Polizze “unit linked”, a causa mista, sbilanciate sulla componente finanziaria



Cass. Civ., Sez. III, n. 6319 del 05 marzo 2019

a cura di Donato Giovenzana

 


La Suprema Corte con la decisione de qua ha ritenuto fondato il ricorso di un risparmiatore che aveva avanzato richiesta di nullità di una polizza  – per asserita mancanza del “rischio demografico” (ovvero la differenza tra la durata della vita di una persona e la durata media della vita della popolazione).-  il cui premio – 1 milione di euro versati in unica soluzione – era stato investito nell’acquisto di quote di un fondo d’investimento, il cui valore era “crollato” dopo pochi mesi, in ragione del “crack Madoff”.

 

Il “prodotto” oggetto di contestazione prevedeva la copertura per l’evento morte pari allo 0,1 % del controvalore delle quote investite e per un ammontare non superiore a 15 mila euro. Per il che, secondo la censura avanzata, vista l’ irrilevanza della controprestazione per l’evento morte, mancava la previsione di un “rischio demografico” tale da poter qualificare il contratto come assicurazione sulla vita.

 

I Giudici di Cassazione hanno confutato la decisione della Corte distrettuale in quanto

 

  • ha ritenuto sufficiente per escludere la nullità invocata, la mera previsione di una garanzia in “caso morte” ( prevista dall’art. 8 CGC), affermando che l’inesistenza di una norma di legge volta a regolamentare il valore economico di esso, in termini percentuali o proporzionali, rendesse irrilevante ed impropria la valutazione, nel merito, della misura della somma garantita;
 
  • la previsione generale contenuta nell’art. 2 D.Igs. 209/2005 in ordine alle polizze denominate “linked”, e cioè quelle nelle quali l’obbligazione principale dell’assicuratore è collegata al valore di organismi di investimento del risparmio o di fondi interni o comunque ad indici predeterminati di riferimento, non vale a far concludere apoditticamente per l’inclusione automatica di tali polizze nello schema legale (artt. 1882 – 1895 c.c.) del contratto di assicurazione, la cui causa deve essere rinvenuta nel trasferimento del rischio dall’assicurato all’assicuratore, rischio che, a pena di nullità, deve esistere alla stipula del contratto;
 
  • in tema di contratto di assicurazione sulla vita stipulato prima dell’entrata in vigore della legge 28 dicembre 2005, n.262 e del d.lgs. 29 dicembre 2006 n.303, nel caso in cui sia stabilito che le somme corrisposte dall’assicurato a titolo di premio vengano versate in fondi d’investimento interni o esterni all’assicuratore, rispetto alle quali, alla scadenza del contratto o al verificarsi dell’evento in esso dedotto, l’assicuratore sarà tenuto a corrispondere all’assicurato mediante una somma pari al valore delle quote del fondo mobiliare al momento stesso (polizze denominate unit linked), il giudice di merito, al fine di stabilire se l’impresa emittente, l’intermediario ed il promotore abbiano violato le regole di leale comportamento previste dalla specifica normativa e dall’art.1337 cod. civ., deve interpretare il contratto, e tale interpretazione non è censurabile in sede di legittimità se congruamente logicamente motivata, al fine di stabilire se esso, al di là del “nomen iuris” attribuitogli, sia da identificare come polizza assicurativa sulla vita (in cui il rischio avente ad oggetto un evento dell’esistenza dell’assicurato è assunto dall’assicuratore) oppure si concreti nell’investimento in uno strumento finanziario (in cui il rischio di “performance” sia per intero addossato all’assicurato)”;
 
  • la Corte territoriale, astenendosi da ogni valutazione di merito, ha del tutto svincolato, in relazione alla componente assicurativa, l’esistenza del rischio demografico dall’entità della prestazione ad esso riferita, sicché secondo il principio affermato nella sentenza impugnata – pacifica la componente finanziaria, ma altrettanto evidente quella assicurativa – anche una prestazione del tutto irrisoria, purchè enunciata, potrebbe soddisfare la causa del contratto ad essa riferita ed essere, pertanto, lecita;
 
  • ha omesso del tutto di valutare se le pattuizioni contrattuali soddisfacessero le previsioni dell’art. 9 Regolamento ISVAP ( che, pur successivo al contratto, rappresenta una mera attuazione dei principi già previsti dal Dlgs 209/2005 ), essendosi limitata a prendere atto della percentuale prevista ( 0,1%) e 8 ritenendo soddisfacente, di per se, il solo fatto che fosse indicata: al riguardo l’art. 9 del regolamento ISVAP n. 32 del 2009 prevede, invece, che “1.i contratti classificati nel ramo III di cui all’articolo 2, comma 1, del decreto, sono caratterizzati dalla presenza di un effettivo impegno da parte dell’impresa a liquidare prestazioni il cui valore sia dipendente dalla valutazione del rischio demografico. 2. Le imprese nella determinazione delle coperture assicurative in caso di decesso tengono conto, ai fini del rispetto del principio di cui al comma 1, dell’ammontare del premio versato dal contraente”. A ciò deve aggiungersi che l’art. 6 del Regolamento n. 29 del 2009 ricalca la formulazione della norma sopra richiamata (prevedendo che “1. Sono ricompresi nel ramo vita III, se direttamente collegati a fondi di investimento ovvero ad indici azionari o altri valori di riferimento, solo i contratti di assicurazione sulla durata della vita umana di cui al ramo I. 2. I contratti di cui al comma 1 sono caratterizzati dalla presenza di un effettivo impegno da parte dell’impresa a liquidare, per il caso di sopravvivenza, per il caso di morte o per entrambi, prestazioni assicurate il cui valore, o quello dei corrispondenti premi, sia dipendente dalla valutazione del rischio demografico”);
 
  • non ha neanche considerato la parte finanziaria come componente del contratto, nell’ambito di un bilanciamento che, caratterizzando la natura mista della causa, avrebbe imposto una valutazione del rapporto fra l’entità del premio iniziale e la misura del capitale garantito, strumentale alla corretta applicazione delle norme che la censura ritiene siano state violate.
 

Gli Ermellini hanno quindi e conclusivamente ritenuto che la sentenza impugnata dovesse essere cassata sulla base del seguente principio di diritto:

 

nelle polizze unit linked, caratterizzate dalla componente causale mista ( finanziaria ed assicurativa sulla vita ), anche ove sia prevalente la causa “finanziaria”, la parte qualificata come “assicurativa” deve comunque rispondere ai principi dettati dal codice civile, dal codice delle assicurazioni e dalla normativa secondaria ad essi collegata con particolare riferimento alla ricorrenza del “rischio demografico” rispetto al quale il giudice di merito deve valutare l’entità della copertura assicurativa che, avuto riguardo alla natura mista della causa contrattuale, dovrà essere vagliata con specifico riferimento all’ammontare del premio versato dal contraente, all’orizzonte temporale ed alla tipologia dell’investimento. Il giudice di merito dovrà valutare, con adeguata e logica motivazione se, in relazione a tali indici, la misura prevista sia in grado di integrare concretamente il “rischio demografico”.

 

Qui la pronuncia: Cass. Civ., Sez. III, n. 6319 del 05 marzo 2019

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