L’operatività della norma sull’autoriciclaggio



3 min read

Corte di Cassazione, II sezione penale, sentenza n. 38422 depositata il 9 agosto 2018

di Donato Giovenzana – Legale d’impresa


La Suprema Corte, con la sentenza de qua, sottolinea che la norma sull’autoriciclaggio punisce quelle attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad “ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”. Il legislatore richiede, pertanto, che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a fare ritenere che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto effettuare un impiego di qualsiasi tipo ma sempre finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto;  ipotesi questa non ravvisabile, invece, quando l’autore del delitto si limiti a goderne il profitto.

La norma sull’autoriciclaggio, infatti, nasce dalla necessità di evitare le operazioni di sostituzione ad opera dell’autore del delitto presupposto e tuttavia il legislatore, raccogliendo le sollecitazioni provenienti dalla dottrina, secondo cui le attività dirette all’investimento dei profitti operate dall’autore del delitto contro il patrimonio costituiscono post factum non punibile, ha limitato la rilevanza penale delle condotte ai soli casi di sostituzione che avvengano attraverso la re-immissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita finalizzate appunto ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio, che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (e perciò punibile).

Gli Ermellini non condividono, pertanto, l’assunto difensivo secondo cui la vendita del bene conseguito con la truffa presupposta sarebbe “l’unico modo per acquisire il profitto necessario” ad integrare il reato, né quello di cui al provvedimento impugnato, secondo cui limitare l’ambito di applicazione della norma incriminatrice all’impiego del provento di reato in attività economica lecita sarebbe necessario al fine di evitare che il reato costituisca una duplicazione sanzionatoria. Ed invero nella prospettazione accusatoria disattesa dal Tribunale del riesame, il profitto del reato di truffa viene acquisito dall’autore del reato già con l’apprensione del bene, sicché la re-immissione nel mercato dei  valori bollati fraudolentemente ottenuti integra necessariamente un quid plurís rispetto al reato presupposto, già consumato, e la dissimulazione della provenienza dei beni costituisce l’ulteriore disvalore – rispetto al reato presupposto – della condotta di re-immessione nel mercato degli stessi.

La Suprema Corte ribadisce che – anche in tema impiego di denaro, beni ed altre utilità di provenienza illecita, di cui all’art. 648-ter cod. pen. – la nozione di attività economica o finanziaria è desumibile dagli artt. 2082, 2135 e 2195 cod. civ. e fa riferimento non solo all’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche a quella di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle menzionate norme del codice civile  e questi sono i parametri da utilizzare anche per valutare la configurabilità del delitto di cui all’art. 648 ter 1 2 cod. pen. che, infatti, fa anch’esso riferimento alle medesime nozioni di attività economica o finanziaria.

Qui la pronuncia: Cassazione, II Sez. Penale, n. 38422 del 09.08.2018

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap