Banche, trasparenza e rendiconto: alcune decisioni chiarificatrici



di Marco Chironi

 

 

Sommario: 1. Premessa. 2. Il diritto all’esibizione in sede giudiziale. 3. Differenza tra estratti conto ed operazioni nell’art. 119 T.u.b. 4. Conclusioni

 

  1. PREMESSA

Alcune recenti decisioni chiariscono in modo puntuale come la Banca abbia l’obbligo nei confronti del proprio cliente di rendicontare l’intero rapporto. Sia nel corso che al termine del rapporto il cliente ha il diritto ad avere dalla Banca un documento che indichi in maniera specifica la relativa rendicontazione. Vi è una netta differenza tra i documenti di sintesi, tra i quali rientra l’estratto conto, e i documenti inerenti alle singole operazioni, quali copie di assegni, bonifici e prelievi. Nell’art. 119 T.u.b., si individuano due regole ben distinte: la prima consistente nella periodica comunicazione di un prospetto che rappresenti la situazione complessiva del rapporto con il cliente; la seconda, che limita agli ultimi dieci anni il diritto ad ottenere la documentazione delle singole operazioni. In questa prospettiva chiarificatrice, la Corte di cassazione, ha recentemente puntualizzato che il correntista ha diritto di chiedere alla Banca di fornire la documentazione relativa al rapporto di conto corrente anche in corso di causa, e a mezzo di qualunque modo che risulti idoneo allo scopo.

 

  1. IL DIRITTO ALL’ESIBIZIONE IN SEDE GIUDIZIALE

Nella controversia al vaglio della Suprema Corte, i giudici di merito avevano rigettato la richiesta di ordine di esibizione documentale ex art. 210 c.p.c, in quanto avevano erroneamente ritenuto che tale richiesta fosse uno strumento utilizzabile dalla parte solo quando la prova del fatto non fosse acquisibile in altro modo, in particolare attraverso la sua autonoma iniziativa, tra cui la richiesta stragiudiziale ex art. 119 T.u.b. Nel caso di specie, il correntista non aveva avanzato alcuna richiesta stragiudizialmente, limitandosi a richiederla solo in sede giudiziale.

Contrariamente alle conclusioni cui erano pervenuti i giudici di merito, la Suprema Corte (Cass. Sez. VI, Ord. n. 3875/2019, depositata in data 8.2.2019) ha così statuito: “Da rimarcare, più ancora, è che la richiamata disposizione dell’art. 119 T.u.b. viene a porsi tra i più importanti strumenti di tutela che la normativa di trasparenza – quale attualmente stabilita nel testo unico bancario vigente … – riconosca ai soggetti che si trovino a intrattenere rapporti con gli intermediari bancari». Appare così «chiaro come non possa risultare corretta una soluzione … che limiti l’esercizio di questo potere alla fase anteriore all’avvio del giudizio eventualmente intentato dal correntista nei confronti della banca presso la quale è stato intrattenuto il conto. Ché una simile ricostruzione non risulta solo in netto contrasto con il tenore del testo di legge, che peraltro si manifesta inequivoco. La stessa tende, in realtà, a trasformare uno strumento di protezione del cliente – quale si è visto essere quello in esame – in uno strumento di penalizzazione del medesimo”. (in senso conforme Cass., 11 maggio 2017, n. 11554; Cass., 15 settembre 2017, n. 21472; Cass., 28 maggio 2018, n. 13277; ma v. altresì, più indietro nel tempo e con riguardo all’impianto di base della citata norma del testo unico, Cass., 12 giugno 2006, n. 11004, nonché, e prima ancora, Cass., 22 maggio n. 4598 e Cass., 19 ottobre 1999, n. 11733)[1].

Tale pronuncia richiama un’altra importante decisione della Suprema Corte secondo cui (Cass. Sez. 1, sent. n. 17283 del 23.7.2010) “il correntista ha diritto di ottenere dalla Banca il rendiconto, anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell’esistenza del rapporto contrattuale, atteso che il procedimento di rendiconto di cui agli artt. 263 e ss. c.p.c. è fondato sul presupposto dell’esistenza dell’obbligo legale o negoziale di una delle parti di rendere il conto dell’altra, facendo conoscere il risultato della propria attività”.

Sussiste pertanto, un vero e proprio ius exhibendum in favore del correntista, con cui lo stesso, può controllare il regolare andamento del rapporto. La tutela del suddetto diritto sostanziale “è riconosciuta come situazione giuridica e non strumentale, onde per il suo riconoscimento non assume alcun rilievo l’utilizzazione che il cliente intende fare della documentazione, una volta ottenutala e deve escludersi, in particolare, che tale utilizzazione debba essere necessariamente funzionale all’esercizio di diritti inerenti il rapporto contrattuale corrente con l’istituto di credito (ben potendo, ad esempio, essere finalizzata a far emergere un illecito, anche non civilistico, di un terzo soggetto o di un dipendente della banca)”[2].

Oltre che dalla normativa di settore, il diritto ad ottenere la documentazione discende dalle norme in tema di mandato[3] e dai principi generali di buona fede, correttezza e trasparenza, ex artt. 1374, 1375, 1175 e 1713 c.c. come la stessa sentenza del Tribunale di Napoli del 31 gennaio 2019 ricorda.

In tema di esecuzione del contratto la buona fede si atteggia come impegno di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere extracontrattuale del neminem laedere, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico (Cass. 2503/1991).

Del resto, già nel 2007 la Suprema Corte riconoscendo al cliente un diritto sostanziale ad ottenere la documentazione del rapporto, affermava che “l’istituto di credito non può vanificare con la posizione di forza che gli deriva dal possesso dei documenti[4].

 

  1. DIFFERENZA TRA GLI ESTRATTI CONTO E LE OPERAZIONI NELL’ART. 119 COMMA 4 T.U.B.

Dopo aver chiarito come sussista un diritto sostanziale del correntista ad ottenere giudizialmente la documentazione inerente al rapporto controverso, indipendentemente da una preventiva richiesta stragiudiziale, occorre esaminare l’art. 119 T.u.b., rubricato “Comunicazioni periodiche alla clientela”, alla luce della sentenza del Tribunale di Napoli del 31.1.2019.

Preliminarmente occorre soffermarsi sulla ratio perseguita da tale articolo, che ha lo scopo di attribuire al correntista una tutela maggiore, rispetto a quella scaturente dalle norme civilistiche innanzi richiamate, attraverso un innalzamento del livello di trasparenza cui è tenuta la Banca, quale soggetto fisiologicamente privilegiato del rapporto. La peculiarità del principio di trasparenza nei rapporti tra banca (o intermediario finanziario) e cliente, è che detto principio permea non solo le fasi prodromiche alla possibile conclusione di un contratto ed il momento del suo perfezionamento, ma anche l’intera fase esecutiva[5], soprattutto nei rapporti di durata, quali sono la gran parte dei rapporti bancari.

Il diritto alla documentazione è oggetto di specifiche tutele anche nelle normative comunitarie, tra cui la direttiva 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23.9.2002[6], che specifica che deve essere messo a disposizione del consumatore qualsiasi strumento che permetta allo stesso di memorizzare informazioni a lui personalmente dirette in modo che possano essere agevolmente recuperate durante un periodo di tempo adeguato ai fini cui sono destinate le informazioni stesse, e che consenta la riproduzione immutata delle informazioni memorizzate”.

Precedentemente alla pronuncia in commento, molto spesso dottrina e giurisprudenza, sono incorse nell’errore di considerare la nozione di estratti conto rientrante nella locuzione delle “operazioni” di cui discorre il comma 4 dell’art. 119 T.U.B. Tale lettura disattenta di tale disposizione deve essere censurata. Invero, il dato letterale della norma in commento allorquando si riferisce a “singole operazioni” oggetto di possibile richiesta documentativa, sembra voler chiaramente circoscrivere ed incanalare l’esercizio in richieste mirate[7]. Piuttosto, è opportuno porre su due piani differenti le richieste documentali riguardanti le singole operazioni e le esigenze di accesso alla documentazione di più ampia portata, che trovano base normativa nei commi 1 e 2 dell’art. 119, dal momento che in casi siffatti chi presenta la richiesta si limita ad avere un duplicato di documenti che la Banca avrebbe già dovuto inviare al cliente[8].

Tale assunto è stato condiviso dal Tribunale di Napoli, secondo cui “già dalla lettura della norma risulta evidente la distinzione tra i documenti sintetici (menzionati al primo e al secondo comma) e i documenti inerenti alle singole operazioni (menzionati al quarto comma). Le due categorie sono soggette ad una disciplina profondamente diversa, avendo natura giuridica e funzione del tutto distinte”.

I documenti sintetici corrispondono ai documenti in cui in forma sintetica sono raggruppate le operazioni compiute in un determinato periodo, con lo scopo di rappresentare in maniera chiara e sintetica tutti i rapporti di debito/credito tra le parti. “Per i rapporti regolati in conto corrente il secondo comma dell’art. 119 espressamente prevede che tale documento di sintesi sia rappresentato dall’estratto conto”.

Inoltre, tali documenti di sintesi hanno lo scopo di consentire al cliente di controllare l’andamento integrale del suo rapporto, con la conseguenza che “la banca ha l’obbligo di conservazione di tali documenti dall’apertura del contratto fino alla sua chiusura”.

Per tali motivi, è errato ritenere che la disciplina del comma 4 dell’art. 119 T.u.b. ricomprenda anche la nozione di estratti conto, con conseguente obbligo per la Banca di conservazione dei documenti contabili solo per l’ultimo decennio, in quanto contrariamente alla complessiva ratio della suddetta disposizione, il cliente sarebbe privato “del diritto all’informazione e, conseguentemente, significherebbe far venire meno l’obbligo di trasparenza della banca”.

Diversamente, laddove si intendesse estendere la portata dell’art. 119 comma 4 T.u.b. anche alla nozione di estratti conto, bisognerebbe intendere quale unica operazione, la chiusura del conto, perché solo in quel momento si cristallizza la situazione di dare/avere tra banca e cliente, (nel caso di debito con il pagamento da parte del correntista) stante la mera natura di annotazioni dei precedenti estratti conto. In tal caso, i dieci anni per il correntista per ottenere gli estratti conto decorrerebbero dalla chiusura del rapporto.

Del resto, lo stesso art. 119 fa rinvio ad una delibera del CICR[9] per l’individuazione del contenuto e delle modalità della comunicazione. Il secondo comma dell’art. 12 di tale delibera prevede che “La Banca d’Italia emana disposizioni attuative, tenendo anche conto delle caratteristiche dei rapporti e delle esigenze di tutela delle diverse fasce di clientela, e può prevedere che esse non si applichino, in tutto o in parte, agli intermediari che non hanno un’organizzazione stabile nel territorio della Repubblica”. In ossequio a tale diposizione, la Banca d’Italia, come ricordato dal Tribunale, ha adottato delle Istruzioni il 25 luglio 2003 in cui all’art. 3 è specificato come gli estratti conto siano dei documenti di sintesi che devono essere inviati con periodicità annuale, o, a scelta del cliente, con periodicità semestrale, trimestrale o mensile, in cui vengono riportate tutte le condizioni in vigore e le movimentazioni del saldo.

Dunque, “la circostanza che il rapporto si sia protratto per un anno, piuttosto che per trent’anni, non può fare differenza ai fini dell’individuazione del contenuto e della misura dell’obbligo della banca di conservazione della documentazione contabile contrattuale”.

In definitiva, le regole contenute nell’art. 119 sono ben distinte: solo per quella del comma 4, attinente a singole operazioni, quali copie degli assegni, dei bonifici, dei prelievi allo sportello o dei versamenti, vi è un obbligo di conservazione della banca entro i 10 anni dal compimento dell’operazione.

Conclude il tribunale che “la diversità strutturale e funzionale, delle due categorie di documenti rende non corretta l’impostazione di coloro che estendono la disciplina dell’una all’altra”.

 

  1. CONCLUSIONI

La sentenza del Tribunale di Napoli, unitamente all’ordinanza di Cassazione del febbraio 2019 risulta conforme non solo al dato normativo, ma soprattutto alla complessiva ratio della normativa di settore. Il diritto del correntista di ottenere la documentazione inerente al proprio rapporto con la Banca non può subire limitazioni o restrizioni, nemmeno temporali. La Banca, sia nel caso in cui assuma le vesti di parte attrice, sia nel caso in cui sia convenuta e il correntista presenti, anche solo giudizialmente, richiesta di esibizione documentale, è obbligata alla produzione integrale degli estratti conto, senza alcuna possibilità di invocare il limite temporale dell’art. 119 comma 4 T.u.b.

 

[1] Cass. 3875/2019, con nota di M. LECCI, L’esibizione documentale ex art. 210 c.p.c. prescinde dal 119 TUB, su questo sito.

[2] In tal senso, espressamente Cass. 4598/1997 in in Banca Borsa e Tit. Cred. (BBTC), II, pp. 247 segg. con nota di MATERA N. e Cass.11773/1999 che confermò App. Napoli sent. 18/12/1997, BBTC 98, II, 2001, 305 con nota di BUTA G.M., Diritto del curatore di richiedere la documentazione bancaria del fallito e modifiche all’art. 119 T.U.B., ibidem pp.318-328.

[3] Ordinanza del Tribunale di Roma del 19 novembre 2018. con nota di M. LECCI, La banca deve fornire tutta la documentazione nel rispetto delle norme di mandato, su questo sito.

[4] Cass. civ. 15669/2007.

[5] Cfr. A. URBANI, Commentario al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, a cura di F. CARPIGLIONE, Cedam, Quarta Edizione, Tomo Terzo, 1901.

[6] Concernente la commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori, che modifica la direttiva 90/619/CEE del Consiglio e le direttive 97/7/CE e 98/27/CE.

[7] Cfr. A. URBANI, ult. cit. 1908.

[8] Sul punto, PORZIO, Commento sub art. 119, in Testo Unico bancario. Commentario, a cura di Porzio et alii, Milano, 2010, p.1001.

[9] Delibera CICR del 4 marzo 2003.

 

Qui la pronuncia della Suprema Corte. Cass. Civ. n. 3875/2019

Qui la sentenza del Tribunale di Napoli 31 gennaio 2019.

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