Richiesta della documentazione (119 T.u.b.) in corso di causa



di Michael Lecci

Cass. Civ., Sez. I, n. 14231 del 24/05/2019, (n. 14231/2019)

 


Esprimendosi sul dibattuto tema dell’esibizione documentale la Corte di Cassazione ha interpretato in chiave estensiva l’art. 119 t.u.b. statuendo che il cliente ha sempre diritto di ottenere il rendiconto, anche in sede giudiziaria, qualora vi sia la prova dell’esistenza del rapporto contrattuale.

 

La sentenza si colloca sulla scia di quanto affermato dalla nota Cass., 11 maggio 2017, n. 11554 e, da ultimo, da Cass. Civ., Sez. VI, n. 3875 del 08.02.2019*.

 

Nello specifico, la Suprema Corte ha evidenziato che «il diritto del cliente ad avere copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, sancito dall’art. 119 TUB abbia natura sostanziale e non meramente processuale e la sua tutela si configuri come situazione giuridica “finale”, a carattere non strumentale. Esso, infatti», si è precisato, «non si esplica nell’ambito di un processo avente ad oggetto l’attuazione di un diverso diritto, ma si configura esso stesso come oggetto del giudizio intrapreso nei confronti della banca in possesso della documentazione richiesta e prescinde dall’eventuale uso che di questa il richiedente possa eventualmente voler fare in altre sedi» (Cass., Sez. I, 12/05/2006, 11004).

 

Questo rilievo, afferma la Corte, a cui ha fatto seguito la notazione che la norma dà vita a una facoltà che non è soggetta a restrizioni e, specularmente, ad un dovere di protezione in capo all’intermediario, unito al fatto che nel panorama delle garanzie apprestate dalle norme in materia di trasparenza bancaria l’art. 119, comma 4, TUB costituisca uno degli strumenti più incisivi a tutela della clientela, è ragione per tributare alla norma un raggio ampio di efficacia, che non ne circoscriva l’applicazione alla sola fase stragiudiziale del rapporto correntista-banca, ma che, al contrario, proprio nel giudizio veda realizzato il proprio scopo.

 

Si è così affermato che «il potere del correntista di chiedere alla banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente tra gli stessi intervenuto può essere esercitato, ai sensi dell’art. 119, comma 4, TUB (d.lgs. n. 385 del 1993), anche in corso di causa ed attraverso qualunque mezzo si mostri idoneo allo scopo» (Cass., Sez. I, 11/05/2017, n. 11554). In tal modo si è venuto ridisegnando il rapporto tra la norma in disamina e l’art. 210 cod. proc. civ. in termini diametralmente opposti rispetto a quelli enunciati nella sentenza impugnata, rivelandosi invero errato credere che l’ordine di esibizione dell’art. 210 cod. proc. civ. costituisca uno strumento alternativo rispetto a quello delineato dall’art. 119, comma 4, TUB; e ciò perché mentre il primo opera sul piano del processo e costituisce al più il mezzo attraverso il diritto sancito dal secondo potrebbe esplicarsi, il secondo conferisce un diritto e rileva perciò sul piano del rapporto tra banca e correntista regolato dal diritto sostanziale.

 

Ha concluso la Suprema rilevando che nessuna inferenza interpretativa in chiave restrittiva perciò legittima il raffronto dell’art. 119, comma 4, TUB e l’art. 210 cod. proc. civ., con la conseguenza che «il titolare di un rapporto di conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto, ai sensi dell’art. 119 del d.lgs. n. 385 dei 1993 (TUB), anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale, non potendosi ritenere corretta una diversa soluzione sul fondamento del disposto di cui all’art. 210 c.p.c., perché non può convertirsi un istituto di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, trasformando la sua richiesta di documentazione da libera facoltà ad onere vincolante» (Cass., Sez. VI-I, 8/02/2019, n. 3875).

 

 

Sul tema si veda:

 

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. I, n. 14231 del 24/05/2019

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