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Nota a ABF, Collegio di Milano, 7 ottobre 2022, n. 12997.

Il Collegio ABF di Milano è stato chiamato a pronunciarsi sulla fondatezza dell’eccezione principale, sollevata dall’intermediario resistente, in merito alla sottoscrizione da parte della ricorrente di una quietanza liberatoria con riferimento ad un contratto di cessione del quinto.

Si rileva che già il Collegio di Coordinamento aveva chiarito che l’efficacia liberatoria della quietanza è subordinata alla circostanza che contenga, da un lato, un preciso riferimento all’oggetto della rinuncia, vale a dire la determinazione quantitativa (ammontare) e causale (titoli delle voci non rimborsate) di ciò cui il cliente rinunciava; dall’altro, l’espressa volontà del dichiarante di non limitarsi a dare atto del pagamento ricevuto, ma di abdicare, con effetti estintivi, alla pretesa di ricevere le restanti somme da lui corrisposte a titolo di costi e dall’intermediario non restituite. In definitiva, per aversi una consapevole rinuncia, sono richieste “l’esatta identificazione di una res litigiosa idonea a caratterizzare il coefficiente causale dell’atto” e “reciproche concessioni” da parte dei transigenti[1].

Più in particolare con essa, parte ricorrente, dichiarava, a fronte dei rimborsi ricevuti ed elencati nella medesima quietanza, di “rinunziare alla corresponsione”, da parte dell’intermediario, di somme di denaro ulteriori e di ritenersi “pienamente soddisfatto in merito a quanto ricevuto […] avendo beneficiato di un’equa riduzione del costo totale del credito”.

Nella quietanza oggetto della controversia sono sì indicate le voci oggetto di rimborso, ma la rinuncia riguarda genericamente il rimborso, secondo il criterio proporzionale puro, di altri costi oltre quelli indicati che, tuttavia, non sono specificati nella loro determinazione quantitativa e causale.

Con riferimento a casi simili, l’orientamento prevalente del Collegio di Milano è nel senso di respingere l’eccezione dell’Intermediario[2], orientamento che il Collegio ABF ha inteso confermare.

Del resto le dichiarazioni rese dal cliente – risolvendosi in mere formule di stile – non sembrano tali da soddisfare gli elementi richiesti dal Collegio di Coordinamento nella suddetta decisione ai fini del riconoscimento all’atto di quietanza dell’efficacia preclusiva propria dei negozi rinunciativi o transattivi. Esse, infatti, non contengono “un preciso riferimento all’oggetto della rinuncia, vale a dire la determinazione quantitativa (ammontare) e causale (titoli delle voci non rimborsate) di ciò cui il cliente rinunciava”. Non sembra peraltro che sia stata “espressa in termini non equivoci la volontà del dichiarante di non limitarsi a dare atto del pagamento ricevuto, sebbene di abdicare, con effetti estintivi, alla pretesa di ricevere le restanti somme da lui corrisposte a titolo di costi e dall’intermediario non restituite[3].

Nello stesso senso è orientata la Corte di Cassazione, la quale afferma che “la quietanza liberatoria rilasciata a saldo di ogni pretesa deve essere intesa, di regola, come semplice manifestazione del convincimento soggettivo dell’interessato di essere soddisfatto di tutti i suoi diritti, e pertanto alla stregua di una dichiarazione di scienza priva di efficacia negoziale, salvo che nella stessa non siano ravvisabili gli estremi di un negozio di rinunzia o transazione in senso stretto, ove, per il concorso di particolari elementi di interpretazione contenuti nella stessa dichiarazione, o desumibili aliunde, risulti che la parte l’abbia resa con la chiara e piena consapevolezza di abdicare o transigere su propri diritti[4].  Quindi, l’atto sottoscritto dal ricorrente – non qualificandosi alla stregua di una rinuncia ovvero di un atto transattivo – non preclude il successivo avanzamento di pretese volte a conseguire un rimborso allo stesso titolo, ma di ammontare più elevato, ovvero un rimborso a titolo diverso, qualora alcune voci di costo non siano state riconosciute dal solvens.

Il principio è stato ribadito dalla Corte di Cassazione[5] la quale ribadisce che nella quietanza a saldo, per poter ravvisare gli estremi di un negozio di rinunzia o transazione in senso stretto, “è necessario che per il concorso di particolari elementi di interpretazione contenuti nella stessa dichiarazione, o desumibili aliunde, risulti che la parte l’abbia resa con la chiara e piena consapevolezza di abdicare o transigere su propri diritti[6].

 

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[1] Collegio di Coordinamento, decisione n. 8827/17.

[2] cfr. ex multis decisioni nn. 25574/21 e 25683/21.

[3] Per un’analoga conclusione, cfr. Collegio di Roma, decisione n. 10254 del 15/04/2019.

[4] Si veda in particolare, la pronuncia del 6 maggio 2015, n. 9120.

[5] Corte Cassazione sent. 18 settembre 2019, n. 23296 conforme ad App. Genova n. 360/2014.

[6] Cfr. Cass. 31 gennaio 2011 n. 2146, 15 settembre 2015, n. 18094 e 6 maggio 2015 n. 9120.

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