Fideiussione omnibus: nullità per violazione della normativa antitrust



di Valerio Maria Pennetta

 

Sommario: §1. La fideiussione omnibus: profili generali; §2. Profili antitrust; §2.1. L’art. 2, comma 2, lettera a) della L. 297/1990; §3. Conclusioni.

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§1. La fideiussione omnibus: profili generali.

La Corte di Cassazione* è tornata a pronunciarsi su uno strumento molto discusso, che è stato oggetto di numerose sentenze.

Il riferimento è alla fideiussione, una forma di garanzia personale disciplinata dagli artt. 1936 – 1957 c.c.

In particolare, la Suprema Corte si è espressa sulla c.d. fideiussione omnibus o, come recita la rubrica dell’art. 1938 del codice civile, “fideiussione per obbligazioni future […]”, e sul rapporto tra questo strumento di garanzia e la normativa antitrust, rappresentata, in Italia, dalla Legge 10 ottobre 1990, n. 287 (“Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”).

Prima di entrare nello specifico, tuttavia, è utile inquadrare l’istituto da un punto di vista generale, stante l’assenza di una definizione codicistica.

Se proprio si volesse definire la fideiussione, servendosi (anche) dell’unico articolo rilevante a tale scopo (art. 1936 c.c.), si potrebbe dire che la fideiussione è “un contratto di garanzia (personale) mediante il quale un soggetto – fideiussore – si obbliga, verso il creditore, a garantire l’adempimento di un’obbligazione di un altro soggetto, il c.d. debitore garantito”.

Una caratteristica fondamentale della fideiussione, posta peraltro a fondamento della distinzione tra questa e la categoria dei contratti autonomi di garanzia, è la c.d. accessorietà, nel senso che la sua esistenza ed efficacia trovano fondamento nell’esistenza ed efficacia dell’obbligazione principale (ndr. quella tra il creditore ed il debitore garantito), che ne circoscrive anche l’oggetto”[1].

Lungi dal voler essere questo un approfondimento sull’istituto nel suo complesso, e compreso in linea generale cosa sia la fideiussione, ad avviso di chi scrive sembra opportuno sottolineare i profili generali dell’istituto della fideiussione omnibus, prima di addentrarci nel rapporto – invero tutt’altro che di immediata connessione – tra questo e la normativa italiana a tutela della concorrenza e del mercato.

Elemento centrale della fideiussione omnibus, fonte, come si avrà modo di accennare, di numerosi dibattiti in dottrina e giurisprudenza, è che con tale contratto il fideiussore si impegna a garantire tutte le obbligazioni presenti (rectius contrattualmente individuate) e future che il debitore garantito vorrà eventualmente contrarre con il terzo creditore (di regola un istituto di credito). Già da una prima fugace lettura di questa definizione può emergere con chiarezza uno dei problemi (forse il principale) affrontato dalla dottrina e giurisprudenza, ovvero quello relativo all’oggetto del contratto. Ed infatti il contratto di fideiussione omnibus, per quanto, se vogliamo, peculiare, è pur sempre un contratto, e questo vuol dire che è sottoposto alla disciplina generale prevista dal codice civile.

In particolare, nell’art. 1325 c.c., tra i requisiti – pacificamente definiti necessari da dottrina e giurisprudenza – del contratto, rientra l’oggetto (comma 1, n. 3), e cioè, come dice l’art. 1174 c.c., la “prestazione” dovuta dall’obbligato. L’oggetto del contratto – a pena di nullità (comminata dall’art. 1418 comma 2 c.c.) – deve essere possibile, lecito, determinato o determinabile (cfr. art. 1346 c.c.). E’ del tutto evidente come l’attenzione degli interpreti si sia focalizzata sull’ultimo requisito dell’oggetto del contratto, ovvero quello della determinatezza, dal momento che nella fideiussione omnibus l’impegno assunto dal fideiussore ex contractu ha ad oggetto anche obbligazioni “future” che, per loro stessa natura, non sono individuate dalle parti contraenti al momento della stipulazione del contratto e, quindi, non vengono da loro determinate.

La chiave di volta, che permette di risolvere la questione di diritto nel senso della piena validità ed efficacia di tali contratti, ovvero della loro nullità per mancanza di uno degli elementi previsti ex art. 1346 c.c. è rappresentata, con tutta evidenza, dal secondo aggettivo utilizzato dal legislatore per descrivere il terzo requisito dell’oggetto di un contratto, ovvero la determinabilità. Evidentemente non è questa la sede per affrontare nello specifico il tema qui solo accennato, in quanto ci porterebbe fuori tema e rischierebbe di non attribuire alla questione l’importanza ed il rilievo che merita[2], essendo sufficiente in questa sede rilevare come nelle fideiussioni omnibus l’oggetto, pur se non determinato, sia senz’altro determinabile.

Sempre sugli aspetti introduttivi della fideiussione omnibus, altro “profilo critico” di tale garanzia – in passato – era rappresentato dall’esposizione illimitata del patrimonio del fideiussore[3], dal momento che egli era responsabile di tutte le obbligazioni che di lì ad un dato giorno il debitore garantito avrebbe contratto con il creditore, indipendentemente dal valore delle stesse. Proprio al fine di ovviare a tale inconveniente il legislatore è intervenuto negli anni 90 per porre fine alla querelle che sul punto era sorta, e che, secondo la Corte di Cassazione[4], poteva essere risolta anche senza l’intervento del legislatore, semplicemente facendo riferimento al generale principio di esecuzione del contratto seconda buona fede, previsto dall’art.1375 c.c. – anche se, ad avviso di chi scrive, sarebbero sorti non pochi problemi in ordine al sempre attuale problema della concretizzazione di un principio generale ed ai limiti del giudice di merito –.

Come accennato, il legislatore, con Legge 17 febbraio 1992, n. 154 (in particolare con l’art. 10 comma 1) ha novellato l’art. 1938 c.c., introducendo un ulteriore requisito di validità della fideiussione per obbligazioni future, rappresentato dalla obbligatoria previsione dell’importo massimo garantito (cfr. art. 1938 c.c. nella sua attuale formulazione). In questo modo si raggiungeva un duplice obiettivo: da un lato si garantiva il fideiussore, in quanto predeterminava un tetto massimo alla garanzia, dall’altro si rendeva, per così dire, “più facilmente determinabile” l’oggetto del contratto, mettendo a tacere, se ancora ve ne fossero, quelle voci che consideravano di dubbia validità la fideiussione omnibus per indeterminatezza dell’oggetto del contratto.

La Corte Costituzionale, mettendo un punto sull’annosa questione relativa all’applicazione retroattiva della nuova disciplina introdotta con l. 154/1992, ovvero all’applicazione ultrattiva di quella antecedente, ha così statuito: “L’art. 1938 c.c., che dopo la novella di cui all’art. 10, l. 17 febbraio 1992 in tema di fideiussione per obbligazioni future prescrive l’obbligo di fissare l’importo massimo garantito, va interpretato con riguardo la periodo antecedente alla modifica, nel senso dell’assenza di limiti di importo in relazione alle solo obbligazioni principali già sorte, escludendosi in virtù di un’inammissibile sorta di ultrattività del vecchio disposto che obbligazioni principali successive al nuovo testo possono sfuggire al divieto di garanzia senza limiti: pertanto, così intesa, la disposizione non viola l’art. 3 cost., rispecchiando la ragionevole diversa qualificazione degli atti nel tempo da parte del legislatore” (così Corte Costituzionale, sentenza del 27 giugno 1997, n. 204).

Quanto sopra abbozzato fa emergere con chiarezza la complessità e la criticità dell’istituto in esame, che torna a far parlare di sé con la sentenza della Cassazione Civile, sez. I, del 22 maggio 2019, n. 21878, questa volta, però, per il suo rapporto con la normativa antitrust.

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§2. Profili antitrust.

Sicuramente non di facile (ed immediata) connessione è il rapporto tra la fideiussione omnibus e la normativa antitrust. Eppure, di fatto, tale connessione non solo sussiste, ma è stata oggetto di particolare attenzione, prima da parte della Suprema Corte, poi degli studiosi del diritto, soprattutto bancario e finanziario.

Scopo di questo scritto è fare chiarezza dapprima sui possibili profili, per così dire, anti-concorrenziali di talune fideiussioni omnibus, per poi approfondire i motivi che hanno indotto la Cassazione, a seguito anche dell’emanazione di un provvedimento da parte della Banca d’Italia, a pronunciare il seguente principio di diritto:

“In tema di accertamento dell’esistenza di intese restrittive della concorrenza vietate dalla L. 287 del 1990, art. 2, con particolare riguardo a clausole relative a contratti di fideiussione da parte delle banche, il provvedimento adottato dalla Banca d’Italia prima della modifica di cui alla L. n. 262 del 2005, art. 19, comma 11, possiede, al pari di quelli emessi dall’Autorità Garante per la Concorrenza, una elevata attitudine a provare la condotta anticoncorrenziale, indipendentemente dalle misure sanzionatorie che siano pronunciate, e il giudice di merito è tenuto, per un verso, ad apprezzarne il contenuto complessivo, senza poter limitare il suo esame a parti isolate di esso, e, per altro verso, a valutare se le disposizioni convenute contrattualmente coincidano con le condizioni oggetto dell’intesa restrittiva, non potendo attribuire rilievo decisivo all’attuazione, o non attuazione, della prescrizione contenuta nel provvedimento amministrativo con cui è stato imposto all’ABI di estromettere le clausole vietate dallo schema contrattuale diffuso presso il sistema bancario”[5].

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§2.1. L’art. 2, comma 2, lettera a) della L. 297/1990.

Dal momento che conclamato scopo di questo scritto è quello di voler approfondire i profili anti concorrenziali delle fideiussioni omnibus, non possiamo esimerci da alcune – rapide – considerazioni della normativa italiana antitrust, e più nel dettaglio dell’art. 2, comma 2, lettera a) della l. 297/90.

Questa norma (il cui secondo comma, nella parte che a noi interessa, viene, per comodità, trascritto in nota[6]), in combinato disposto con il suo ultimo comma, commina la nullità per le intese che abbiano per oggetto o per effetto, tra gli altri, quello di falsare il libero gioco degli operatori economici in un mercato concorrenziale, che può essere convenzionalmente definito come “un mercato in cui venditori e compratori sono così numerosi che nessuno di essi, con la propria condotta, possa da solo incidere in termini significativi sul sistema dei prezzi; un mercato in cui tutti gli operatori hanno pieno accesso a tutte le informazioni rilevanti, e non esistono barriere all’accesso di altri operatori”[7].

In particolare, la lettera a) del secondo comma dell’articolo in discorso, per ciò che ci interessa, ha il precipuo scopo di evitare che, per il tramite di “accordi” (latamente intesi[8]) tra imprese, si possano fissare direttamente o indirettamente  le “condizioni contrattuali”, e ciò in palese contrasto con lo scopo principale del mercato concorrenziale, all’’interno del quale tutte le condizioni contrattuali devono risultare, in concreto, dal confronto tra i due operatori economici, pur se dotati, si sa, di diversa forza contrattuale.

Tutto ciò premesso, pare del tutto evidente come la domanda di fondo sussista ancora: qual è il punto di contatto tra la fideiussione omnibus e la normativa antitrust? Oppure, se si vuole, in che modo la fideiussione omnibus può avere dei profili anti concorrenziali?

Ovviamente il contrasto con l’art. 2, comma 2, lettera a) L. 297/1990 non può che valutarsi con riferimento ad un “accordo” rientrante nel concetto di intesa, così come definita dall’art. 2, comma 1 L. 297/1990, ai sensi del quale “Sono considerati intese gli accordi e/o le pratiche concordati tra imprese nonché le liberazioni, anche se adottate ai sensi di disposizioni statutarie o regolamentari, di consorzi, associazioni di imprese ed altri organismi similari”. Fatti in questo modo fuoriuscire i singoli contratti di fideiussione omnibus stipulati tra la singola banca e l’individuo dalla nostra area di interesse, la nostra attenzione non può che spostarsi sugli schemi contrattuali emanati dall’ABI (Associazione Bancaria Italiana) contenenti le condizioni generali di contratto che le banche possono utilizzare nei rapporti con la clientela. Tali schemi, pertanto, hanno carattere facoltativo e non sono assolutamente vincolanti per gli istituti di credito.

Con riferimento proprio ai contratti di fideiussione omnibus, l’ABI, all’evidente fine di agevolare la predisposizione, da parte delle banche o degli istituti di credito, dei contratti contenenti fideiussioni omnibus, recependo le indicazioni emerse dalla prassi negoziale, dalla dottrina e dalla giurisprudenza, emana regolarmente uno schema di contratto di fideiussione omnibus (aggiornandolo al mutare dei citati indici). L’ultimo di tali schemi è stato emanato il 4 luglio 2003, con cui si mettono a disposizione delle banche 13 articoli che disciplinano in maniera dettagliata i vari aspetti relativi al costituendo rapporto tra le parti contrattuali.

Proprio questo modello contrattuale, dopo la comunicazione all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato prevista dall’art. 13 L. 287/1990, è stato oggetto di un procedimento avviato dalla Banca d’Italia conclusosi con il provvedimento n. 55 del 2 maggio 2005 denominato “ABI – Condizioni generali di contratto per la Fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie”, il quale si conclude statuendo che gli articoli 2, 6 e 8 dello schema contrattuale predisposto dall’ABI per la fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie (fideiussione omnibus) contengono disposizioni che, nella misura in cui vengono applicate in modo uniforme, sono in contrasto con l’articolo 2, comma 2, lettera a), della legge n. 287/90(cfr. pag. 12 del provvedimento n. 55 della Banca d’Italia, enfasi aggiunta). Ma cosa prevedono questi articoli? E perché la Banca d’Italia – e poi la Suprema Corte con la sentenza n. 21878/2019 – li ha considerati potenzialmente in contrasto con l’art. 2, comma 2, lettera a) L. 287/1990?

Innanzitutto occorre comprendere il contenuto degli articoli oggetto della su richiamata decisione della Banca d’Italia; solo una volta fatto ciò sarà possibile capire il riflesso (negativo) che questi possono avere sulla libera concorrenza.

Il primo dei 3 articoli oggetto di attenzione è il numero 2, ai sensi del quale: “Il fideiussore s’impegna altresì a rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi, o per qualsiasi altro motivo”. Tale clausola è nota anche come “clausola di reviviscenza”, e questo perché, come può intuirsi dalla sua lettura, rende del tutto indipendente l’obbligazione fideiussoria da quella principale (per intenderci, quella tra il debitore garantito e la banca creditrice), prevedendo, in concreto, che quand’anche il pagamento effettuato dal debitore principale dovesse essere annullato, revocato o comunque considerato inefficace per altro motivo, e per l’effetto restituito, il fideiussore sarebbe comunque tenuto a rimborsare la banca di quanto da lei restituito al debitore principale.

L’articolo 6 dello schema contrattuale, invece, prevede una deroga all’art. 1957 c.c. (che per comodità si riporta in nota[9]), statuendo che “I diritti derivanti alla banca dalla fideiussione restano integri fino a totale estinzione di ogni suo credito verso il debitore, senza che essa sia tenuta ad escutere il debitore o il fideiussore medesimi o qualsiasi altro coobbligato o garante entro i tempri previsti, a seconda dei casi, dall’art. 1957 cod. civ., che si intende derogato”. L’art. 1957 c.c. prevede una sorta di deadline dell’obbligazione fideiussoria, prevedendo che essa non sia più dovuta se il creditore entro sei mesi (o due, nel caso in cui il fideiussore abbia limitato la sua fideiussione allo stesso termine dell’obbligazione principale) non si sia attivato per tutelare il proprio credito nelle sedi opportune. Di fatto da questa norma è possibile evincere due regole: la prima è che il fideiussore rimane (potenzialmente) obbligato nei confronti del creditore anche per il periodo successivo alla scadenza dell’obbligazione principale – come si è detto, a patto che il creditore si attivi entro due o sei mesi –, la seconda, invece, è che il fideiussore, nell’inerzia del creditore, è completamente liberato dalla sua obbligazione trascorsi due o sei mesi dalla scadenza dell’obbligazione principale. Come anticipato, l’articolo 6 dello schema contrattuale prevede una deroga assoluta a tale disciplina, la quale è prevista, evidentemente, a vantaggio del fideiussore, che invece, stando allo schema ABI, rimarrebbe vincolato nei confronti del creditore ultra terminum.

Infine, l’ultimo articolo dello schema contrattuale tacciato di potenziale contrasto alla normativa antitrust è quello che prevede l’obbligo, in capo al fideiussore, di garantire anche le obbligazioni invalide, nell’ipotesi, pertanto, di restituzione alla banca creditrice delle somme indebitamente percepite dal debitore garantito[10].

Avendo preso conoscenza delle di quali siano le disposizioni dello schema contrattuale che, se inserito congiuntamente in un contratto di fideiussione omnibus, possono avere effetti anti concorrenziali, è possibile essere più precisi, ed affermare che possono rientrare nel novero delle intese vietate dall’art. 2, comma 2, lettera a) della L. 287/1990 i contratti di fideiussione omnibus che contengono le tre disposizioni sopra elencate ed esaminate.

A questo punto disponiamo della conoscenza necessaria per considerare, da un punto di vista economico-giuridico, su cosa si fondino le preoccupazioni espresse dalla Banca d’Italia (con il provvedimento n. 55 del 2005) e, recentemente, dalla Corte di Cassazione (con la più volte citata sentenza n. 21878/2019).

Preliminarmente è necessario svolgere alcune brevi considerazioni sulla funzione economica della garanzia dei debiti altrui (o, cambiando prospettiva, dei crediti). Pare del tutto evidente come tale garanzia operi tanto nell’interesse del debitore garantito, quanto in quello della banca creditrice. Con riferimento al primo, infatti, tale interesse consiste senz’altro nell’aumento delle possibilità di accedere al credito, e questo perché il creditore, nonostante il debitore possa risultare potenzialmente inadempiente, può sempre contare sulla solvibilità di un soggetto terzo, che si impegna ad adempiere alle obbligazioni del primo. La banca, d’altro canto, ha interesse a che i crediti erogati siano assistiti da garanzie (anche) personali, in quanto queste equivalgono ad una maggiora certezza in ordine all’adempimento dell’obbligo restitutorio sorto, per effetto del contratto, in capo al debitore.

A questi interessi se ne aggiunge un altro, lapalissiano, proprio del mercato: evitare che il “costo” del denaro – rappresentato, come si sa, dagli interessi – possa crescere a dismisura nel caso in cui la richiesta del credito pervenga da un soggetto (o un’impresa) il cui patrimonio non sia particolarmente capiente, o comunque sia tale da non garantire ex sé l’adempimento dell’obbligazione. Ed infatti, la banca, a fronte di una richiesta pervenuta da un soggetto – o impresa – poco capiente, potrebbe o rifiutarsi di concedere il credito, ovvero concederlo ma ad un tasso di interesse molto elevato, in questo modo “compensando” il rischio di insolvenza dell’obbligato principale.

Sicuramente coerente a questo quadro delineato è la previsione contenuta nell’art. 7 dello schema contrattuale predisposto dall’ABI, che contiene la clausola di adempimento “a prima richiesta” del fideiussore della banca, in forza della quale “Il fideiussore è tenuto a pagare immediatamente alla banca, a semplice richiesta scritta, quanto dovutole per capitale, interessi, spese, tasse ed ogni altro accessorio” (così l’articolo 7.1 dello schema ABI). Ed infatti, per il tramite di tale articolo, la banca può recuperare immediatamente il proprio credito senza dover escutere in precedenza il debitore principale. Tale esigenza viene bilanciata dalla previsione del diritto del fideiussore di far valere i propri diritti nei confronti del debitore garantito in un momento successivo, per il tramite di un’azione di regresso da esercitare nei confronti di quest’ultimo.

Sicuramente non improntate a tale logica sono le clausole contenute negli articoli 2, 6 e 8 dello schema contrattuale, e questo perché se applicate congiuntamente e da un numero rilevante e considerevole di banche (e questa circostanza risulta proprio dalle indagini svolte nell’ambito del su citato procedimento dinnanzi alla Banca d’Italia[11]) possono creare circostanze del tutto sfavorevoli per la clientela, non giustificate dall’esigenza di garantire il credito bancario (cui è preordinato, invece, il pagamento “a prima richiesta”).

Ed infatti, l’applicazione dell’articolo 2 (la clausole di “reviviscenza”) fa sì che nel fideiussore, a fronte dell’adempimento dell’obbligazione da parte del debitore, si ingeneri un legittimo affidamento in ordine all’estinzione satisfattiva dell’obbligazione principale – la quale, chiaramente, comporterebbe anche l’estinzione della sua obbligazione fideiussoria –, tale da farlo totalmente disinteressare alla vicenda, pur continuando a sopportare il rischio di essere chiamato ad adempiere nei confronti della banca, nell’ipotesi in cui il pagamento effettuato dal debitore dovesse essere annullato, dichiarato inefficace e/o comunque revocato.

Con riguardo all’articolo 6 dello schema che, come si ricorderà, contiene la deroga all’art. 1957 c.c., è del tutto evidente come esso attribuisca alla banca maggior tempo per curare i propri interessi, a svantaggio del debitore garantito e, di riflesso, del fideiussore, disincentivando – peraltro – la diligenza della banca in ordine alla gestione dei propri interessi.

Infine e per concludere, l’articolo 8, similarmente al precedente articolo 6, potenzialmente induce la banca – a tutto svantaggio del debitore e del fideiussore – a prestare meno attenzione, nella fase pre contrattuale, alla validità e conformità dei contratti di fideiussione omnibus, e questo perché indipendentemente dalla loro validità il proprio credito è comunque garantito dal fideiussore, il quale mantiene l’obbligo di restituire alla banca le somme indebitamente percepite dal debitore garantire (dove, evidentemente, tale natura indebita deriva dall’invalidità del rapporto contrattuale tra debitore garantito e banca creditrice).

§3. Conclusioni.

Alla luce di quanto sopra analizzato, è del tutto evidente come un’applicazione uniforme delle clausole contenute negli articoli 2, 6 e 8 dello schema ABI possa produrre l’effetto (anti competitivo) di gravare il fideiussore di oneri aggiuntivi che non trovano giustificazione nell’esigenza di tutela del mercato del credito. In aggiunta a ciò, è del tutto evidente come il fideiussore sopporti oneri ulteriori ed aggiuntivi, e questo non può che provocare un aumento del costo della fideiussione[12], derivante, però, non dalla libera contrattazione delle parti – come dovrebbe essere in un mercato libero e concorrenziale – ma dall’imposizione di queste clausole, non pattuite tra le parti: con ciò il libero gioco della concorrenza viene irrimediabilmente alterato.È chiaro come la questione assuma rilievo per la normativa antitrust se e nei limiti in cui lo schema ABI venga adottato da un numero considerevole di banche, in modo da imporre, di fatto, alle stesse di non discostarsi da tale schema, annullando la contrattazione con i clienti, i quali, se vogliono accedere al credito, non possono che accettare tali condizioni estremamente gravose, avendo una forza contrattuale senza ombra di dubbio inferiore a quella della banca erogatrice del credito.

 

 

 

Bibliografia

Razzante R., I rapporti tra banche e clienti, manuale operativo, Padova, CEDAM, 2005;

Risi C., La fideiussione, Padova, CEDAM, 2005;

Vanzetti A. – Di Cataldo V., Manuale di diritto industriale, 8 ed., Milano, Giuffré, 2018;

Torrente A. – Schlesinger P., Manuale di diritto privato, 23 ed., Milano, Giuffré, 2017.

 


* Si fa riferimento alla pronuncia: Cassazione civile, sez. I, 22 Maggio 2019, n. 13846


[1] Così Risi C., La fideiussione, Padova, CEDAM, 2005.

[2] Già negli anni ’70 alcuni autori riconoscevano la piena validità ed efficacia delle fideiussioni omnibus. Cfr., tra tutti, Rescigno P., Il problema della validità della fideiussione omnibus, in Bancaria, fasc. 6, 1972, pp. 720 ss.; Maccarone S., Considerazioni sulla validità della cosiddetta fideiussione omnibus, in Bancaria, fasc. 2, 1972, pp. 169 ss.

[3] Si ricorda, infatti, che il fideiussore risponde delle obbligazioni del debitore garantito con tutti i suoi beni presenti e futuri, ai sensi dell’art. 2740 c.c.

[4] Cfr. ex multis Cassazione Civile Sez. I, sentenza del 18 luglio 1989, n. 3362, in Banca, Borsa e Titoli di Credito, 1989, II, pp. 537 ss.

[5] Cfr. pp. 7-8 della sentenza n. 13846/2019.

[6] Sono vietate le intese tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato azionale o in una sua parte rilevante, anche attraverso attività consistenti nel: a) fissare direttamente o indirettamente i prezzi d’acquisto o di vendita ovvero altre condizioni contrattuali”.

[7] Cosi Vanzetti A. – Di Cataldo V., Manuale di diritto industriale, 8 ed., Milano, Giuffré, 2018.

[8] La miglior dottrina ritiene che con il termine “accordo” si indichi qualunque genere di accordo, a prescindere dalla sua vincolatività giuridica. Quindi rientrano nella definizione i contratti, i cc.dd. gentlement’s agreements, le lettere di intenti, le ipotesi di esecuzione tacita di una proposta o clausola contrattuale, e così via.

[9] “1. Il fideiussore rimane obbligato anche dopo la scadenza dell’obbligazione principale, purché il creditore entro sei mesi abbia proposto le sue istanze contro il debitore e le abbia con diligenza continuate. 2. La disposizione si applica anche al caso in cui il fideiussore ha espressamene limitato la sua fideiussione allo steso termine dell’obbligazione principale. 3. In questo caso però l’istanza contro il debitore deve essere proposta entro due mesi. […]”.

[10] Così l’articolo 8 dello schema contrattuale ABI: “Qualora le obbligazioni garantite siano dichiarate invalide, la fideiussione garantisce comunque l’obbligo del debitore di restituire le somme allo stesso erogate”.

[11] Ed infatti, nel 27% dei finanziamenti concessi a società non finanziare assistiti da fideiussioni omnibus la banca creditrice si avvale di uno schema contrattuale simile a quello predisposto dall’ABI; tale percentuale sale al 44% nel caso di finanziamenti concessi a famiglie produttrici (30 nel caso di famiglie consumatrici).

[12] Rappresentato dalla commissione che viene riconosciuta al fideiussore a fronte dell’impegno convenzionalmente assunto.

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