Significativo intervento esegetico della Suprema Corte in tema di conto corrente cointestato, sia pure in un più ampio contesto fiscale.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 22 settembre 2021, n. 25684.

di Donato Giovenzana

 

Secondo la Suprema Corte,

anche sul piano strettamente civilistico, il versamento di una somma di danaro da parte di un coniuge su conto corrente cointestato all’altro coniuge non costituisce di per sé atto di liberalità. Difatti, l’atto di cointestazione, con firma e disponibilità disgiunte, di una somma di denaro depositata presso un istituto di credito che risulti essere appartenuta ad uno solo dei contestatari, può essere qualificato come donazione indiretta solo quando sia verificata l’esistenza dell’animus donandiconsistente nell’accertamento che il proprietario del denaro non aveva, nel momento della detta cointestazione, altro scopo che quello della liberalità” (in termini: Cass., Sez. 2^, 12 novembre 2008, n. 26983; Cass., Sez. 2^, 28 febbraio 2018, n. 4862).

Per cui, in assenza di circostanze univocamente suffraganti l’immanenza di uno spirito liberale, il mero versamento da parte del coniuge di danaro personale sul conto corrente cointestato al contribuente non era idoneo a fondare una presunzione di appartenenza pro quota a quest’ultimo. Nella specie, secondo l’accertamento fattone dal giudice di appello, il contribuente era stato condannato dal giudice civile al risarcimento dei danni subiti dal coniuge per l’arbitraria appropriazione della somma depositata sul conto corrente cointestato, che era stata perciò considerata provento derivante da fatto illecito, non essendo stato ravvisato alcun indizio dell’esistenza di un animus donandi al momento del versamento del danaro di sua esclusiva pertinenza. Né gli elementi controdedotti dal contribuente (con particolare riguardo alla successiva stipulazione – insieme al coniuge – di contratti di investimento mobiliare in collegamento al conto cointestato) sono idonei a sovvertire tale conclusione. Difatti, lo spirito di liberalità può essere desunto da circostanze contestuali, ma non anche da circostanze successive (che possono, al più, confermarlo) all’atto qualificabile alla stregua di donazione indiretta.”

In buona sostanza, non sussistendo circostanze atte a dimostrare l’esistenza del c.d. animus donandi, le somme versate dal coniuge sul conto corrente cointestato non consentono  la presunzione di appartenenza della metà delle stesse all’altro coniuge, con tutte le relative conseguenze, anche in relazione al profilo fiscale.

 

Qui l’ordinanza.

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