Anche la messa a disposizione del conto corrente configura il reato di riciclaggio.



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Nota a Cass. Pen., Sez. II, 12 novembre 2021, n. 41105.

di Donato Giovenzana

 

La questione proposta al Supremo Collegio è “se la messa a disposizione di un conto corrente per raccogliere i proventi di un delitto integri la condotta di riciclaggio“.

Sul punto la Suprema Corte intende dare continuità all’orientamento secondo cui commette il delitto di riciclaggio colui che accetta di essere indicato come intestatario di beni che, nella realtà, appartengono a terzi e sono frutto di attività delittuosa, in quanto detta condotta, pur non concretizzandosi nel compimento di atti dispositivi, è comunque idonea ad ostacolare l’identificazione della provenienza del denaro (Sez. 2 , Sentenza n. 21687 del 05/04/2019; Sez. 6, Sentenza n. 24548 del 22/05/2013).

Del resto è ius receptum che il reato di cui all’art. 648-bis cod. pen. è a forma libera, potenzialmente a consumazione prolungata ed è attuabile anche con modalità frammentarie e progressive (Sez. 2, Sentenza n. 43881 del 09/10/2014; Sez. 6, Sentenza n. 13085 del 03/10/2013). Deve pertanto ritenersi che la condotta contestata alle ricorrenti – ovvero l’avere messo a disposizione i propri conti per ricevere il denaro di provenienza illecita sugli stessi versato dai consorti – integri il delitto di riciclaggio in quanto si tratta di condotta sicuramente funzionale all’occultamento dei beni illeciti e, segnatamente, alla dissimulazione della provenienza illecita del denaro.

Contrariamente a quanto dedotto non può ritenersi violato il principio di correlazione tra accusa e sentenza: è vero infatti che nel capo di imputazione non sono indicate condotte di ulteriore trasferimento del denaro dai conti delle ricorrenti verso l’esterno, ma è altresì vero che – come si è rilevato – la condotta di riciclaggio è integrata dalla mera ” messa a disposizione” del conto. La successiva dispersione del denaro rilevata dalla Corte territoriale è piuttosto indicativa dell’ esistenza dell’elemento soggettivo che, al contrario di quanto sostenuto nel ricorso, non può ritenersi insussistente a causa del rapporto fiduciario sotteso al coniugio: tale rapporto, invero, accresce invece che diminuire la consapevolezza della illeceità della condotta contestata, presupponendo un rapporto di conoscenza e fiducia particolarmente stretto.

Da ultimo si ritiene che il fatto che il marito imputato avesse la delega ad operare sul conto corrente della moglie sia un elemento neutro rispetto alla condotta contestata inidoneo ad elidere la sua rilevanza penale: la delega in questione è infatti frequente nei rapporti di coniugio e non elide la rilevanza penale della azione di occultamento, che nel caso in esame risulta effettuata d’intesa con il coniuge autore della intestazione fittizia.

In sintesi: si ritiene che il reato presupposto in corso di accertamento (la frode informatica) sia distinto dalle condotte contestate in questo procedimento che vedono impegnati (a) i mariti in una condotta di intestazione fittizia funzionale all’occultamento della provenienza illecita del denaro integrata dal trasferimento dello stesso sui conti delle consorti, (b) le mogli nella nella messa a disposizione dei propri conti per raggiungere l’obiettivo dell’occultamento.

 

Qui la sentenza.

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