La valutazione di abusività di una clausola e l’estensione al resto del contratto.



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Nota a CGUE, 11 marzo 2020, C-511/17.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Sommario: Premessa. – Il contesto normativo: il diritto unionale. – Il contesto normativo: il diritto ungherese. – Il procedimento principale e le questioni pregiudiziali. – La prima questione pregiudiziale. – La seconda e la terza questione pregiudiziale. – I principi di diritto.

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Premessa.

La recentissima pronuncia in oggetto della Corte di Giustizia dell’Unione Europea si rivela un interessante scrutinio sui limiti e la pervasività del sindacato giurisdizionale sull’abusività di una clausola contrattuale.

Nel caso di specie, la domanda di pronuncia pregiudiziale verteva sull’interpretazione dell’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori. Tale domanda era stata presentata nell’ambito di una controversia tra una cliente e la Banca, in relazione alla presunta abusività di talune clausole presenti in un contratto di mutuo ipotecario, espresso in valuta estera.

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Il contesto normativo: il diritto unionale.

Il ventunesimo considerando della prefata Direttiva dispone testualmente che: «considerando che gli Stati membri devono prendere le misure necessarie per evitare l’inserzione di clausole abusive in contratti stipulati tra un professionista e dei consumatori; che se, ciò nonostante, tali clausole figurano in detti contratti, esse non vincoleranno il consumatore, e il contratto resta vincolante per le parti secondo le stesse condizioni, qualora possa sussistere anche senza le clausole abusive».

L’art. 4, par. 1, recita: «Fatto salvo l’articolo 7, il carattere abusivo di una clausola contrattuale è valutato tenendo conto della natura dei beni o servizi oggetto del contratto e facendo riferimento, al momento della conclusione del contratto, a tutte le circostanze che accompagnano detta conclusione e a tutte le altre clausole del contratto o di un altro contratto da cui esso dipende».

L’art. 6, par. 1, prevede che: «Gli Stati membri prevedono che le clausole abusive contenute in un contratto stipulato fra un consumatore ed un professionista non vincolano il consumatore, alle condizioni stabilite dalle loro legislazioni nazionali, e che il contratto resti vincolante per le parti secondo i medesimi termini, sempre che esso possa sussistere senza le clausole abusive».

L’art. 7, par. 1, recita: «Gli Stati membri, nell’interesse dei consumatori e dei concorrenti professionali, provvedono a fornire mezzi adeguati ed efficaci per far cessare l’inserzione di clausole abusive nei contratti stipulati tra un professionista e dei consumatori».

Da ultimo, l’art. 8 stabilisce: «Gli Stati membri possono adottare o mantenere, nel settore disciplinato dalla presente direttiva, disposizioni più severe, compatibili con il trattato, per garantire un livello di protezione più elevato per il consumatore».      

 

Il contesto normativo: il diritto ungherese.

Ai sensi dell’art. 3, par. 2, della Polgári perrendtartásról szóló 1952. évi III. törvény (legge n. III del 1952, relativa al codice di procedura civile), nella versione applicabile ratione temporis, «Il giudice, salva contraria disposizione di legge, è vincolato dalle conclusioni e dagli argomenti giuridici sottoposti dalle parti. Il giudice prende in considerazione le conclusioni e gli argomenti presentati dalle parti non conformemente alla loro denominazione formale, bensì secondo il loro contenuto (…)».

L’art. 23, par. 1, del codice di procedura civile dispone che «Rientrano nella competenza degli organi giurisdizionali provinciali: (…) k) i ricorsi finalizzati alla dichiarazione di invalidità di clausole contrattuali abusive; (…)».

L’art. 73/A, par. 1, di detta legge dispone: «La rappresentanza da parte di un avvocato è obbligatoria: (…) b) nelle cause rientranti nella competenza di un organo giurisdizionale provinciale, in quanto giudice di primo grado, e ciò in tutte le fasi del procedimento, anche in grado di appello (…)».

Da ultimo, ai sensi dell’art. 215 del codice di procedura civile, «La decisione non può estendersi oltre le domande formulate nell’atto introduttivo e dell’atto defensionale. Tale regola si applica anche alle pretese accessorie a quella principale (interessi, spese, ecc.)».

 

Il procedimento principale e questioni pregiudiziali.

Nel dicembre 2007 la cliente aveva stipulato con la Banca un contratto di mutuo ipotecario, espresso in valuta estera. Tale contratto conteneva talune clausole che conferivano all’Istituto il diritto di modificare unilateralmente il contratto.

Nel 2012 la Corte di Budapest Capitale era stata chiamata a pronunciarsi su un ricorso, basato segnatamente sulla Direttiva 93/13/CEE, proposto dalla mutuataria e finalizzato all’ottenimento di una pronuncia retroattiva di invalidità delle clausole de quibus. La Corte aveva respinto il ricorso.

Nel 2014 la Corte d’Appello regionale di Budapest Capitale, su appello interposto dalla stessa mutuataria, aveva annullato tale sentenza e rinviato la causa nuovamente alla Corte di Budapest Capitale. Nella medesima ordinanza veniva evidenziato come, nella giurisprudenza relativa alla Direttiva 93/13/CEE, la Corte avesse sistematicamente evocato il principio secondo cui il giudice, nelle cause relative a contratti stipulati con i consumatori, dovesse esaminare d’ufficio il carattere abusivo delle clausole contenute in tali contratti. Inoltre, veniva precisato, a tal riguardo, che, in base all’interpretazione di detta Direttiva e della relativa giurisprudenza, nonché del diritto nazionale applicabile, un’applicazione efficace di tale fonte normativa fosse possibile solo se il giudice nazionale avesse provveduto a esaminare d’ufficio l’intero contratto controverso. Ciò premesso la Corte d’Appello aveva concluso, chiedendo alla Corte di Budapest Capitale di invitare la ricorrente a dichiarare se intendesse o meno invocare il carattere abusivo delle clausole oggetto dell’ordinanza o di altre clausole del contratto che non erano oggetto del suo ricorso iniziale, e se essa si riconoscesse vincolata dal contratto, una volta escluse le clausole in questione.

Nel dicembre 2015 la Corte di Budapest Capitale, dopo aver ripreso l’esame della causa, poneva fine al procedimento, in quanto la mutuataria non aveva dato seguito all’invito rivoltole di formulare una domanda «di applicazione delle conseguenze giuridiche dell’invalidità», conformemente a una normativa ad hoc riguardante contratti di mutuo espressi in valuta estera, come quello di cui trattasi nel procedimento principale, adottata nel corso del 2014, successivamente alla conclusione di contratti di mutuo che essa contempla, inclusiva, in particolare, della Kúriának a pénzügyi intézmények fogyasztói kölcsönszerződéseire vonatkozó jogegységi határozatával kapcsolatos egyes kérdések rendezéséről szóló 2014. évi XXXVIII. Törvény (ovvero della legge n. XXXVIII del 2014, relativa al regolamento di talune questioni connesse alla decisione emessa dalla Kúria [Corte suprema, Ungheria], nell’interesse dell’uniformità del diritto con riferimento a contratti di mutuo conclusi dagli istituti finanziari con i consumatori) e della Kúriának a pénzügyi intézmények fogyasztói kölcsönszerződéseire vonatkozó jogegységi határozatával kapcsolatos egyes kérdések rendezéséről szóló 2014. évi XXXVIII. törvényben rögzített elszámolás szabályairól és egyes egyéb rendelkezésekről szóló 2014. évi XL. törvény (ovvero, della legge n. XL del 2014, relativa alle norme applicabili al computo previsto dalla legge n. XXXVIII del 2014 relativa al regolamento di talune questioni connesse alla decisione emessa dalla Kúria [Corte suprema], nell’interesse dell’uniformità del diritto con riferimento a contratti di mutuo conclusi dagli istituti finanziari con i consumatori, nonché a diverse altre disposizioni; in prosieguo, rispettivamente: le «leggi DH1 e DH2»). Ambedue le normative contenevano disposizioni inerenti all’accertamento dell’abusività, nonché alle relative conseguenze pragmatiche, con riferimento a talune clausole contrattuali, relative, da un lato, alla facoltà unilaterale di modificare il contratto e, dall’altro, al divario tra il corso di vendita e il corso di acquisto della valuta.

Nel 2016, la Corte d’Appello regionale di Budapest Capitale, nuovamente investita di un appello proposto dalla cliente, confermava detta ordinanza, per quanto statuito in relazione alle clausole del contratto di cui alle leggi DH1 e DH2, e, per converso, l’annullava quanto al resto, ingiungendo alla Corte di Budapest Capitale di addivenire a una nuova decisione. A tal riguardo, la Corte d’Appello regionale di Budapest Capitale considerava che, sebbene le clausole oggetto delle leggi DH1 e DH2 non potessero effettivamente più essere oggetto di una decisione giurisdizionale, la Corte di Budapest Capitale avrebbe dovuto, pur tuttavia, alla luce delle conclusioni di parte ricorrente, esaminare le clausole del contratto relative all’attestazione notarile, ai motivi di risoluzione e a talune spese incombenti al consumatore.

La Corte di Budapest Capitale, chiamata a pronunciarsi su dette clausole, rilevava di essere tenuta a esaminare d’ufficio le clausole contrattuali non censurate in primo grado dalla mutuataria, senza che quest’ultima avesse neppure menzionato, nei motivi dedotti a sostegno del ricorso, elementi di fatto che avrebbero consentito di dedurre che essa chiedeva parimenti l’accertamento dell’abusività delle proposizioni contrattuali espressamente richiamate dalla Corte d’Appello regionale di Budapest Capitale.

Di conseguenza, il giudice del rinvio si chiedeva in che misura, da un lato, dovesse procedere all’esame del carattere abusivo di ogni clausola di un contratto, del quale alcune fossero oggetto di un ricorso proposto dal consumatore, e, dall’altro, se fosse vincolato, nell’ambito di tale esame, dalle conclusioni della ricorrente. A tal riguardo, lo stesso giudice faceva riferimento alla giurisprudenza della Corte di Giustizia[1], per cui la valutazione d’ufficio del carattere abusivo delle clausole dovesse essere motivata dal fatto che il consumatore ignorasse i suoi diritti o fosse stato dissuaso dal farli valere, a causa delle spese che un’azione giudiziaria avrebbe comportato. Da ultimo, il giudice del rinvio precisava che, nel diritto ungherese, i procedimenti diretti all’accertamento del carattere abusivo di clausole contrattuali potessero essere introdotti solo con il patrocinio di un avvocato.

In tale contesto, la Corte di Budapest Capitale sospendeva il procedimento, sottoponendo alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

  • «Se l’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva [93/13] debba essere interpretato – anche in considerazione della normativa nazionale relativa alla rappresentanza processuale obbligatoria – nel senso che occorre esaminare individualmente ogni clausola contrattuale nella prospettiva della possibilità di considerarla abusiva, indipendentemente dalla circostanza che sia effettivamente necessario un esame dell’insieme delle pattuizioni del contratto per statuire in ordine alla domanda formulata nell’ambito dell’azione.».
  • «Se invece, in senso opposto a quanto si espone nella prima questione, l’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva [93/13] debba essere interpretato nel senso che occorre esaminare tutte le altre clausole del contratto per concludere che la clausola sulla quale si fonda la domanda è abusiva.».
  • «Nell’ipotesi di una risposta affermativa alla seconda questione, se da ciò consegua che, per poter determinare il carattere abusivo della clausola in parola, occorra procedere all’esame del contratto nella sua interezza, sicché il carattere abusivo di ciascuno degli elementi del contratto non deve essere esaminato autonomamente e indipendentemente dalla clausola impugnata nella domanda giudiziale».

 

La prima questione pregiudiziale.

Con la sua prima questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se il summenzionato art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE debba essere interpretato nel senso che un giudice nazionale, investito di un ricorso proposto da un consumatore e diretto a far accertare il carattere abusivo di talune clausole contenute in un contratto che quest’ultimo abbia concluso con un professionista, sia tenuto a esaminare d’ufficio e individualmente tutte le altre clausole contrattuali, che non siano state impugnate da tale consumatore, al fine di verificare se possano essere o meno considerate abusive.

Il ricorso iniziale proposto dalla cliente – mutuataria mirava soltanto a far dichiarare il carattere abusivo delle clausole contrattuali che conferivano alla Banca la facoltà di modificare unilateralmente il contratto di mutuo di cui trattasi nella causa principale. Pur tuttavia, allo stadio attuale del giudizio, il giudice del rinvio è chiamato a pronunciarsi sulla questione se esso sia tenuto, in forza di quanto previsto dalla Direttiva 93/13/CEE, a estendere, d’ufficio, come imposto dalla decisione della Corte d’Appello regionale di Budapest Capitale, l’oggetto della controversia alla valutazione del carattere eventualmente abusivo delle altre clausole di tale contratto, relative all’attestazione notarile, ai motivi di risoluzione di quest’ultimo e a talune spese imposte alla ricorrente, sebbene queste ultime non siano mai state contestate dalla ricorrente, nel procedimento principale.

Secondo la giurisprudenza comunitaria (rectius, unionale) costante, il sistema di tutela istituito dalla Direttiva 93/13/CEE è fondato sull’idea che il consumatore si trovi in una situazione di inferiorità rispetto al professionista, per quanto riguarda sia il potere nelle trattative, che il grado di informazione, situazione che lo induce ad aderire alle condizioni predisposte dal professionista senza poter incidere sul contenuto delle stesse[2].

La Corte ha, altresì, già avuto occasione di dichiarare che, in considerazione di siffatta situazione di inferiorità, l’art. 6, par. 1, di tale Direttiva preveda che le clausole abusive non vincolino i consumatori. Trattasi di una norma imperativa, finalizzata a sostituire all’equilibrio formale, che il contratto determina fra i diritti e gli obblighi delle parti contraenti, un equilibrio reale, atto a ristabilire l’uguaglianza tra queste ultime[3].

Per garantire la tutela voluta da detta direttiva, la Corte ha sottolineato che la situazione di disuguaglianza tra il consumatore e il professionista può essere riequilibrata solo grazie a un intervento positivo da parte di soggetti estranei al rapporto contrattuale (sentenze del 9 novembre 2010, VB Pénzügyi Lízing, C‑137/08, EU:C:2010:659, punto 48, e del 17 maggio 2018, Karel de Grote – Hogeschool Katholieke Hogeschool Antwerpen, C‑147/16, EU:C:2018:320, punto 28 e giurisprudenza ivi citata).

In primo luogo e secondo una giurisprudenza costante, il giudice nazionale è tenuto a esaminare d’ufficio, non appena disponga degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine, il carattere abusivo di una clausola contrattuale rientrante nell’ambito di applicazione della Direttiva 93/13/CEE e, in tal modo, a ovviare, in chiave manutentiva, allo squilibrio intercorrente tra il consumatore e il professionista[4].

L’esame d’ufficio obbligatorio che il giudice nazionale adito deve effettuare, in forza della Direttiva de qua, è limitato, in un primo tempo, alle clausole contrattuali il cui carattere abusivo possa essere accertato sulla base degli elementi di diritto e di fatto, contenuti nel fascicolo di cui dispone detto giudice nazionale[5]. In un secondo momento, deve rispettare i limiti dell’oggetto della controversia, inteso come il risultato che una parte persegue con le sue pretese, lette alla luce delle conclusioni e dei motivi presentati a tal fine.

Sebbene la tutela del consumatore voluta dalla Direttiva 93/13/CEE richieda un intervento positivo da parte del giudice nazionale adito, è pur sempre necessario che il procedimento giurisdizionale sia avviato da una delle parti del contratto perché tale tutela possa essere concessa[6].

L’effettività della tutela che si ritiene concessa, dal giudice nazionale interessato, al consumatore, mediante un intervento d’ufficio, non può spingersi fino a ignorare o eccedere i limiti dell’oggetto della controversia, sì come definito dalle parti con le loro pretese, lette alla luce dei motivi da esse dedotti: in tal guisa, il giudice nazionale non è tenuto a estendere tale controversia al di là delle conclusioni e dei motivi presentati innanzi al medesimo, analizzando individualmente, quanto al loro carattere eventualmente abusivo, tutte le altre clausole di un contratto, soltanto alcune del quale sono oggetto di ricorso.

Tale valutazione si giustifica, in particolare, con la circostanza che il principio dispositivo, secondo cui le parti definiscono l’oggetto della controversia, nonché il principio del divieto di pronunciarsi ultra petita, per cui il giudice non deve statuire al di là delle pretese delle parti, richiamati anche dal governo ungherese nel procedimento, risulterebbero violati laddove i giudici nazionali fossero tenuti, in forza della Direttiva 93/13/CEE, a ignorare (o eccedere) i limiti dell’oggetto della controversia, fissati dalle conclusioni e dai motivi delle parti.

Di talché, non può che essere nei limiti dell’oggetto della controversia di cui è investito che il giudice nazionale sia chiamato a esaminare d’ufficio una clausola contrattuale per la tutela da accordare eventualmente al consumatore, in forza della Direttiva 93/13/CEE, per evitare che si addivenga a una situazione in cui le pretese di quest’ultimo siano respinte, mentre avrebbero potuto essere accolte se il ricorrente non avesse, per ignoranza, omesso di invocare il carattere abusivo di tali clausole.

Occorre, altresì, precisare che, affinché il consumatore possa pienamente beneficiare della tutela che la Direttiva 93/13/CEE gli accorda e, al contempo, che non venga pregiudicato l’effetto utile di tale tutela, il giudice nazionale non debba procedere a una lettura formalistica delle pretese sottoposte al suo giudizio, ma, al contrario, deve comprenderne il contenuto, alla luce dei motivi dedotti a sostegno delle stesse.

Solo le clausole contrattuali che, pur non essendo interessate dal ricorso del consumatore, siano connesse all’oggetto della controversia (quale definito dalle parti, alla luce delle loro conclusioni e dei loro motivi), rientrano nell’obbligo di esame d’ufficio incombente al giudice nazionale adito e devono essere esaminate, per verificare il loro eventuale carattere abusivo, non appena quest’ultimo disponga degli elementi di diritto e di fatto necessari a tal fine.

La Corte ha giudicato in più occasioni che il giudice nazionale debba adottare d’ufficio misure istruttorie, al fine di accertare se una clausola inserita nel contratto oggetto della controversia, su cui egli sia chiamato a pronunciarsi e che sia stato stipulato tra un professionista e un consumatore, rientri nell’ambito di applicazione della Direttiva 93/13/CEE[7]. Allo stesso modo, se gli elementi di diritto e di fatto, contenuti nel fascicolo sottoposto al giudice nazionale, facciano sorgere seri dubbi quanto al carattere abusivo di talune clausole che non siano state prese in considerazione dal consumatore, ma che presentano un nesso con l’oggetto della controversia (senza tuttavia che sia possibile procedere a valutazioni definitive al riguardo), spetta al giudice nazionale adottare, se necessario d’ufficio, misure istruttorie necessarie per completare tale fascicolo, chiedendo alle parti, nel rispetto del contraddittorio, di fornirgli i chiarimenti e i documenti necessari a tale scopo.

Ne consegue che il giudice nazionale sia tenuto ad adottare d’ufficio misure istruttorie, purché gli elementi di diritto e di fatto, già contenuti nel fascicolo, suscitino seri dubbi quanto al carattere abusivo di talune clausole che, pur non essendo state impugnate dal consumatore, siano connesse all’oggetto della controversia.

Nel caso di specie, sembra risultare che il giudice del rinvio si sia mosso dalla premessa secondo cui le clausole che non sono fossero state impugnate dalla mutuataria non fossero connesse all’oggetto della controversia principale, stante l’inconferenza di queste rispetto alla censurata facoltà di modificare unilateralmente il contratto. In tal caso, l’obbligo di esame d’ufficio risultante dalla Direttiva 93/13/CEE non si estende a dette clausole, fatte salve le verifiche che il giudice del rinvio dovrà, se del caso, effettuare per quanto riguarda l’oggetto preciso di detta controversia, alla luce delle conclusioni e dei motivi dedotti dalla mutuataria.

Tale constatazione lascia, tuttavia, impregiudicata la possibilità di cui la ricorrente potrebbe, se del caso, decidere in forza del diritto nazionale applicabile, di proporre un nuovo ricorso riguardante le clausole del contratto che non erano oggetto del suo ricorso iniziale, o di estendere l’oggetto della controversia di cui il giudice del rinvio è investito, su invito di detto giudice o di propria iniziativa.

Il fatto che la mutuataria sia rappresentata da un avvocato non incide sull’analisi che precede, in quanto la questione, di carattere generale, relativa alla portata dell’esame d’ufficio che incombe al giudice nazionale adito deve essere risolta astraendo dalle circostanze concrete di ciascun procedimento[8].

Infine, va ricordato, in primo luogo, che, come anticipato in narrativa, ai sensi dell’art. 8 della Direttiva 93/13/CEE, «gli Stati membri possono adottare o mantenere, nel settore disciplinato dalla presente direttiva, disposizioni più severe, compatibili con il trattato, per garantire un livello di protezione più elevato per il consumatore»: di conseguenza, gli Stati membri restano liberi di prevedere, nel loro diritto interno, un esame d’ufficio più esteso di quello che i loro giudici debbano effettuare in forza della normativa sovrannazionale.

In secondo luogo, qualora il giudice nazionale, dopo aver accertato, sulla base degli elementi di fatto e di diritto di cui dispone (o che gli siano stati comunicati in seguito alle misure istruttorie che ha adottato d’ufficio a tal fine) che una clausola sia effettivamente rientrante nell’ambito di applicazione della Direttiva, constati, al termine di una valutazione cui ha proceduto d’ufficio, che tale clausola presenti carattere abusivo, deve informarne le parti della controversia e invitarle a discuterne in contraddittorio, secondo le forme previste dalle norme processuali nazionali[9].

In terzo luogo, il giudice nazionale non è tenuto, in forza della Direttiva 93/13/CEE, a disapplicare tali clausole contrattuali qualora il consumatore, dopo essere stato avvisato, non intenda invocarne la natura abusiva e non vincolante[10].

Alla luce di quanto diffusamente rilevato e argomentato, la Corte dichiara che l’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE debba essere interpretato nel senso che un giudice nazionale, investito di un ricorso proposto da un consumatore e volto a far accertare il carattere abusivo di talune clausole contenute in un contratto che quest’ultimo ha concluso con un professionista, non sia tenuto a esaminare d’ufficio e individualmente l’insieme delle altre clausole contrattuali, che non siano state impugnate da tale consumatore, al fine di verificare se esse possano essere considerate abusive, ma solo quelle che siano connesse all’oggetto della controversia, come delimitato dalle parti, non appena disponga degli elementi di diritto e di fatto necessari a tale scopo, completati eventualmente da misure istruttorie.

 

La seconda e la terza questione pregiudiziale.

Con riferimento alla seconda e terza questione, da esaminare congiuntamente, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se gli artt. 4, par, 1, e 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE debbano essere interpretati nel senso che, qualora, per valutare il carattere abusivo della clausola contrattuale, che funga da fondamento per le pretese di un consumatore, occorra prendere in considerazione tutte le altre clausole del contratto, concluso con un professionista, ciò si traduca in un obbligo, per il giudice nazionale adito, di esaminare d’ufficio il carattere eventualmente abusivo di tutte le suddette clausole.

A tal riguardo, la Corte ha ricordato che, conformemente al prefato art. 4, par. 1, il giudice nazionale, per valutare il carattere eventualmente abusivo della clausola contrattuale su cui sia basata la domanda, debba tener conto di tutte le altre clausole contrattuali[11].

Tale obbligo di tener conto di tutte le altre clausole del contratto, concluso tra un professionista e un consumatore, si spiega con il fatto che l’esame della clausola impugnata debba prendere in considerazione tutti gli elementi che possano essere pertinenti per comprendere tale clausola nel suo contesto, in quanto, in funzione del contenuto di tale contratto, può essere necessario, ai fini della valutazione del carattere abusivo di detta clausola, valutare l’effetto cumulativo di tutte le clausole di detto contratto[12].

Da quanto affermato non deriva, tuttavia, che il giudice nazionale sia tenuto a esaminare d’ufficio tali altre clausole contrattuali in modo autonomo, quanto al loro carattere eventualmente abusivo, nell’ambito della valutazione che effettua sul fondamento dell’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE.

In conclusione, per risolvere la seconda e la terza questione, la Corte dichiara che l’art. 4, par. 1, e l’art. 6, par. 1, della Direttiva 93/13/CEE debbono essere interpretati nel senso che, sebbene, per valutare il carattere abusivo della clausola contrattuale che funge da fondamento per le pretese di un consumatore, occorra prendere in considerazione tutte le altre clausole del contratto stipulato tra un professionista e tale consumatore, tale considerazione non implica, di per sé, un obbligo, per il giudice nazionale adito, di esaminare d’ufficio il carattere eventualmente abusivo di tutte le suddette clausole.

 

I principi di diritto.

Ricapitolando, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dichiara:

  • L’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, deve essere interpretato nel senso che un giudice nazionale, investito di un ricorso proposto da un consumatore e volto a far accertare il carattere abusivo di talune clausole contenute in un contratto che quest’ultimo ha concluso con un professionista, non è tenuto ad esaminare d’ufficio e individualmente l’insieme delle altre clausole contrattuali, che non sono state impugnate da tale consumatore, al fine di verificare se esse possano essere considerate abusive, ma solo quelle che sono connesse all’oggetto della controversia, come delimitato dalle parti, non appena disponga degli elementi di diritto e di fatto necessari a tale scopo, completati eventualmente da misure istruttorie.
  • L’articolo 4, paragrafo 1, e l’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva 93/13 devono essere interpretati nel senso che, sebbene, per valutare il carattere abusivo della clausola contrattuale che funge da fondamento per le pretese di un consumatore, occorra prendere in considerazione tutte le altre clausole del contratto stipulato tra un professionista e tale consumatore, tale considerazione non implica, di per sé, un obbligo, per il giudice nazionale adito, di esaminare d’ufficio il carattere eventualmente abusivo di tutte le suddette clausole.

 

 

 

Qui il testo integrale della pronuncia.


[1] In particolare, il riferimento era a CGUE, 4 giugno 2009, C‑243/08.

[2] Cfr. CGUE, 4 giugno 2009, C‑243/08; CGUE, 17 maggio 2018, C‑147/16.

[3] Cfr. CGUE, 17 maggio 2018, C‑147/16.

[4] Cfr. CGUE, 17 maggio 2018, C‑147/16; CGUE, 20 settembre 2018, C‑51/17.

[5] Cfr. CGUE, 13 settembre 2018, C‑176/17.

[6] Cfr. CGUE, 1° ottobre 2015, C‑32/14.

[7] Cfr. CGUE, 9 novembre 2010, C‑137/08; CGUE, 7 novembre 2019, C‑419/18 e C‑483/18.

[8] V. CGUE, 4 ottobre 2007, C‑429/05.

[9] Cfr. CGUE, 21 febbraio 2013, C‑472/11; CGUE, 7 novembre 2019, C‑419/18 e C‑483/18.

[10] V. CGUE, 4 giugno 2009, C‑243/08.

[11] Cfr. CGUE, 21 febbraio 2013, C‑472/11.

[12] V. CGUE, 21 aprile 2016, C‑377/14.

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