Responabilità della Banca per negoziazione di titolo non trasferibile all’apparente legittimo prenditore



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Cass. Civile, Sez. 3°, Ord. n. 20911 del 22 agosto 2018 

di Donato Giovenzana – Legale d’impresa


La Suprema Corte, in subjecta materia,  ha debitamente richiamato il recente approdo ermeneutico dalle Sezioni Unite (sent. n. 12477 del 21 maggio 2018), – posteriore alla decisione della Corte d’Appello di Bologna, del 25/11/2014 -, che, come noto, ha espresso il principio di diritto secondo cui ai sensi dell’art. 43, comma 2, del r.d. n. 1736 del 1933 (c.d. legge assegni), la banca negoziatrice chiamata a rispondere del danno derivato – per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo – dal pagamento dell’assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola non trasferibilità a persona diversa dall’effettivo beneficiario, è ammessa a provare che l’inadempimento non le è imputabile, per aver essa assolto alla propria obbligazione con la diligenza richiesta dall’art. 1176, comma 2, c.c..

 
La Cassazione ha, in ogni caso, valutato la sussistenza in concreto del colpevole difetto di diligenza della Banca negoziatrice per mancato apprestamento delle dovute cautele che, nel caso di specie, la stessa avrebbe potuto e dovuto adottare per identificare correttamente il presentatore del titolo (riconoscimento del prenditore attraverso il controllo di un altro documento di identità o attraverso fotografia o ancora conoscenza diretta di altra persona nota all’ufficio postale; verifica -inducente a sospetto- della distanza tra il luogo di traenza e quello di incasso e tra il luogo di rilascio del documento identificativo e quello di residenza del presentatore).
 
La ricorrente aveva altresì, con precipuo motivo di doglianza, contestato che la Corte d’appello avesse omesso di indagare sulle modalità di spedizione o consegna al beneficiario da parte della società che aveva disposto l’emissione dell’assegno di traenza “non trasferibile”, atteso che tale condotta, ove realizzata attraverso spedizione postale dell’assegno per “posta ordinaria o raccomandata” anziché mediante il servizio di “posta assicurata”, come prescritto dall’art. 83, comma 1, del Codice postale e delle telecomunicazioni approvato con Dpr 29.3.1973 n. 156, integrava un fattore causale determinate, se non esclusivo quanto meno concorrente, dell’evento dannoso.
 
Sul punto chiara e precisa la presa di posizione dei Supremi Giudici.
 
Premesso che il fatto colposo del danneggiato, idoneo a diminuire l’entità del risarcimento secondo l’art. 1227 primo comma cod. civ., comprende qualsiasi condotta negligente od imprudente che costituisca causa concorrente dell’evento, e, quindi, non soltanto un comportamento coevo o successivo al fatto illecito, ma anche un comportamento antecedente, purché legato da nesso eziologico con l’evento medesimo, in quanto deve connettersi causalmente all’evento dannoso, non potendo quest’ultimo essere pretermesso nella ricostruzione della serie causale giuridicamente rilevante, né potendosi collegare direttamente la condotta colposa del danneggiato con il danno da lui patito, con la conseguenza che non ogni esposizione a rischio da parte del danneggiato è idonea a determinarne un concorso giuridicamente rilevante, all’uopo occorrendo, al contrario, che tale condotta costituisca concreta concausa dell’evento dannoso, appare del tutto evidente come, in tanto possa addebitarsi al Giudice di merito una incompleta indagine sui fatti, in quanto tali fatti siano stati ritualmente allegati e sottoposti a verifica probatoria in giudizio.
 
Orbene la stessa ricorrente, secondo gli Ermellini, trascrivendo i propri atti difensivi di costituzione in primo e secondo grado, evidenzia che alcuna prova era stata fornita in ordine agli eventi che avevano consentito al falso prenditore di pervenire in possesso dell’assegno di traenza, venendo soltanto formulata un’ipotesi che fosse stato spedito a mezzo posta, e che in tal caso (ovvero se fosse risultata confermata tale ipotesi), qualora la società che aveva disposto l’emissione del titolo si fosse avvalsa del servizio postale ordinario anziché del servizio assicurato, allora avrebbe dovuto valutarsi la rilevanza causale di tale condotta. Ma proprio perché si verte in tema di mera ipotesi e non di omessa rilevazione e considerazione di un fatto storico, alcuna indagine o valutazione avrebbe dovuto compiere la Corte d’appello ed alcuna omissione avente ad oggetto un fatto dimostrato in giudizio può essere dedotta come vizio di legittimità.
 
I Supremi Giudici aggiungono, sia pur per obiter, che la condotta tenuta dal traente un assegno di rilevante importo, sbarrato e non trasferibile, consistita nella spedizione del titolo medesimo al beneficiario, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, non assume alcun rilievo causale in riferimento all’evento produttivo del danno lamentato dallo stesso traente, determinatosi in ragione del successivo pagamento dell’assegno in favore di soggetto estraneo al rapporto cartolare, giacché detto evento è da ascrivere unicamente alle condotte colpose realizzate rispettivamente dall’istituto di credito che ha posto il titolo all’incasso e dalla banca trattaria che lo ha presentato in stanza di compensazione, non potendo essere invocata, al fine di radicare una concorrente responsabilità del traente, la disciplina recata dagli artt. 83 e 84 del d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, sul divieto di includere nelle corrispondenze ordinarie “denaro, oggetti preziosi e carte di valore esigibili al portatore”, giacché attinente ai soli rapporti tra l’ente postale e gli utenti del medesimo e non prevedendo il divieto della norma alcuno specifico riferimento al titolo a legittimazione invariabile.

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