Centralità della pattuizione: nuova bocciatura (di legittimità) per l’usura sopravvenuta



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Cass. Civ., Sez. VI, 30 gennaio 2018, n. 2311.

di Antonio Zurlo

 


Nei rapporti di mutuo, ai fini dell’accertamento dell’usurarietà degli interessi, acquista fondamentale e dirimente importanza l’indicazione dei tassi pattuiti, al momento della stipulazione del contratto. Ne consegue che, ove il tasso degli interessi concordato originariamente tra mutuante e mutuatario, superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura, determinata in base alle disposizioni contenute nella l. n. 108/1996, non si possa verificare la nullità o l’inefficacia, sia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, che di quella, stipulata successivamente, per un tasso non eccedente la soglia determinata al momento della sottoscrizione. La pretesa del mutuante, pertanto, è legittima e non pare possa ragionevolmente qualificarsi come contraria al dovere di buona fede, nell’esecuzione del contratto.

 

Lo ha recentemente stabilito la Sesta Sezione della Corte di Cassazione[1], senza soluzione di continuità con la perentoria pronuncia delle Sezioni Unite, negazionista della fattiva sussistenza dell’usura c.d. sopravvenuta[2].

La nuova bocciatura di legittimità per l’usura c.d. sopravvenuta è originata dal ricorso, proposto da un fideiussore, avverso una pronuncia della Corte d’Appello di Bologna, che, confermando la sentenza di primo grado, aveva rilevato la genericità della questione relativa alla natura usuraria dei tassi di interesse praticati dalla Banca, durante il rapporto di mutuo, facendone conseguire l’inammissibilità della richiesta di c.t.u., perché meramente esplorativa, e, conseguentemente, il rigetto della domanda.

Il ricorrente formulava un unico motivo di ricorso, lamentando l’omesso esame dell’indicazione oggettiva del periodo temporale, nel quale i tassi applicati avrebbero superato la soglia, legalmente determinata. In particolare, rilevava l’errore della Corte territoriale insito nell’aver qualificato come generica la contestazione formulata, dal momento che, contrariamente, sin dal processo di primo grado, erano stati puntualmente indicati i tassi di interesse applicati dall’Istituto di Credito, in ogni annualità, e il correlato tasso soglia.

La Sesta Sezione ritiene non meritevole di apprezzamento siffatta censura, poichè inammissibile e priva di fondamento.

Il Collegio, in senso assolutamente adesivo alla pressoché coeva pronuncia delle Sezioni Unite sull’inconfigurabilità dell’usura c.d. sopravvenuta[3], osserva, infatti, che, nei contratti di mutuo, ai fini del rilevamento dell’usurarietà dei tassi, sia destinato ad assumere una centralità assorbente il momento della pattuizione degli interessi e, dunque, della stipulazione del contratto.

Laddove il tasso degli interessi, così come originariamente quantificato dalle parti, superi, nel corso del fisiologico atteggiarsi del rapporto, la soglia dell’usura, determinata ai sensi delle disposizioni contenute nella legge n. 108/1996, non può conseguirne la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale, determinativa del saggio degli interessi, stipulata precedentemente all’entrata in vigore della summezionata normativa di contrasto del fenomeno usurario, o successivamente, per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula. Riproponendo pedissequamente l’iter argomentativo seguito dal massimo consesso, gli ermellini evidenziano, inoltre, che la pretesa creditoria del mutuante, di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato, non possa essere qualificata, stante il solo fatto del sopraggiunto superamento di detta soglia, come contraria al dovere di buona fede, secondo quanto disposto dall’art. 1375 c.c.[4].

Siffatta impostazione conduce ad attribuire rilievo essenziale, ai fini della sussistenza o meno del carattere usurario, al momento della pattuizione dei tassi di interesse, nonché a quello della stipula del contratto.

Nel caso di cui in narrativa, la genericità della tesi proposta dalla ricorrente, indicante unicamente l’entità dei tassi, anno per anno, con il rispettivo tasso – soglia, non consente in effetti di ritenere pacifica l’esistenza della usurarietà, che, viceversa, avrebbe necessitato, per essere comprovata, dell’indicazione, puntuale, della pattuizione originaria, delle somme pagate ogni anno a titolo di interessi e non solo dell’aliquota.

Ciò descritto e motivato, il Collegio rigetta il ricorso.

[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. VI, 30 gennaio 2018, n. 2311, con nota di M. Summa, La Cassazione stoppa ancora una volta l’usura sopravvenuta, in  Diritto & Giustizia, fasc. 18, 2018, 11.

[2] V. Cass. Civ., Sez. Un., 19 ottobre 2017, n. 24675, con nota di F. Fiorucci, Le Sezioni Unite bocciano l”usura sopravvenuta nei mutui, in Ilsocietario.it, 11 GENNAIO 2018. Per alcune osservazioni critiche, A. Zurlo, Usura sopravvenuta: la pronuncia delle Sezioni Unite. Osservazioni e rilievi critici., in Giuricivile 2017, 10, pag. https://giuricivile.it/usura-sopravvenuta-sezioni-unite/.

[3] L’inapplicabilità dell’usura c.d. sopravvenuta parrebbe da limitarsi al solo rapporto di mutuo. In relazione al conto corrente e all’apertura di credito, una pronuncia pressoché coeva, di fatto, apre alla possibilità di configurare il fenomeno de quo. Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 15 settembre 2017, n. 21470.

[4] Sulla questione, In tal senso, S. Alecci, Le Sezioni Unite ed il tramonto della «usura sopravvenuta», in Dir. civ. cont., Anno IV, Numero IV, ottobre/dicembre 2017.

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. VI, n. 2311_2018

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