Sull’effettiva ricorrenza dei requisiti necessari per la qualificazione di un mutuo di scopo.



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Nota a Trib. Taranto, Sez. I, 7 ottobre 2021, n. 2469.

Redazione

 

Nella distinzione tra mutuo di scopo, ovvero legato a uno scopo predeterminato, in cui le somme vengono erogate al cliente, affinché questi le utilizzi secondo le finalità specificate nel contratto, destinati, ad esempio, alla ristrutturazione di case ed aziende, e quelli, invece, a libera finalizzazione, dove lo banca si limita a pretendere un’ipoteca a propria garanzia, senza imporre al cliente un particolare uso del denaro, risiede il criterio per dirimere la questione circa la validità o, viceversa, la nullità di un contratto di mutuo che sia destinato all’azzeramento o alla riduzione di pregresse esposizioni debitorie del cliente nei confronti dell’ente mutuante, condivisibilmente ritenendosi che solo nella prima ipotesi sia vietato l’impiego della disponibilità per scopi differenti da quelli convenuti in contratto come, per esempio, il ripianamento di precedenti debiti[1].

Con precipuo riferimento alla qualificazione dell’operazione contrattuale, la giurisprudenza di legittimità ha già avuto modo di statuire il principio di diritto per cui «la mera enunciazione, nel testo contrattuale, che il mutuatario utilizzerà la somma erogatagli per lo svolgimento di una data attività o per il perseguimento di un dato risultato non è di per sé idonea ad integrare gli estremi di un mutuo di scopo convenzionale, per il cui inveramento occorre, di contro, che lo svolgimento dell’attività dedotta o il risultato perseguito siano nel concreto rispondenti ad uno specifico e diretto interesse anche proprio della persona mutuante, che vincoli l’utilizzo delle somme erogate alla relativa destinazione.». Da ciò, si desume che il mutuo di scopo sia configurabile solo laddove lo scopo sia chiaramente esplicitato nel regolamento contrattuale e, inoltre, perseguito-realizzato in concreto con interesse di ambo le parti (circostanza non rinvenibile, a giudizio del Tribunale tarantino, nella fattispecie in esame, laddove la mera affermazione, contenuta nella parte finale dell’art. 1 del contratto di mutuo, secondo cui lo stesso fosse finalizzato alla ristrutturazione aziendale e finanziaria, non consente, per la sua estrema genericità, di pervenire alla qualificazione del rapporto in termini di mutuo di scopo).

 

Qui la sentenza.


[1] Cfr. Cass., 19.10.2017, n. 24699; Trib. Forlì, Sez. II, 31.03.2020, n. 241, per cui «Il mutuo di scopo presenta connotati atipici rispetto al classico schema di mutuo. Infatti determina l’obbligo per il mutuatario non solo di restituire la somma e gli interessi, ma anche di destinare quanto finanziato per realizzare lo scopo programmato. Quindi, essendo la causa concreta del negozio da individuarsi nella realizzazione del fine pattuito, un diverso impiego del denaro concesso determina la nullità del negozio, allorché questo sia stato stipulato con l’accordo, tra istituto di credito e mutuatario, dell’utilizzazione della provvista per un fine diverso da quello indicato in contratto.».

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