Buoni Fruttiferi Postali Serie Q/P: la Corte d’Appello di Brescia conferma l’orientamento giurisprudenziale a favore del consumatore, circa il rimborso degli interessi dal 21° al 30° anno.



8 min read

Nota a App. Brescia, Sez. I, 7 ottobre 2021.

di Biagio Campagna

 

 

 

 

 

La Corte d’Appello di Brescia, Sez. I, con sentenza del 7 ottobre 2021 ha confermato l’orientamento giurisprudenziale a favore del consumatore circa il rimborso degli interessi dal 21° al 30° con riferimento ai buoni fruttiferi postali serie Q/P.

Nella controversia sottoposta ai giudici della Corte di Appello di Brescia, Poste Italiane asseriva che «il D.M. 13 giugno 1986 aveva consentito all’Amministrazione delle Poste e delle Telecomunicazioni di utilizzare (fino ad esaurimento e/o in attesa di avere la nuova modulistica), i precedenti moduli, avendo cura, però, di apporre due timbri: uno, sulla parte anteriore, con la dicitura “serie Q/P”; l’altro, sulla parte posteriore, recante la misura dei nuovi tassi. Secondo l’appellante, tale onere sarebbe stato correttamente assolto. E, infatti, sulla parte anteriore dei due BPF di cui è causa risulta apposta la dicitura “serie Q/P”, e sulla parte posteriore risulta apposto il timbro, che indica i tassi previsti dal D.M. 13 giugno 1986, riportando la seguente dicitura: “B.P.F. SERIEQ/P AI SEGUENTI TASSI: 8% FINO AL 5 ANNO; 9% DAL 6 AL 10 ANNO; 10,50% DALL’11 AL 15% ANNO; 12% DAL 16 AL 20 ANNO”. Tanto premesso, Poste Italiane sosteneva che “essendo il rendimento previsto per il periodo successivo al 20 anno, di importo fisso a bimestre ma diverso per ciascun “taglio” dei BFP all’epoca sottoscrivibili (come si evince dalla tabella allegata in calce allo stesso D.M. 13 giugno 1986), è stato gioco-forza procedere (per l’allora Amministrazione PT) con l’applicazione dei principi generali in materia di risparmio postale, quindi rimandando alla lettura del D.M. 13 giugno 1986 gli specifici importi previsti a titolo di rendimento maturato dopo i primi 20 anni e quindi alle tabelle allegate al D.M. 13 giugno 1986 (cfr. doc. n. 3 fasc. parte conv. 1 grado), ove viene correttamente indicato il corrispettivo per il periodo dal20 al 30 anno” e che “all’epoca di emissione dei buoni per cui è causa, non vi era ancora alcuna normativa che disciplinasse la trasparenza delle operazioni con riferimento alla variazione dei tassi di interesse, anche in senso sfavorevole al cliente e prevedesse l’obbligo della comunicazione al cliente stesso.».

La Corte di Appello di Brescia rileva che valutazione circa la fondatezza del motivo di gravame deve essere effettuata muovendo dalla premessa della configurazione in termini strettamente civilistici (contrattuali) del rapporto tra risparmiatore (sottoscrittore) ed ente (attualmente società) emittente il titolo (buono fruttifero postale): in tal senso si esprime la giurisprudenza di legittimità, la quale afferma in proposito: «occorre ricordare che, anche quando servizi postali come quello in esame erano offerti da un’azienda dello Stato (la quale, con la L. n.71 del 1994, fu poi trasformata nell’Ente Poste, avente natura di ente pubblico economico, e quindi in società per azioni), essi si caratterizzavano per l’essere organizzati e gestiti in forma d’impresa: donde -già allora – conseguiva “la conformazione dei rapporti con gli utenti come rapporti contrattuali, fondamentalmente soggetti al regime del diritto privato.»[1]. E, se è pur vero che tali rapporti erano nondimeno destinati a subire anche gli effetti di una normativa speciale, che ancora risentiva della natura soggettiva pubblica dell’amministrazione postale, è altrettanto vero che la loro attrazione nella sfera del diritto comune era (ed è oggi a maggior ragione) tanto più accentuata proprio per i servizi di bancoposta, comprendenti l’emissione dei buoni postali fruttiferi, che sono sempre stati del tutto privi di lineamenti autoritativi ed ai quali oggettivamente ineriscono connotazioni contrattuali, giacché, per struttura e funzione, essi sostanzialmente non si discostano dagli analoghi servizi resi sul mercato dalle imprese bancarie[2]. Identica impostazione è stata riscontrata dalla Suprema Corte[3], la quale, dopo aver precisato che «i buoni postali fruttiferi non hanno natura di titoli di credito ma vanno considerati titoli di legittimazione ai sensi dell’art. 2002 c.c.», definisce il rapporto tra emittente e sottoscrittore dei titoli quale “vincolo contrattuale”, chiarendo come il rapporto che si crea tra il risparmiatore e la società P.I. con la sottoscrizione del buono sia soggetto all’applicazione della disciplina codicistica in tema di obbligazioni. Fatta tale premessa, è agevole inferirne che la valutazione del caso debba essere effettuata, dunque, secondo le categorie del diritto privato, con la conseguenza che, seppur è vero che, secondo la disciplina speciale invocata, l’apposizione dei due timbri, a fronte e nel retro del titolo, avrebbe reso possibile l’integrale applicazione del regime dei tassi di interesse di cui al DM invocato, ancorché apposti su modulistica che, in quanto riferita ad emissioni precedenti, recava tabelle di determinazione del rimborso riferibili ad essi, e quindi tendenzialmente superate, cionondimeno tale effetto può intendersi integralmente verificato solo a condizione della completezza e dell’univocità delle indicazioni in tal modo introdotte, semmai efficaci ancorché effettuate per relationem, ma giammai se parziali, per l’ovvia considerazione che, in presenza di queste ultime, il sottoscrittore è naturalmente indotto a ritenere che, per le parti non incise dalla modifica, si mantenga intatta la disciplina espressa nel testo del titolo. Il che si è puntualmente verificato nella fattispecie: si è qui infatti, col secondo timbro, dettata una disciplina precisa, in conformità alle indicazioni espresse nel DM, circa la determinazione dell’interesse, composto, spettante al sottoscrittore per il primo periodo ventennale (8% fino al 5 anno, 9% dal 6 al 10, 10,50%dall’11 al 15 anno, 12% dal 16 al 20 anno), e viceversa si è totalmente omesso ogni riferimento al periodo successivo, dal 21 al 30 anno, in quanto non è stata riportata alcuna modifica rispetto alla dicitura relativa all’importo fisso a bimestre riconosciuto per tale ultimo periodo. In tale situazione è logico supporre il formarsi di un ragionevole affidamento in ordine alla spettanza di interessi sul capitale in misura pari a quelli indicati nel timbro per il primo ventennio e dell’ulteriore spettanza – per il periodo dal ventunesimo al trentesimo anno successivo all’emissione – dell’importo calcolato secondo il previgente regime. Corretto e condivisibile appare perciò anche il richiamo fatto nel provvedimento impugnato al precedente della Cassazione[4]: la diversità tra la situazione ivi considerata e quella qui in esame non esclude che possa trovare applicazione anche a questo caso il principio di prevalenza dell’affidamento ove a generarlo sia stata la condotta dell’emittente, o del personale di quest’ultima.

Nel caso di specie è evidente che l’annotazione con un apposito timbro degli interessi relativi al primo ventennio accompagnata dalla previsione per la terza decade di un trattamento conforme a quello stabilito dalla disciplina previgente possa aver indotto a supporne il mantenimento, ed appare indubbio che tale affidamento sia interamente ascrivibile a condotta omissiva dell’emittente stessa, la quale, pur potendo fornire un’informazione esauriente sulla disciplina da applicare, ha preferito offrirne una incompleta. Il che dimostra che anche in questo caso possono ravvisarsi i presupposti per l’applicazione del principio di prevalenza dell’affidamento, espresso nella predetta sentenza delle SS.UU. del 2007.

Al riguardo è bene anche sottolineare come, in ambito stragiudiziale, anche il Collegio di Coordinamento dell’Arbitro Bancario Finanziario, con la decisione n. 6142 del 03.04.2020 è intervenuto sulla questione e, anche alla luce delle sentenze delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 13979 del 15.06.2007 e n. 3963 del 11.02.2019, ha confermato e ribadito la posizione espressa con la decisione n. 5674/13 dell’08.11.2013, affermando il seguente principio di diritto: «A) Nella disciplina dei buoni postali fruttiferi dettata dal testo unico approvato con il D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, il vincolo contrattuale tra emittente e investitore si articola sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni di volta in volta sottoscritti. Resta ferma la possibilità che i buoni vengano integrati e/o modificati ai sensi dell’art. 1339 c.c., sotto il profilo della determinazione dei rendimenti, da provvedimenti della Pubblica Autorità, purché successivi alla sottoscrizione dei titoli. B) L’incompetenza dell’ABF a occuparsi della materia tributaria, non implica che sia precluso allo stesso organismo di accertare l’ammontare dei rendimenti dovuti al sottoscrittore di buoni fruttiferi postali là dove questi risultino contrattualmente collegati a parametri fiscali. In tal caso il regime fiscale, precedente o successivo all’emissione dei BFP, assume rilievo negoziale, valutabile al fine della determinazione del quantum della prestazione dedotta in contratto.». In motivazione, il Collegio di Coordinamento ha così precisato: «Assume un indubbio significato la circostanza che il richiamato art. 5 del D.M. 13 giugno 1986, con il quale era stata disposta l’ultima modifica dei tassi di interesse precedente all’emissione qui in rilievo secondo quanto previsto dall’art. 173 del D.P.R. 29 marzo 1973, n. 156 (Codice Postale) – che prevede e regola (non è superfluo rilevarlo) le variazioni dei tassi -, si è fatto carico di imporre agli uffici emittenti l’obbligo, pur quando fossero stati utilizzati moduli preesistenti, di indicare sul documento il differente regime cui essi erano soggetti.». Tale circostanza dimostra, invero, come il vincolo contrattuale tra emittente e sottoscrittore, anche a mente delle previsioni normative richiamate, sia destinato a formarsi sulla base dei dati risultanti dal testo dei buoni, fatta salva, appunto, la possibilità di una successiva etero-integrazione per effetto di decreti ministeriali modificativi dei tassi di rendimento, ai sensi dell’art. 173 del Codice Postale. Disposizione, quest’ultima, che opera un ragionevole bilanciamento tra tutela del risparmio e un’esigenza di contenimento della spesa pubblica, nel pieno dei principi sanciti dagli artt. 3 e 47 Cost. (Corte Cost., n. 26/2020). La motivazione posta alla base dell’orientamento giurisprudenziale andato a formarsi negli anni fa leva sul profilo temporale di adozione del DM che, in quanto precedente al collocamento del buono, impedirebbe l’operatività del meccanismo di integrazione extratestuale di cui all’art. 1339 c.c. determinando, così la prevalenza delle risultanze testuali del cartaceo del buono sui precetti ministeriali. In presenza di norme dispositive l’art. 1339 c.c. non può operare per assenza del presupposto necessario alla sua applicazione costituito, appunto, da precetti aventi efficacia imperativa.

Non a caso, dunque, le Sezioni Unite 2007 non richiamano mai l’art. 1339 c.c. e, al contrario, affidano l’integrazione testuale del cartaceo al compimento di atti applicativi – in specie apposizione dei timbri correttivi- in difetto dei quali, il contratto rimane disciplinato dalle risultanze testuali del buono su cui si è formato il vincolo contrattuale.

 

Qui la sentenza.


[1] Così Corte Cost., n. 303/1988.

[2] Cfr. in tal senso, esplicitamente, Corte Cost., n. 463/1997; Cass. Civ., Sez. Un., 15.06.2007, n. 13979.

[3] V. Cass. Civ., Sez. I, 28.02.2018, n. 4761.

[4] V. Cass. Civ., Sez. Un., n. 13979/2007.

Iscriviti al nostro canale Telegram 👇

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori

  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap