Investitore “retail” esperto: risoluzione del contratto?



Cass. Civ., Sez. I, n. 3335 del 5 febbraio 2019

Di Francesco Ribezzo

 

 


IL FATTO

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli investitori in cui lamentavano la violazione degli obblighi informativi (artt. 17 e 18 del d.lgs. n. 415/96 e art. 21 TUF) nella contrattazione relativa a servizi di negoziazione, sottoscrizione e collocamento di ordini di valori mobiliari.

 

IL DIRITTO

Nel giudizio di primo grado era stata disposta, in accoglimento della domanda degli attori, la risoluzione del contratto che questi ultimi avevano stipulato con l’istituto bancario.

 

Più specificamente, ad avviso del giudicante doveva ritenersi sussistente la violazione degli artt. 17 e 18 del d.lgs. n. 415/96 e dell’art. 21 TUF, come già risultante dal contratto-quadro, difettando la richiesta di informazioni al cliente sulla propria situazione finanziaria, sull’esperienza maturata nell’ambito degli investimenti, su obiettivi e propensione al rischio.

 

A ciò andava ad aggiungersi che, con riferimento agli specifici titoli oggetto della contrattazione (obbligazioni Telecom, Argentina e Repubblica Argentina) – di per sé non adatti ad una stipulazione con un soggetto investitore privo di esperienza – non era stata fornita adeguata prospettazione del rischio, per di più utilizzando moduli che seguivano una disciplina – quella della legge n. 1/1991 – vetusta e superata, in costanza dell’investimento, da una normativa successiva (d. lgs. n. 415/96, n. 58/1998).   

       

Era stata dunque accolta la domanda di risoluzione e disposto il risarcimento del danno in favore dei ricorrenti.

 

Appellata la sentenza, il giudice di secondo grado accoglieva l’impugnazione della Banca su rilievi dalla stessa evidenziati, ovvero sul presupposto che il cliente operasse presso l’Istituto di Credito da oltre 25 anni effettuando, con elevata frequenza, operazione di investimento ad elevatissimo rischio.

 

Il cliente, invero, da molti anni attivo nel mercato finanziario delle obbligazioni e delle azioni, effettuava con frequenza operazioni a rischio molto elevato con impiego di ingenti flussi di denaro, talora in valuta estera, tanto che l’istituto bancario aveva concesso una linea di credito atta a coprire i movimenti finanziari, previa garanzia (costituita da titoli ad alto rating).

 

Per la Corte d’Appello quest’ultimi erano tutti elementi indicativi dell’esperienza – in primo grado denegata – degli investitori che, in assenza di contratti di gestione patrimoniale, decidevano l’acquisto dei titoli anche per telefono. L’operatività pregressa dell’investitore costituiva, nonostante ex art. 6.1, lett. d, l. n. 1/1991 non vi fosse stata formale richiesta in tal senso, solida base di riferimento per le informazioni sulla sua qualità soggettiva, con conseguente irrilevanza del mancato rispetto dei decreti legislativi sopra menzionati e del regolamento Consob: la conoscenza delle dinamiche del mercato maturata col tempo, sommata all’ indicazione del rischio dell’operazione (associata alla solvibilità dell’emittente) presente nei fissati bollati, trasmessi dopo l’effettuazione degli ordini telefonici, assumono per il giudicante valore dirimente. Sono state dichiarate perciò inammissibili le domande degli appellati. 

 

Nel ricorso per Cassazione gli investitori hanno lamentato la violazione o la falsa applicazione degli artt. 17, 21 (diligenza, correttezza, adeguata informazione) e 23 del d. lgs. n. 415/1996, in aggiunta alla presunta insussistenza di un accertamento della responsabilità per danni susseguenti all’acquisto delle obbligazioni argentine, avendo il giudicante di secondo grado basato il proprio ragionamento esclusivamente sulla operatività pregressa dell’investitore.

 

Per gli ermellini l’esperienza e le scelte di investimento incidono sulla scelta delle informazioni che l’intermediario è tenuto a fornirgli sulle specifiche caratteristiche del prodotto, altrimenti non conoscibili. La finalità a cui si mira, in linea con precedenti arresti giurisprudenziali, non è la totale eliminazione del rischio connesso alla rendita dell’investimento – peraltro impossibile in un mercato naturalmente probabilistico che non può essere popolato soltanto da soggetti vincenti – ma la conoscenza delle regole che quel mercato governano e delle variabili rilevanti per la rischiosità suddetta.   

 

In tal senso, la Suprema Corte ha ribadito la necessità di una rappresentazione di indici concreti sulla natura e sulla rischiosità del prodotto finanziario da parte dell’Intermediario, capaci di soddisfare esigenze di natura oggettiva (caratteristiche dell’investimento) e soggettiva (qualità di investitore, professionale o comune) del cliente, sì da colorare l’alea
connaturata allo strumento finanziario di razionalità (cfr. Trib. Di Roma, sent. 3632/2019).

 

Qualora non si tratti di soggetti preparati professionalmente – cd. investitori retail – ad essi va applicato nella sua interezza il sistema di protezione come scaturente dall’integrazione tra TUF e Regolamento Consob. 

 

In nessun caso la soggettiva qualificazione del cliente può giustificare l’elusione dell’adempimento degli  obblighi informativi, essendo questi posti a carico dell’istituto bancario, compresa l’acquisizione delle informazioni necessarie sul soggetto debole. In relazione a tale profilo, la Corte distrettuale ha ritenuto con un accertamento fattuale l’avvenuta conoscenza degli elementi di fatto, stimati dalla Suprema Corte sufficienti per una chiara delineazione del profilo dell’operatore finanziario.

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. I, n. 3335 del 5 febbraio 2019

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