal Codice Postale del 1973 consente a queste ultime di modificare l’oggetto di un rapporto contrattuale sorto prima della loro entrata in vigore, a fortiori deve riconoscersi la loro idoneità a incidere sull’oggetto di un contratto stipulato successivamente alla loro emanazione[13], induce il Collegio, “per completezza argomentativa e per scrupolo analitico”, a consolidare il suo iter argomentativo – motivazionale, approfondendo le argomentazioni deponenti in senso avvalorativo alla conferma dell’indirizzo “tradizionale”.

A tal riguardo, si evidenzia come non si tratti di stabilire se le disposizioni ministeriali (di cui è fatta menzione nell’art. 173 del Codice Postale) “siano idonee a incidere sull’oggetto di un contratto stipulato successivamente alla loro emanazione”, bensì, per converso, di accertare la misura dei rendimenti da applicare ad un BFP della serie “Q/P”, che, in virtù dell’inosservanza da parte dell’Intermediario di quanto previsto dall’art. 5 del D.M. 13 giugno 1986[14], continui a riportare sul retro, per il periodo dal 21° al 30° anno, i rendimenti previsti per la precedente serie “P” (giacché la tabella di rimborso riportante i tassi applicati alla serie “Q”, di cui al timbro che compare sul retro, si arresta al 20° anno).

Il condivisibile inquadramento dei BFP nell’ambito della categoria dei documenti di legittimazione[15] se, da un lato, esclude che agli stessi possano attagliarsi i principi di incorporazione e di letteralità (completa) propri dei titoli di credito astratti (rendendo così il diritto alla prestazione ivi documentato suscettibile di essere successivamente eterointegrato, in coerenza con lo specifico regime contrattualmente convenuto dalle parti, al momento dell’emissione), dall’altro, impedisce di considerare per sua natura non vincolante quanto riportato sulla lettera dei buoni, in ordine alla determinazione della prestazione dovuta dall’Intermediario (affidandola alla disciplina legale del rapporto su cui si fonda l’emissione del buono, alla stregua di un titolo di credito causale, ex art. 1996 c.c.). Quest’ultimo risultato diviene inevitabile, nel caso in cui si scelga di condividere il più recente orientamento della giurisprudenza di merito, che degrada la funzione del contenuto della lettera del titolo, riconoscendone valenza meramente informativa.

Una siffatta conclusione non merita di essere accolta e condivisa, segnatamente lì dove (esattamente come nella fattispecie oggetto della controversia), nel corso del rapporto non sia intervenuto alcun decreto ministeriale concernente il tasso degli interessi e nessuna modificazione si sia, quindi, prodotta rispetto alla situazione esistente al momento della sottoscrizione dei titoli.

Come opportunamente osservato dal Collegio remittente, senza soluzione di continuità rispetto a quanto statuito nella prefata pronuncia delle Sezioni Unite, del 2007, “l’emissione di un titolo le cui risultanze discordino già ab origine dal regime previsto da un provvedimento precedentemente in vigore, non possono che ingenerare l’affidamento del sottoscrittore su quanto riportato sul titolo; anzi – ben oltre un mero affidamento soggettivo, e sul terreno dell’effettivo regolamento contrattuale – occorre ritenere che l’accordo negoziale, in cui pur sempre l’operazione di sottoscrizione si sostanzia, abbia avuto ad oggetto un contenuto divergente da quello enunciato dai medesimi buoni”.

Adottando quest’angolo prospettivo, assume un indubbio significato la circostanza che il richiamato art. 5 del D.M. 13 giugno 1986 (con il quale era stata disposta l’ultima modifica dei tassi di interesse precedente all’emissione qui in rilievo, secondo quanto previsto dall’art. 173 del D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156), che prevede e regola le variazioni dei tassi, si sia fatto carico di imporre agli Uffici emittenti l’obbligo (pur quando fossero stati utilizzati moduli preesistenti) di indicare sul documento il differente regime cui essi erano soggetti. Tale adempimento, nella vicenda in esame, non si è evidentemente verificato, con precipuo riguardo al periodo di tempo tra il 21° e il 30° anno.

La circostanza de qua concorre a dimostrare come il vincolo contrattuale tra emittente e sottoscrittore sia, in definitiva, destinato a formarsi sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni, fatta salva la possibilità di una successiva eterointegrazione, per effetto di decreti ministeriali modificativi dei tassi di rendimento, ai sensi dell’art. 173 del Codice Postale (disposizione che opera un ragionevole bilanciamento, tra la tutela del risparmio e l’esigenza di contenimento della spesa pubblica, nel pieno rispetto dei principi sanciti dagli artt. 3 e 47 Cost)[16].

Assumendo che la determinazione dei rendimenti dei BFP sia vicenda, comunque, attratta nella sfera del rapporto negoziale intercorrente tra emittente e sottoscrittore (ambito nel quale, come poc’anzi rilevato, operano anche gli strumenti integrativi, di cui agli artt. 1339 e 1374 c.c.), diviene circostanza del tutto irrilevante quella per cui, nel corso della durata dell’investimento, vengano ad alternarsi due criteri di determinazione degli interessi tra loro eterogenei, quello in regime di interessi composti della serie “Q”, per i primi venti anni, e quello in regime di capitalizzazione semplice della serie “P” per l’ultimo decennio, dando luogo a una sorta di titolo “ibrido”. Questa alternanza, fondata sulla regolazione negoziale riferibile al rapporto, non risulta impedita da norme di legge e, tantomeno, appare stravagante o “aberrante” alla luce delle innumerevoli tecniche impiegate al riguardo nella prassi, con riguardo a strumenti che documentano contratti con funzione di investimento.

In conclusione, in virtù di quanto diffusamente rassegnato e argomentato, il Collegio dichiara meritevole di accoglimento la domanda di parte ricorrente, finalizzata a ottenere, con riguardo al BFP della serie “Q/P” il rendimento previsto dalla tabella posta sul retro del buono, limitatamente al periodo dal 21°al 30° anno.

 

4. Il BFP serie “Q”: l’interferenza del regime fiscale con la competenza dell’ABF.

A una diversa valutazione perviene il Collegio in relazione alla domanda concernente il BFP, del valore di Lire 1.000.000, appartenente alla serie “Q”, e che, sì come prospettata nell’ordinanza di rimessione, richiede la risoluzione della questione, anch’essa invero oggetto di valutazioni oscillanti da parte dei Collegi territoriali, circa l’(eventuale) interferenza del regime fiscale, ai fini della determinazione del valore di quanto dovuto al sottoscrittore del BFP in sede di liquidazione dell’investimento. Più in particolare, si tratta di stabilire se possa essere o meno accolta l’eccezione dell’Intermediario che abbia offerto (o abbia liquidato) un importo diverso da quello risultante dai rendimenti indicati in termini assoluti sul retro del titolo, sulla base del ritenuto regime fiscale, ovvero se il ricorrente abbia comunque diritto a tali rendimenti, su cui si sarebbe formato l’accordo fra le parti (tenendo in considerazione che il testo del D.M. n. 145/1997 nulla prevede per le annualità successive alla ventesima) e se, ritenuta applicabile la ritenuta fiscale, la capitalizzazione degli interessi dal 21° anno in poi debba avvenire al netto o al lordo della stessa. Questione da attenzionare anche in relazione alla consolidata affermazione di incompetenza ratione materiae, in ordine alla materia tributaria, dei Collegi arbitrali.

A giudizio del Collegio, si può scientemente addivenire alla risoluzione della questione de qua senza inficiare il principio per cui l’ABF, in quanto organo di risoluzione “alternativa” delle controversie tra clienti e intermediari, non possieda, di regola, le necessarie competenze per esprimere un giudizio sulla corretta applicazione di un prelievo fiscale e, tantomeno, sui criteri di calcolo in proposito applicati: potrebbero, a tal riguardo, essere, perlomeno astrattamente, necessari contributi tecnici di consulenti specializzati, dei quali non può normativamente avvalersi[17]. Pur tuttavia, non può non annoverarsi un indirizzo alquanto diffuso nei Collegi territoriali, che soltanto in rare occasioni risultano dichiararsi del tutto incompetenti ratione matariae, astenendosi, di conseguenza, dal pronunciarsi sul merito[18]. Più di frequente, infatti, si preferisce optare per il rigetto dei ricorsi, affermando l’applicabilità del regime fiscale invocato dall’Intermediario resistente, sulla base del criterio della ragione più liquida[19].

A tal riguardo, è d’uopo osservare che, di fronte all’eccezione dell’Intermediario che faccia riferimento al regime fiscale per giustificare la corresponsione all’investitore di un importo inferiore a quello risultante dai rendimenti indicati in termini assoluti sul retro del titolo, la valutazione che l’organismo arbitrale è chiamato a effettuare rientra nella propria sfera di competenza ratione materiae, in quanto la richiamata disciplina fiscale rileva esclusivamente quale parametro ai fini della quantificazione dell’importo dovuto al sottoscrittore, in virtù del contratto in essere tra le parti. Non si tratta di accertare l’assoggettamento dei BFP a una determinata ritenuta erariale (come, ad esempio, quella di cui all’art. 1 D.L. 19 settembre 1986 convertito con L. 17 novembre 1986, n. 759)[20], operazione che, effettivamente, sarebbe rationae materiae preclusa all’ABF, ma, più correttamente, di accertare il quantum della prestazione dovuta dal debitore in base alle condizioni contrattuali concordate tra le parti. Condizioni che, in virtù di quanto precedentemente argomentato, sono suscettibili di essere integrate, ai sensi degli artt. 1339 e 1374 c.c., “da un atto di imperio riconducibile alla natura pubblica dell’emittente[21], tra cui possono ben annoverarsi le disposizioni relative profili fiscali (essendo, di fatto, irrilevante se le stesse abbiano determinato una variazione dei tassi in senso tecnico, conformemente a quanto indicato nell’art. 173 del Codice Postale).

Che il regime fiscale, precedente o successivo all’emissione dei BFP, possa assumere rilievo anche all’interno della sfera strettamente negoziale, alla stregua di un elemento che concorre a individuare il quantum della prestazione, emerge con chiarezza dalla presenza, sul buono della serie “Q”, della dicitura per cui “L’ammontare degli interessi è soggetto alle trattenute fiscali previste dalla legge”, (formulazione, peraltro, presente, anche in versioni similari, su buoni appartenenti anche ad altre serie).

In quest’ottica, appare senz’altro coerente con l’assetto negoziale adottato dalle parti il richiamo non tanto del D.M. Tesoro 23 giugno 1997 (per cui gli interessi maturati annualmente sui BFP emessi a partire dal 21 settembre 1986 al 31 dicembre 1996, ovvero appartenenti alle serie “Q”, “R” e “S”, per i primi venti anni di vita del titolo vengano capitalizzati annualmente al netto della ritenuta fiscale o della Risoluzione del Ministero delle Finanze n. 58/2000, che ha confermato per i buoni emessi fino al 30 giugno 1997 la capitalizzazione annuale degli interessi, al netto della ritenuta erariale), quanto del D.L. 19 settembre 1986, n. 556 (convertito nella legge 17 novembre 1986, n. 759), che ha assoggettato a ritenuta fiscale del 12,50% tutti gli interessi maturati sui buoni emessi dal 1° settembre 1987 al 23 giugno 1997[22].

La conclusione appare univoca: può senz’altro essere accolta l’eccezione dell’Intermediario, che abbia offerto (o abbia liquidato) un importo diverso da quello risultante dai rendimenti indicati in termini assoluti sul retro del titolo della serie “Q”, sulla base del regime fiscale che prevede l’applicazione di una ritenuta pari al 12,5% e ciò anche in relazione al periodo dal 21° al 30° anno, in quanto, dal complesso delle disposizioni di legge e regolamentari non emerge la necessità di un trattamento diverso in relazione a quest’ultimo lasso temporale, con l’ulteriore conseguenza che la capitalizzazione degli interessi dal 21° anno in poi deve avvenire al netto della ritenuta fiscale. Venendo la ritenuta fiscale a incidere sulla determinazione negoziale del valore del rendimento da corrispondere al sottoscrittore, il relativo onere non risulta contrattualmente posto a carico dell’emittente.

In conclusione, alla luce del contenuto delle domande e delle eccezioni formulate dalle parti, la domanda del ricorrente, finalizzata a ottenere, con riguardo al BFP della serie “Q”, il rendimento previsto dalla tabella posta sul retro del buono, non è meritevole di accoglimento.

 

5. I principi di diritto statuiti dal Collegio di Coordinamento.

In definitiva, il Collegio di Coordinamento statuisce i seguenti principi di diritto:

A) Nella disciplina dei buoni postali fruttiferi dettata dal testo unico approvato con il D.P.R. 29 marzo 1973 n. 156, il vincolo contrattuale tra emittente e investitore si articola sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti. Resta ferma la possibilità che i buoni vengano integrati e/o modificati ai sensi dell’art. 1339 c.c., sotto il profilo della determinazione dei rendimenti, da provvedimenti della Pubblica Autorità, purché successivi alla sottoscrizione dei titoli.

B) L’incompetenza dell’ABF a occuparsi della materia tributaria, non implica che sia precluso allo stesso organismo di accertare l’ammontare dei rendimenti dovuti al sottoscrittore di buoni fruttiferi postali là dove questi risultino contrattualmente collegati a parametri fiscali. In tal caso il regime fiscale, precedente o successivo all’emissione dei BFP, assume rilievo negoziale, valutabile al fine della determinazione del quantum della prestazione dedotta in contratto.

Con riferimento alla controversia oggetto del ricorso, l’applicazione dei principi de quibus determina:

  • in applicazione del principio sub A), l’accoglimento della domanda del ricorrente, relativamente al BFP (del valore di Lire 500.000) della serie “Q/P”, diretta a ottenere una somma di denaro pari alla differenza tra l’importo offertogli dall’Intermediario e il valore del rendimento previsto dalla tabella posta sul retro del buono, limitatamente al periodo dal 21° al 30° anno.
  • in applicazione dei principi sub A) e B), il rigetto della domanda del ricorrente volta a ottenere, con riguardo al BFP della serie “Q” (del valore di Lire 1000000), la differenza tra l’importo offertogli dall’Intermediario e il rendimento previsto dalla tabella posta sul retro del buono.

 

 

 

Qui il testo integrale della decisione.


[1] Come statuito dal Collegio di Coordinamento, 20 maggio 2015, n. 4141.

[2] Il riferimento è chiaramente a quei pronunciamenti non conclusisi con la dichiarazione di incompetenza da parte dei Collegi.

[3] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 15 giugno 2007, n. 13979, in dejure.it.

[4] V. Cass. Civ., Sez. Un., 15 giugno 2007, n. 13979, in dejure.it.

[5] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 11 febbraio 2019, n. 3963, con nota di M. Franchi, La sopravvenuta variazione in peius del tasso di interesse dei buoni postali fruttiferi emessi prima del decreto del Ministro del tesoro del 19 dicembre 2000., in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 6, 2019, 686. V. anche L. La Battaglia, Buoni fruttiferi postali: il regime dei tassi di rendimento tra risultanze del titolo e integrazione ex art. 1339 c.c., in GiustiziaCivile.com, fasc., 17 dicembre 2019; G. Satta, Buoni postali: la parola alle Sezioni Unite, in Diritto & Giustizia, fasc. 28, 2019, 3.

[6] In base al quale “Le variazioni del saggio d’interesse dei buoni postali fruttiferi sono disposte con Decreto del Ministro per il tesoro, di concerto con il Ministro per le poste e le telecomunicazioni, da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale; esse hanno effetto per i buoni di nuova serie, emessi dalla data di entrata in vigore del decreto stesso, e possono essere estese ad una o più delle precedenti serie”.

[7] In tal guisa, seppure con riferimento alla serie “AA1” o “AA2”, è stata ritenuta addirittura sufficiente, per effetto dell’art. 10 del D.M. Tesoro 19 dicembre 2000, la mera barratura a penna dell’indicazione della serie originariamente presente sul modulo, anche senza aver aggiornato l’indicazione dei rendimenti: cfr. ABF, Collegio di Roma, 16 maggio 2019, n. 12367; ABF, Collegio di Bologna, 29 ottobre 2019, n. 23876; ABF, Collegio di Roma, 5 luglio 2018, n. 14491.

[8] Esattamente come affermato dai Collegi territoriali, con riferimento ai buoni con l’indicazione della serie “Q/P”; nella stessa direzione si sono registrate, peraltro, anche altre decisioni riferite alla casistica dei moduli “AF/AA1”, riconoscendo l’insufficienza della sola barratura della serie “AF” a rendere inapplicabile il rendimento stampigliato sul titolo con riferimento a quest’ultima: cfr. ABF, Collegio di Roma, n. 22321/2019; ABF, Collegio di Torino, 8 maggio 2019, n. 11647; ABF, Collegio di Palermo, n. 24581/2019; ABF, Collegio di Napoli, 28 luglio 2016, n. 6835; ABF, Collegio di Bari, 4 aprile 2019, n. 9578.

[9] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. Un., 11 febbraio 2019, n. 3963, con nota di M. Franchi, La sopravvenuta variazione in peius del tasso di interesse dei buoni postali fruttiferi emessi prima del decreto del Ministro del tesoro del 19 dicembre 2000., in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 6, 2019, 686. V. anche L. La Battaglia, Buoni fruttiferi postali: il regime dei tassi di rendimento tra risultanze del titolo e integrazione ex art. 1339 c.c., in GiustiziaCivile.com, fasc., 17 dicembre 2019; G. Satta, Buoni postali: la parola alle Sezioni Unite, in Diritto & Giustizia, fasc. 28, 2019, 3.

[10] Cfr. App. Milano, 16 dicembre 2019, n. 5025; App. Milano, 7 febbraio 2020, n. 435; Trib. Macerata, 6 marzo 2020.

[11] Cfr. ABF, Collegio di Coordinamento, 8 novembre 2013, n. 5674; ABF, Collegio di Milano, 11 settembre 2019, n. 21262; ABF, Collegio di Napoli, 30 gennaio 2019, n. 2854; ABF, Collegio di Palermo, 17 giugno 2019, n. 14703; ABF, Collegio di Roma, 12 aprile 2018, n. 8049.

[12] Cfr. ABF, Collegio di Coordinamento, 2018, n. 7440, già commentata in questa Rivista, con nota di M. Lecci, Il punto del Collegio di Coordinamento ABF sull’usura sopravvenuta alla luce delle Sezioni Unite, 9 aprile 2018, https://www.dirittodelrisparmio.it/2018/04/09/il-punto-del-collegio-di-coordinamento-abf-sullusura-sopravvenuta-alla-luce-delle-sezioni-unite/.

[13] Cfr. App. Milano, 16 dicembre 2019, n. 5025; App. Milano, 7 febbraio 2020, n. 435; Trib. Macerata, 6 marzo 2020.

[14] Per cui “Sono, a tutti gli effetti, titoli della nuova serie ordinaria, oltre ai buoni postali fruttiferi contraddistinti con la lettera “Q”, i cui moduli verranno forniti dal Poligrafico dello Stato, i buoni della precedente serie “P” emessi dal 1° luglio 1986. Per questi ultimi verranno apposti, a cura degli uffici postali, due timbri: uno sulla parte anteriore, con la dicitura “Serie Q/P”, l’altro, sulla parte posteriore, recante la misura dei nuovi tassi”.

[15] V. Cass. Civ., Sez. Un., 15 giugno 2007, n. 13979, in dejure.it; ABF, Collegio di Coordinamento, 10 ottobre 2019, n. 22747.

[16] Cfr. Corte Cost., 20 febbraio 2020, n. 26, già commentata in questa Rivista, con nota di P. Verri, Corte costituzionale: legittima la modifica peggiorativa dei tassi d’interesse nei buoni fruttiferi ante D.M. 13/06/1986, 25 febbraio 2020, https://www.dirittodelrisparmio.it/2020/02/25/corte-costituzionale-legittima-la-modifica-peggiorativa-dei-tassi-dinteresse-nei-buoni-fruttiferi-ante-d-m-13-06-1986/. V. anche G. Marino, Buoni fruttiferi postali emessi prima del 2001: la riduzione retroattiva dei tassi di interesse è incostituzionale, in Diritto & Giustizia, fasc. 39, 2020, 5.

[17] V. ABF, Collegio di Coordinamento, 20 maggio 2015, n. 4142.

[18] Così, ABF, Collegio di Roma, 23 maggio 2019, n. 13174; ABF, Collegio di Bologna, 24 gennaio 2019, n. 2374.

[19] Cfr. ABF, Collegio di Torino, 16 gennaio 2019, n. 1194; nonché, nella sostanza (pur motivando che il ricorso sarebbe “irricevibile” in ragione della materia fiscale), ABF, Collegio di Palermo, 8 ottobre 2019, n. 22493; ABF, Collegio di Napoli, 27 febbraio 2019, n. 6043; ABF, Collegio di Napoli, 3 aprile 2019, n. 9134; ABF, Collegio di Napoli, 15 ottobre 2019, n. 23129; ABF, Collegio di Bari, 19 settembre 2019, n. 21764.

[20] Cfr. Cass. Civ., Sez. VI, 28 novembre 2018, n. 30746, in dejure.it.

[21] Cfr. ABF, Collegio di Coordinamento, 8 novembre 2013, n. 5674; ABF, Collegio di Roma, n. 19042/2018.

[22] Il D. Lgs. 1° aprile 1996, n. 239 ha, poi, introdotto, a partire dal 1° gennaio 1997, l’imposta sostitutiva fissata, con riferimento agli interessi, nella misura del 12,50%.

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