Informativa incompleta: l’eziologia è presunta



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Nota a Cass. Civ., Sez. I, 20 marzo 2018, n. 6920

di Antonio Zurlo

 


Il mancato rispetto degli obblighi informativi implica un “alleggerimento” dell’onere probatorio gravante sul cliente – investitore, ai fini dell’esercizio dell’azione risarcitoria; tale effetto deve essere correttamente inteso non nel senso che il danno cagionato dall’inadempimento possa rivelarsi in re ipsa, ma, contrariamente, in quello, più limitato, di consentire l’accertamento del nesso di causalità in via presuntiva.

Questo è quanto stabilito recentemente dalla Prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione[1], senza soluzione di continuità rispetto al più recente orientamento in seno alla stessa giurisprudenza di legittimità.

  1. La ricostruzione del fatto: primo e secondo grado del giudizio.

Due investitori proponevano ricorso per cassazione, nei confronti dell’Istituto di credito[2], formulando tre motivi di censura[3] avverso la sentenza della Corte di Appello di Bologna, che aveva riformato la pronuncia del Tribunale di Parma, con cui era stata statuita la nullità del contratto di investimento[4], sottoscritto dagli stessi ricorrenti, per l’illiceità dell’oggetto, poiché concluso nella fase del c.d. grey market

La Corte territoriale, pur avendo positivamente accertato la violazione da parte della Banca degli obblighi informativi normativamente imposti, aveva escluso che l’operazione di investimento fosse affetta da nullità, rilevando, testualmente, che “la violazione della norme pure imperative degli obblighi di comportamento posti a carico dei soggetti abilitati non possono costituire causa di nullità del contratto […], potendo solo dar luogo a responsabilità precontrattuale o contrattuale dell’intermediario ed eventualmente condurre ala risoluzione del contratto”. Gli stessi giudici d’appello avevano, poi, ritenuto esente da responsabilità l’Istituto di credito, poiché dovevasi escludere la sussistenza del nesso eziologico tra la violazione degli obblighi di informazione e il danno lamentato dagli investitori.

Relativamente alla violazione, da parte dell’intermediario, dell’obbligo di fornire al cliente informazioni adeguate e specifiche, relativamente alle caratteristiche dell’investimento proposto, la Corte territoriale aveva rilevato, più nello specifico, che l’accertata violazione delle norme di comportamento non potesse essere di per sé sola bastevole ad assurgere a fondamento di una domanda risarcitoria, essendo, viceversa, a tal fine anche necessario comprovare la sussistenza del nesso causale, tra l’inadempimento e il danno lamentato: sarebbe dovuta, in altri termini, essere stata fornita prova della circostanza per cui, ove ci fosse stata una completa informazione, il cliente si sarebbe determinato in maniera differente, non dando, quindi, corso all’investimento rivelatosi, poi, pregiudizievole. Nel caso di cui in narrativa, la mancata puntuale contestazione dell’inadeguatezza dell’operazione, ex art. 29 Reg. Consob, doveva essere interpretata come elemento ostativo alla ricorrenza del nesso causale, poiché rivelatore della consapevolezza degli investitori sulle caratteristiche dei titoli proposti e dell’investimento (che, quindi, avrebbe concluso, anche laddove fossero stati in possesso di un’informativa puntuale e completa).  

La Corte aveva, inoltre, evidenziato che neppure l’esistenza, all’interno della Offering Circular (ovverosia, del prospetto informativo redatto secondo principi internazionali per la distribuzione di titoli all’estero), propria delle notes Parmalat, di una clausola che escludeva espressamente la circolazione dei titoli in Italia tra gli investitori c.d. retail, avrebbe potuto legittimare la domanda risarcitoria: una clausola siffatta non poteva ragionevolmente dispiegare effetti ai fini del riscontro del nesso di causalità, poiché impeditiva non della negoziazione del titolo su base individuale, con la clientela con minore conoscenza ed esperienza negli investimenti, bensì della sollecitazione al pubblico risparmio, da parte della Banche collocatrici, trattandosi di un’offerta non convalidata dalla Consob.

 

  1. La risoluzione in diritto: presunzione del nesso, in costanza di una carenza informativa.

I ricorrenti, avverso tale iter argomentativo, evidenziavano come non potesse ragionevolmente porsi a carico del cliente l’onere probatorio di addurre quale diverso investimento, di pari rischio e di maggior guadagno, si sarebbe compiuto, in alternativa a quello effettivamente posto in essere, tenendo in considerazione la possibilità, nient’affatto remota, di non procedere ad alcuna operazione, ove puntualmente notiziati delle caratteristiche dei titoli[5].

Rilevavano, inoltre, che è l’identificazione, compiuta nel pronunciamento di secondo grado, tra la mancanza di prova del nesso eziologico e quella dell’inadeguatezza dell’operazione fosse operazione assolutamente indebita, rappresentando, difatti, un’evidente forzatura del dato normativo: la Corte territoriale aveva errato nel conferire all’art. 29 Reg. Consob una centralità effettivamente non posseduta all’interno del complesso sistema normativo, posto a protezione e tutela del cliente e violato, nella fattispecie concreta, dalla Banca resistente. Da ultimo, i ricorrenti evidenziavano l’errata interpretazione della clausola contenuta nella Offering Circolar,  che, a loro giudizio, avrebbe consentito unicamente le vendite delle notes solo a fronte di domande di acquisto spontaneamente presentate dal pubblico e “non sollecitate” dagli intermediari.

La Prima Sezione ritiene il ricorso meritevole di accoglimento, stante la fondatezza del primo e del secondo motivo[6].

Rileva, preliminarmente, che, in ossequio all’orientamento più recente, il mancato rispetto degli obblighi di informazione comporti un alleggerimento dell’onere probatorio gravante sull’investitore ai fini dell’esercizio dell’azione risarcitoria; l’implementazione di tale effetto deve, tuttavia, tradursi non nella sussistenza in re ipsa del danno conseguente alla carenza informativa, ma nell’accertamento, in via presuntiva, del nesso di causalità tra quest’ultimo e l’inadempimento dell’intermediario[7].

Il rilievo, formulato dalla Corte territoriale, circa l’assenza di una puntuale censura in relazione all’inadeguatezza dell’operazione e la sua assunzione quale elemento comprovante la consapevolezza degli investitori sui caratteri dell’operazione pare operazione priva di pregio, poiché la questione oggetto della controversia è inerente alla violazione degli obblighi informativi e non di quelli relativi alla fisionomia dell’investimento proposto. In tal senso, gli ermellini evidenziano come sia stata evidentemente trascurata la portata dell’informazione omessa dall’Istituto di credito: trattasi, infatti, di un dato determinante e primario, concernente la stessa definizione di base del prodotto di cui all’investimento. Siffatti caratteri non possono ragionevolmente avere una valenza neutra rispetto all’accertamento del nesso di causalità, specie ove coordinati con il contenuto della clausola presente nel prospetto informativo, che, comunque specificamente la si interpreti, manifesta inequivocabilmente l’intrinseca rischiosità dell’operazione de qua. Tutto ciò dedotto, pare senz’altro erronea l’esclusione della sussistenza del nesso eziologico, così come condotta dalla Corte territoriale, ovverosia elidendo l’indubbia influenza che una comunicazione informativa completa e dettagliata avrebbe avuto sulla determinazione all’investimento dei ricorrenti.

[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 20 marzo 2018, n. 6920.

[2] L’Istituto di credito resisteva, proponendo controricorso.

[3] Nello specifico: 1) violazione o falsa applicazione degli artt. 1223 c.c., 115 c.p.c., 23 d.lgs. n. 58/1998, in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.; 2) violazione o falsa applicazione dell’art. 1411 c.c., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.; 3) violazione degli artt. 1428 e 1429 c.c., 116 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c.

[4] Trattavasi, più nello specifico, di un’operazione di investimento in notes riferite alla Parmalat Finance Corporation B.V.

[5] Il principio era già stato statuito in Cass. Civ., Sez. I, 31 gennaio 2014, n. 2123.

[6] Il terzo motivo di ricorso risulta assorbito dall’accoglimento dei primi due motivi.

[7] Sul punto, Cass. Civ., Sez. I, 17 novembre 2016, n. 23417.

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. I, 20 marzo 2018, n. 6920

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