Della ritenuta mancata dimostrazione della buona fede che deve necessariamente supportare la richiesta di partecipazione al passivo delle procedure di prevenzione patrimoniale.



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Nota a Cass. Pen., Sez. VI, 16 luglio 2021, n. 27692.

di Donato Giovenzana

 

La ricorrente è società cessionaria dei crediti vantati da una Banca, acquistati in blocco ai sensi dell’art. 58 del d.lgs. n. 385 del 1993; più precisamente, si rappresenta creditrice ipotecaria di una società le cui quote sono state ritenute nella disponibilità sostanziale del proposto (per quanto intestate ai figli) e sottoposte a confisca di prevenzione.

In ragione di tanto ha formulato domanda di insinua nel passivo della detta procedura relativamente al dovuto in forza di un mutuo fondiario in origine erogato dalla Banca ad una prima società, pacificamente estranea ad ogni coinvolgimento della misura. In esito al relativo frazionamento, alcuni dei beni immobili oggetto della garanzia ipotecaria accesa a sostegno del citato mutuo sono stati dapprima acquistati da altra società e a loro volta rivenduti alla citata società, con accollo, da parte di quest’ultima, delle quote del mutuo originario, stipulato, cinque anni prima, nelle frazioni di debito corrispondenti ai singoli beni acquistati.

Due i temi di fondo essenzialmente posti dal ricorso de quo.

Il primo attiene alla omessa motivazione del decreto impugnato quanto al profilo della “strumentalità” del credito oggetto di insinua; il secondo riguarda le valutazioni rese in ordine alla prova della buona fede della società ricorrente, nell’assunto difensivo viziate da una erronea interpretazione della normativa di riferimento avuto riguardo allo sforzo probatorio chiesto al creditore istante, considerato che nella specie il credito azionato trova la sua ragion d’essere nell’accollo cumulativo in forza del quale la società debitrice, successivamente coinvolta nel procedimento di prevenzione in questione, è (parzialmente) subentrata nell’originario rapporto di mutuo intercorso con la banca Monte dei Paschi di Siena, così da rendersi coobbligata, in uno alla originaria mutuataria, rispetto all’onere restitutorio correlato alla detta erogazione.

Ai sensi dell’art. 52, comma 1, lettera b) del d.lgs. n. 159 del 2011 la confisca non pregiudica la garanzia patrimoniale assicurata, ex art 2740 cod. civ. dai beni ablatí avuto riguardo ai crediti dei terzi che non siano risultati “strumentali all’attività illecita svolta dal proposto“, sintomatica della relativa pericolosità sociale, o a quella attività “che ne costituisce il frutto o il reimpiego“, salvo che, in quest’ultimo caso, il creditore “non dimostri la buona fede e l’inconsapevole affidamento“.

All’evidenza, il profilo della strumentalità – o meno – della operazione creditizia rispetto alla realizzazione o alla prosecuzione dell’attività illecita riferibile al proposto, oggetto di apprezzamento nell’ambito della procedura che ha determinato la confisca, si interseca con quello, comunque diverso e logicamente successivo, afferente la buona fede del creditore che agisce con la domanda di insinua: si intreccia inevitabilmente infatti con aspetti del giudizio che finirà per riguardare la condizione soggettiva del creditore che aspira al riconoscimento di tutela della propria posizione giuridica.

Il Collegio precisa, poi, di aderire a quell’orientamento prevalente di legittimità, in forza del quale, in ipotesi di accollo non liberatorio, l’Istituto bancario non può “opporsi” all’operazione realizzata tra accollante e accollatario, e in quanto tale non può essere ritenuto negligente ai fini di cui all’art. 52 d.lgs. n.159 del 2011.

Pertanto, le omesse verifiche cui il Tribunale si è richiamato nel fondare la decisione assunta, dovevano ritenersi del tutto ininfluenti sul profilo della strumentalità del credito oggetto di insinua, la cui colpevole inconsapevolezza avrebbe nel caso potuto favorire la reiezione della domanda.

Va infatti rimarcato che la banca mutuante, all’esito dei possibili controlli che avrebbe potuto svolgere nei confronti dell’accollante, pur tenendo un atteggiamento oppositivo, se del caso rifiutando l’adempimento del terzo, non avrebbe comunque inciso sugli effetti derivati dalla operazione di accollo, immediatamente correlati al profilo della strumentalità: una eventuale scelta in tal senso, avrebbe solo determinato che l’operazione realizzata con la società venditrice si sarebbe mantenuta nei limiti di un accollo interno, essendo l’accordo raggiunto in tal senso perfettamente valido tra accollante e accollato (che avrebbe ricevuto dal primo la provvista per adempiere al mutuo nei termini di cui al relativo contratto), a prescindere dalla adesione della banca (che vale unicamente ad obbligare l’accollante direttamente nei confronti della stessa); e il prezzo dell’operazione sarebbe stato ugualmente frazionato attraverso il pagamento rateale previsto dal mutuo di riferimento, cosi da realizzare comunque l’operazione economica per forza di cose sottesa al giudizio di strumentalità del credito rispetto all’azione illecita del proposto ( in tesi favorito da una ripartizione nel tempo del relativo investimento, sostenuto dai proventi di matrice direttamente o indirettamente illecita legati alla sua pericolosità sociale).

Non è un caso, del resto, che le valutazioni che attengono al merito creditizio in ipotesi di accollo cumulativo hanno un portato diverso per la natura sostanzialmente neutra di tale subentro, atteso che la banca è comunque cautelata dalla prelazione ipotecaria e che in genere le stesse sono motivate dall’esigenza di scongiurare ritardi e complicazioni nella escussione del dovuto, ferma la perduranza dell’obbligo in capo all’originario mutuatario. Rimarcarne tuttavia il mancato rispetto nell’ottica del giudizio di buona fede, quando l’eventuale esecuzione diligente dei relativi controlli non avrebbe influito in nulla sul consolidamento finanziario dei momenti di finalizzazione patrimoniale delle condotte sintomatiche della pericolosità sociale del proposto, rassegna una lettura interpretativa del disposto di cui al citato art. 52 di certo non condivisibile, perché destinata ad ampliare irragionevolmente l’area delle pretese creditizie inopponibili alla procedura.

Altro sarebbe a dirsi, piuttosto, se l’accollo fosse stato condizionato all’adesione anche non liberatoria della banca così che, laddove negata, la stessa di fatto avrebbe impedito alla accollante di avvalersi comunque indirettamente del mutuo per sovvenzionare la realizzazione o la prosecuzione dell’attività illecita apprezzata a sostegno della misura reale applicata. In tal caso il ruolo della banca, anche in ipotesi di accollo cumulativo, avrebbe acquisito un sensibile rilievo rispetto all’intera operazione che coinvolgeva il proposto e i suoi interessi: sicché, l’eventuale assenso reso senza le opportune verifiche utili a disvelarne la possibile strumentalità, non avrebbe consentito alla banca di rivendicare la buona fede a supporto del credito rivendicato.

Ne consegue che, nella specie, l’assunto in diritto posto a fondamento della ritenuta mancata dimostrazione della buona fede si è rivelato errato; e che, non essendovi altre indicazioni dirette ad escludere l’ammissione al passivo della relativa posizione, la stessa andrà effettuata.

 

 

Qui la sentenza.

 

 

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