Esibizione estratti conto ex artt. 210 c.p.c. e 119 T.u.b.



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Tribunale di Modena, ordinanza del 18.07.2017

di Michael Lecci

 


L’occasione per affrontare il tema dell’esibizione degli estratti conto è data dall’ordinanza del Tribunale di Modena, del 18.07.2017, con cui il giudice ha rigettato le istanze istruttorie di parte attrice con le quali veniva richiesto, ex art. 210 c.p.c., di ordinare la produzione del contratto di conto corrente e delle concessioni successive, oltre agli estratti di conto corrente e gli scalari.

Nella pronuncia de qua il giudice, dopo aver richiamato l’art. 119 TUB ai sensi del quale il cliente ha diritto di ottenere a proprie spese, entro un congruo termine e, comunque, entro 90 giorni, “copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni”, rigetta la richiesta attorea di esibizione degli estratti conto perché la stessa «non considera che l’art. 119 TUB consente al cliente di acquisire dalla banca solo i documenti relativi a singole operazioni contabili riferiti agli ultimi dieci anni del rapporto, mentre l’istanza ex art. 119 TUB di parte attrice (cfr. doc. n. 2) non contiene alcun riferimento agli estratti conto e, in ogni caso, riguarda anche il periodo ultradecennale».

  • Onere della prova

A tal proposito occorre richiamare un importante filone dottrinale che consentirebbe di affrontare l’impasse dell’onere della prova ex art. 2697 c.c. cui si ricollegano le problematiche sottese all’art. 119, comma 4, TUB.

L’onere probatorio “processuale” richiesto ex art. 2697 c.c. presuppone che chi agisce in giudizio per far valere un diritto si gravato dell’onere della prova dei fatti che ne costituiscono fondamento. Tuttavia, laddove l’attore agisca in accertamento negativo, ovvero postuli l’inesistenza del diritto, può ritenersi che gravi su di esso l’onere della prova? Una tale differenza di natura sostanziale dovrebbe nondimeno condurre ad un inversione delle posizioni processuali. Pertanto, in conformità con tale visione dell’art. 2697 c.c., spetterebbe all’intermediario convenuto, parte controinteressata dall’accertamento negativo, gravando su di esso la prova dell’esistenza del diritto che parte ricorrente intende negare[1].

La perdurante posizione di asimmetria sussistente tra cliente e banca richiede un’applicazione più temperata dell’art. 2697 c.c.; a tal proposito, la teorizzazione del principio della vicinanza della prova in ambito bancario dovrebbe comportare l’inversione dell’onere probatorio in relazione alla produzione in giudizio degli estratti conto. L’obbligo di rendicontazione periodica si colloca nell’ampio raggio di obblighi che il legislatore impone alla banca, con l’obiettivo di perseguire il riequilibrio di un rapporto intrinsecamente asimmetrico. Pertanto, contestuale all’obbligo di rendicontazione non può che essere un obbligo (o diritto, a seconda che lo si veda nell’una o nell’altra prospettiva) «alla consegna della documentazione bancaria ed anche a copie e duplicati di quanto già inviatogli nel corso del rapporto»[2]. Di tale avviso anche parte della giurisprudenza di merito[3]: « Nei rapporti bancari in conto corrente (…) la banca, al fine di dimostrare il proprio credito, ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto, anche nell’ipotesi di azione di accertamento proposta dal correntista».

Fatta questa premessa teorica sulla questione, il giudice incorre in errore accogliendo integralmente le difese e le argomentazioni della Banca nella parte in cui ribadiva di «non avere alcun obbligo di conservare ulteriore documentazione per un periodo superiore al decennio, così come disposto dall’art. 119 TUB, e che, in ogni caso, gravava sulla correntista il medesimo obbligo di conservazione gravante sulla Banca ai sensi dell’art. 2220 c.c.».

Con riferimento alla conservazione degli estratti conto relativi all’intera durata del rapporto, la Suprema Corte ha recentemente affermato che è onere della banca produrre gli estratti conto a partire dall’apertura del conto e essa «non può sottrarsi a tale compito invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito (Cass. Civ., 20 aprile 2016, n. 7972; Cass. Civ., 18 settembre 2014, n. 19696; Cass. Civ., 26 gennaio 2011, n. 1842; Cass. Civ., 25 novembre 2010, n. 23974; Cass. Civ. 10 maggio 2007, n. 10692). Tale principio vale, ovviamente, anche ove si faccia questione dell’addebito di interessi anatocistici non dovuti. Come è stato osservato, negata la validità della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, soltanto la produzione degli estratti conto a partire dall’apertura del conto corrente consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca, sempre che la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla illegittima capitalizzazione: allo stesso risultato, evidentemente, non si può pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitali ed interessi, al momento della chiusura del conto; infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell’ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma esso a sua volta discende da una base di computo che è il risultato di precedenti capitalizzazioni degli interessi (Cass. 10 maggio 2007, n. 10692 cit., in motivazione).  L’assenza degli estratti conto per il periodo iniziale del rapporto non è preclusiva di un’indagine contabile per il periodo successivo, potendo questa attestarsi sulla base di riferimento più sfavorevole per il creditore istante, quale, a titolo esemplificativo, quella di un calcolo che preveda l’inesistenza di un saldo debitore alla data dell’estratto conto iniziale (così Cass. 26 gennaio 2011, n. 1842 cit., in motivazione)”.

Pertanto, in base a questo orientamento, anche laddove sia il correntista ad agire nei confronti della banca, l’onere della prova del credito dovrebbe ricadere sempre su quest’ultima, in quanto – ai sensi dell’art. 2697 c.c. – sarebbe gravata dall’onere di dimostrare i fatti che costituiscono il fondamento del diritto di credito vantato in giudizio, ovvero facendo riferimento al principio della vicinanza alla fonte di prova.

  • Contratto di mandato

È pacifico che, ex art. 1856, comma 1°, c.c., la banca risponde dell’esecuzione degli incarichi che le siano stati conferiti dal correntista o da altro cliente secondo le regole in tema di mandato. Ne consegue che la banca è obbligata a tenere, nell’esecuzione degli incarichi di pagamento commessi dai clienti, il comportamento configurato negli artt.1710 ss. c.c. Orbene, ai sensi dell’art. 1713 c.c. “il mandatario deve rendere il conto del proprio operato”. Il rendiconto non consiste in un mero documento contabile dal quale evincere le indicazioni di spese e dei ricavi, bensì nel dovere di consegna della documentazione atta a rendere possibile una verifica dell’operato del mandatario.

Bisogna altresì evidenziare che il conto corrente è un rapporto giuridico unitario anche se articolato in più atti esecutivi (Cass. 9 aprile 1984, n. 2262; Cass., 14 maggio 2005, n. 1590). Per di più il termine di prescrizione del diritto del cliente a ottenere il rendiconto della banca è decennale e, considerato che il mandato è un rapporto giuridico unitario anche se articolato in più atti esecutivi (Cass. 9 aprile 1984, n. 2262; Cass., 14 maggio 2005, n. 1590) , il dies a quo è quello della conclusione del mandato (Cass., 22 agosto 1985, n. 4480), ovverosia, dalla chiusura del conto corrente.  

È pacificamente affermato in giurisprudenza che le Banche debbano conservare gli estratti conto per almeno 10 anni dalla cessazione del rapporto; trattasi di un principio confermato proprio recentemente dalla Corte di Cassazione con la decisione 20 Gennaio 2017, n. 1584 (Est. Falabella, in www.ilcaso.it) ove si chiarisce testualmente che “nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi ultralegali a carico del correntista, la banca ha l’onere di produrre gli estratti a partire dall’apertura del conto. Quest’ultima non può sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito. Tale principio trova applicazione anche nel caso in cui si controverta dell’addebito di interessi anatocistici non dovuti”.

Con riferimento all’ordine di esibizione ex art. 210 la parte deve dimostrare di aver provato ad ottenere la documentazione di cui chiede l’esibizione con gli strumenti extra processuali, al fine di evitare di instaurare una causa senza aver letto la documentazione da cui vuole inferire le sue eccezioni e le sue domande processuali e financo le nullità o la consumazione di reati. Principio non più insormontabile a partire dalla pronuncia della Corte di Cassazione (Cass. 11554/2017 in www.ilcaso.it) con la quale gli ermellini hanno puntualizzato che la richiesta di acquisizione dei documenti possa essere fatta dal cliente anche per la prima volta nel corso del giudizio, onde evitare che si possa trasformare, in via indebita, uno strumento di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, facendo transitare la richiesta di documentazione del cliente dalla figura della libera facoltà a quella, decisamente diversa, del vincolo dell’onere. Osserva infatti la Suprema Corte osserva la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11554 del 11.05.2017, “neppure è da ritenere che l’esercizio del potere in questione sia in qualche modo subordinato al rispetto di determinare formalità espressive o di date vesti documentali; né, tantomeno, che la formulazione della richiesta, quale atto di effettivo esercizio di tale facoltà, debba rimanere affare riservato delle parti del relativo contratto o, comunque, essere non conoscibile dal giudice o non transitabile per lo stesso. Ché simili eventualità si tradurrebbero, in ogni caso, in appesantimenti dell’esercizio del potere del cliente: appesantimenti e intralci non previsti dalla legge e frontalmente contrari, altresì, alla funzione propria dell’istituto.  Il tutto, in ogni caso, nell’immanente limite di utilità, per il caso di esercizio in via giudiziale della facoltà di cui all’art. 119, che la richiesta si mantenga entro i confini della fase istruttoria del processo cui accede”.

Sempre, la Corte di Cassazione (6385/2017 in www.ilcaso.it) ha ribadito che “come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità in tema di rapporti bancari in conto corrente, la dichiarazione di nullità delle clausole contrattuali che fanno rinvio agli usi per la determinazione del tasso d’interesse ultralegale e di quelle che prevedono la capitalizzazione trimestrale degli interessi, imponendo di procedere alla rideterminazione del saldo del conto, con applicazione del tasso legale ed esclusione dell’anatocismo, fa sorgere a carico della banca l’onere di produrre gli estratti conto a partire dalla data d’instaurazione del rapporto, in modo tale da consentire la ricostruzione integrale dell’andamento del dare e dell’avere (….)  La particolare efficacia degli estratti conto, alla cui accettazione tacita l’art. 1832 cod. civ. ricollega la preclusione di qualsiasi contestazione in ordine alla conformità delle singole annotazioni ai rapporti obbligatori da cui derivano gli addebiti e gli accrediti” non può riferirsi ad “errori, omissioni e duplicazioni di carattere formale, ai sensi del secondo comma della medesima disposizione, né di quelle riguardanti la validità e l’efficacia dei predetti rapporti”.

Evidenziate le incertezze giurisprudenziali che caratterizzano la materia è opportuno che si definisca con maggiore chiarezza la portata dell’art. 2697 c.c. nelle controversie di specie dando maggior rilevanza alla natura sostanziale ed alla fisionomia del rapporto oggetto d’esame.

[1] L. Albanese, L’anatocismo bancario alla prova del «saldo zero», in Responsabilità Civile e Previdenza diretto da G. Iudica – U. Carnevali, Giuffrè, Milano, n. 3, 2016, pg. 932; cfr. cfr. Trib. Lecce, 30 giugno 2014 n. 3072, in www.altalex.com; Di Napoli, Anatocismo bancario e vizi nei contratti, Santarcangelo di Romagna, 2015, pg. 412 ss.

[2] Per maggiori approfondimenti sul tema vedi L. Albanese, L’anatocismo bancario alla prova del «saldo zero», in Responsabilità Civile e Previdenza diretto da G. Iudica – U. Carnevali, Giuffrè, Milano, n. 3, 2016.

[3] App. Lecce, 12 novembre 2015, n. 904.

Qui il testo: Lecci M. -Esibizione degli estratti conto ex art. 210 c.p.c^

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